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Il senso della fede
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Il sentire della fede si può sperimentare in molti modi; è inizialmente percezione interiore e ascolto di ciò che sta fuori di noi, un sentire il mondo in un gioco di scambio, complesso, a volte empatico a volte conflittuale, che va per tentativi; si avanza come a tentoni, ricercando ciò che è affidabile per muovere i passi in un cammino in terra straniera, nei luoghi dove il roveto brucia senza consumarsi: «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”».

Nel suo sorgere la fede è per tutti un ‘sentire l’altro e con lui’; un sentire che scaturisce dalla pratica dell’alterità nel quotidiano; un esperire l’altro come una fiamma che irrora e non consuma, come acqua che infiamma senza inaridire. La fede rende abitabile, per così dire, il mistero dell’altro e quando gli si fa spazio viene illuminata la nostra oscurità. Nella sua notte vediamo la luce, nel suo sentire impariamo l’ascolto, nel suo abbassarsi si è rialzati. Ritorniamo a vedere nei suoi occhi, a camminare nei suoi passi, ad accordarci nelle sue mani. Per fede innestati l’uno nell’altro, per quella ferita che guarisce per essa entra lo spirito dell’altro, “incandescenza rinfrescante, cauterio soave” e “gradita piaga” direbbe Giovanni della Croce.

Il senso della fede si esprime nella pratica del consegnarsi, quella della nostra libertà che si affida, poiché nell’incontro con l’altro ci si scopre e si diviene soggetti di libertà. È un sì all’altro che chiama e ci provoca a fidarci, aprendo la possibilità di un cammino che non si conosceva prima, ma anche tiene aperta la propria identità che progressivamente si rivela anche a noi stessi, poiché l’identità è nella relazione che viene alla luce. Di qui un sentire nuovo, generativo di conoscenza che trasforma, di consolazione e pace, che si sperimenta man mano che si attua e cresce nel dono di sé il vincolo di amicizia.

Il sentire della fede è cordiale. Non per caso è detto anche intuitus fidei o ‘istinto’ della fede come amore. «Cor ad cor loquitur» (il cuore parla al cuore) ricordava il card. Newman. Si parla e ci si ascolta attraverso il cuore, perché è il luogo da cui scaturisce la libertà che si affida all’altro nell’amicizia.

Il sentire della fede è sponsale. L’appartenersi e il trascendersi in divenire. Un cammino verso un compimento: tappe di un trovarsi e un perdersi, rincorrersi e incontrarsi di nuovo. Persistenti nel mutamento degli eventi e delle criticità, che caratterizza ogni migrazione da sé, ogni esodo verso quanto scambievolmente realizzato e di nuovo promesso e desiderato.
Per Giovanni della Croce l’immagine sponsale è più di una metafora poetica. Nella sua itineranza mistica, sulle note di un ‘Cantico spirituale’ che ripercorre lo spartito del Cantico dei cantici, egli intende con essa esprimere un vincolo sostanziale nello Spirito ”tra l’amore umano e quello di Dio che porta in sé una realtà che lo trascende”.

Il sentire della fede nella comunità cristiana è consonanza, un accordarsi dell’uno e del molteplice, il convenire di plurale e singolare, personale e ecclesiale.
Il «sensus fidei fidelium» ‒ così lo esprime il Concilio ‒ non sta solo nel suo contenuto, nel detto, nella professione di fede orale, ma vive, si attua e si esprime attraverso il vissuto esistenziale di ogni battezzato, il cui fare, la cui vita cristiana sono essi stessi un ‘dire’ attraverso il modo che gli è proprio ciò che è creduto.

Scrive al riguardo Sant’Agostino: «Quando Cristo dice: “O donna, grande è la tua fede”, e a un altro: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” esprime con questo che ciascuno ha una fede che gli è propria. Ma si dice che coloro che credono le stesse cose hanno una sola fede, allo stesso modo che coloro che vogliono le stesse cose hanno una sola volontà». Qui dunque Agostino ci ricorda proprio che esistono due dimensioni del credere unite nella stessa persona: la fede in Dio non è infatti identica in tutti, perché la grazia ricevuta e l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio possono variare di misura e intensità. Al contempo, però, la fede rimane sempre una sola e identica, perché è fede in quel Dio di Gesù di Nazaret che si è rivelato nella vita del figlio, nella sua azione e nelle sue parole e nell’intera sua vicenda storica, unico credo creduto nel tempo dalla testimonianza dei suoi amici. «Una cosa è ciò che si crede, altra cosa la fede con cui si crede», (De Trinitate 13, 2, 5). Unico è, dunque, il contenuto della fede; molteplici e pluriformi sono modi in cui la si sente. Sicché, come tessere di un gigantesco puzzle, o ancor meglio strumenti di un’immensa orchestra, ciascun fedele è chiamato, a modo suo, a interpretare lo spartito del comune credere: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo», (Ef 4,4-6).

Se così è, non può che ripensarsi quell’immagine piramidale della Chiesa che vedrebbe al vertice alto i chierici e alla base i laici. È una figura del tutto incongrua con la realtà del ‘popolo di Dio‘ consegnataci dal Concilio, che è invece perfettamente rappresentata dalla metafora del ‘poliedro’ coniata da papa Francesco proprio per ricordarci l’unità e l’equivalenza delle diverse componenti ecclesiali. Tutti nella chiesa hanno diritto di rappresentanza, poiché tutto il popolo di Dio è il luogo dell’unità multiforme e diversificata del senso della fede. Scrive papa Francesco: «In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge a evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza (Lumen gentium 12). Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione. … Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni» (Evangelii Gaudium, 119-120).

Non v’è allora da sorprendersi se l’intuito della fede lo troviamo spesso negli umili, nei piccoli, nei semplici, in quelli che nella chiesa sono considerati illetterati e semplici discenti, rivelandosi invece spesso maestri del credere. Ricordate l’episodio del cieco guarito da Gesù che confessando la sua fede in colui che lo aveva guarito viene disprezzato da alcuni dottori della legge per la sua condizione di peccatore che non conosce la legge mosaica: «Rispose, loro non senza ironia, quell’uomo: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. E lo cacciarono fuori» (Gv 9, 30-34). Ecco l’istinto della fede.

Nel film di Terence Malick, The Tree of Life, il senso della fede di un credente non regge e si eclissa di fronte al sentire la fede di una madre che ha perduto un figlio. Nelle scene iniziali, che mostrano uno sfondo di vetrate, si sente una voce maschile ‒ forse un uomo di Chiesa ‒ che si rivolge alla madre dicendo: «Adesso lui è tra le mani di Dio». A queste parole di consolazione troppo convenzionali, la madre risponde con voce fuori campo: «È sempre stato nelle mani di Dio».

Portando la comunione a casa ad una persona anziana, subito dopo il Covid, sono stato colpito dal suo raccoglimento, dal suo isolarsi sola con il dono ricevuto, sentendo in sé, viva questa presenza. E mi dicevo: “guarda come è in comunione e non tanto come fa la comunione” e ne restavo ammirato. Anch’io mi scostavo un poco in raccoglimento verso il balcone a guardare i bagolari dei baluardi e il rampicante di bignonia nella sua spettacolare fioritura che copriva il tetto sottostante. È una scultrice e pittrice, questa persona, e così abbiamo cominciato a parlare della contemplazione: quella dell’arte e quella della fede. «Se non si è attenti ‒ diceva ‒ se non si ascolta la vita e non si guarda con accortezza colui che ci sta di fronte, non entriamo dentro al suo mistero, nemmeno abitiamo il mistero della natura». Contemplare è ritagliarsi uno spazio di cielo, come facevano gli auguri antichi, per entrare in comunicazione con l’altro, per riceverne auspici, per cogliere in profondità, cuore a cuore, il suo manifestarsi e così, comprendendolo, entrare in sintonia.

Mi parlò poi di suo fratello, al quale rimproverava, dopo la messa vissuta assieme, di non credere nella comunione: ma non perché non la ricevesse, ma perché non si raccoglieva a sufficienza in contemplazione, distraendosi subito dopo. E aggiunse: l’ho comunque rincuorato dicendogli che era in buona compagnia perché anche don Andrea, quando celebra, non crede nell’eucaristia. Nascosi lo stupore evitando di prorompere in un «ma nooo, cosa dice!!!». Percependo però il mio disagio, aggiunse: «eh sì perché anche lei dopo che si è comunicato, si lascia subito prendere da quelli che l’aspettano per la distribuzione del pane eucaristico, e così non si raccoglie alla presenza del mistero vivo che ha dentro. Se ne va subito altrove!». E’ vero, pensai. A volte sono più Marta di Maria. Il sentire della fede di quella donna anziana, che non sapeva certo di teologia, ha dato più profondità al mio stesso sentire quella presenza accolta in me, come oscurità che illumina, abbassamento umile, come un pane spezzato che si lascia mangiare e ti sostiene sollevandoti; uno sguardo che riapre gli occhi della fede quando si chiudono al dono e al compito della contemplazione.

Da una poesia di Clemente Rebora raccolgo questa suggestione: colui che contempla è come la lucciola raccolta nella mano, e il sentire palpitante del lume della fede arriva a manifestarsi come un grande sole:

«Lucciola, io ti chiudevo
Nella man come in cuore,
Perché nell’ombra lieve
Il palpitante lume
Ti paresse un gran sole».

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