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Il vento raggiante del tuo linguaggio
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Il «vento raggiante del tuo linguaggio» – che sale dalle profondità cosmiche dell’universo e della coscienza umana, che ha percorso le distese sconfinate dei deserti e degli oceani per spazzare via la chiacchera delle parole inautentiche – resta un «cristallo di fiato», capace di testimoniare con chiarezza la diafania della tua esistenza: «In fondo al crepaccio dei tempi, presso il favo del ghiaccio attende, cristallo di respiro, la tua irrefutabile testimonianza», (Paul Celan [Qui], Poesie, Milano 1998).

In quel pellegrino dell’assoluto che è stato Pierre Teilhard de Chardin [Qui], il linguaggio assume i lineamenti di una metafora dell’esistenza; anzi ne è la sua trasparente diafania. L’esistenza viene da lui colta nell’atto dell’attraversamento, del viaggio, della cura, della ricerca di un senso. Il linguaggio ne assume le espressioni, i tratti, le luci e le ombre; ne penetra la densità materiale, ne sonda il mistero profondo. Si contrae e si espande come i ritmi del suo cuore, esplode o implode, avanza o si ritira, assecondando i tempi e gli spazi, i pieni e i vuoti dell’azione o delle passività. Esso esprime l’esigenza di comunione o di distacco in base alla scoperta e all’orientamento trascinante della “più vita”, della “super-vita”: ne condivide il gusto o l’amarezza secondo che ci sia da condividere il pane o il calice amaro.

Il linguaggio, per Teilhard, è una mimesi. Imita, riproducendole creativamente, l’intuizione e la visione interiore, manifestandole attraverso le realtà simboliche del mondo. È specchio dell’interiorità nel suo schiudersi, immagine del pensiero nel suo scaturire. Attraverso la creazione di segni e immagini simboliche, dell’esperienza interna ed esterna, offre alla persona la possibilità di conoscere e riconoscersi, di sperimentare e sperimentarsi, comunicandosi così al di fuori di sé nella narrazione. Il linguaggio, pertanto, è dimensione dell’esperienza itinerante, della sua vita “vagabonda”, nel suo andare sempre oltre se stessa. È trama ed insieme sforzo per rigenerare il senso della vita, la sua comprensione e le nuove scoperte.

Non è solo imitazione creativa, mimesi appunto. Il linguaggio ha pure una sua singolarità, possiede una sua realtà ed oggettività: è cultura, è dono che viene alla persona nell’atto stesso di esperire la realtà, o meglio – come direbbe Guardini [Qui] – «costituisce il disegno preliminare per il verificarsi dell’incontro personale, […] spinge alla realizzazione dell’incontro io-tu» (R. Guardini, Mondo e persona, 168).

In Teilhard il linguaggio riflette i movimenti del cuore, intelligenza senziente, per modularli su quelli di un universo sentito dappertutto in formazione, in evoluzione, sicché, trascinato in un’ascesa irresistibile verso il personale, diventa, in modo significativo, linguaggio che orienta e stimola la libertà verso l’azione.

È sentito non solo come mezzo, come tecnica, ma come un vissuto nell’atto di esprimersi, di affidarsi ad altri; come un’esistenza nell’atto di dire se stessa, come lo spazio in cui si formano e si dànno l’intuizione, il pensiero, il senso del vivere, il lavoro intellettuale e spirituale. L’intero esercizio dello spirito e il sentire della coscienza si attuano e si dicono nell’evento del linguaggio.

Il linguaggio, in Teilhard, si origina, plasma ed è plasmato nell’esperienza della sua vita; l’interiorizza, la riflette e insieme la comunica; è l’esperienza delle battaglie nelle foreste dell’Aisne ed a Verdun, nella prima Guerra mondiale, a cui partecipa come portaferiti, passando sotto il filo spinato, vicino alle trincee nemiche per recuperare i soldati colpiti dopo ogni assalto (Genèse d’une pensée, 1914-1919).

È l’esperienza dei suoi viaggi tra gli altipiani, nei deserti, nelle steppe dell’Asia (Lettres de voyage 1923-1955) e quella profondissima del suo mondo interiore, spirituale e mistico scritta ai suoi amici (Lettres d’Egypte 1905-1908 e Lettres intimes. À Auguste Valensin, Bruno de Solages, Henri de Lubac, André Ravier, 1919-1955 e Accomplir l’homme, 1926-1955; Lettres à Léontine Zanta e a Jeanne Marie Mortier).

Le sue parole si riempiono di stupore, si svuotano nella lotta, sono messe alle strette nelle fatiche. Sono parole che si piegano e gemono nelle trincee – egli scrive, tra il fango delle trincee, appunti e racconti da cui poi nasceranno i suoi testi – parole che passano sotto i reticolati, scavalcano le fortificazioni, sussultano tutte e trattengono il respiro al sibilo dei proiettili e al fragore delle esplosioni; vibrano insieme alla terra e imparano così a dire cosa siano l’assalto e il ritirarsi, il coraggio e la paura, la vita che irrompe, quella ferita e quella che si nasconde, si rialza o che muore.

Teilhard scopre tra i morti e i feriti, a migliaia lungo la linea del fronte, l’essenzialità di parole che cercano un varco e una direzione verso la vita, le mescola al grido, al rantolo di vite immolate e ferite, immergendole nell’onda d’urto della prima linea, e su tutto intravede compiersi il mistero della croce. Impara ad affrontare il rischio dell’amore e ad esprimerlo; innestato agli altri linguaggi per ferita, egli così entra ogni volta nella morte per risorgere vivo.

«Questa volta ci hanno dunque spediti sulla riva destra tra Thiaumont e Fleury; e in questa terribile zona siamo rimasti per una decina di giorni. Mi è vietato qui scendere nei particolari delle operazioni a cui ho assistito, ma ti posso rivelare se non altro che laggiù ho passato ore insieme penose e straordinarie, funzionavo si può dire come una macchina, ero quasi spersonalizzato. La cornice è quella dei peggiori campi di battaglia di Verdun. Oltre gli avvallamenti dove si trovano ancora tracce di boschi e dove gli alberi sono ridotti a pali, rimane un po’ d’erba. Al di là, non c’è praticamente vegetazione; ma solo pietrame sconvolto o, più spesso argilla che sembra arata fino a due o tre metri di profondità: un vero paesaggio lunare. È una zona dove non esistono più trincee, dove ci si nasconde nelle buche fatte dalle granate collegate alla meglio; e tante volte per entrarci bisogna prima tirar fuori il cadavere di un tedesco o di un francese. […] In compenso i bombardamenti, gli attacchi, i tiri di sbarramento, erano continui. Ho passato due giorni in una buca, bersagliato per ore da granate che cadevano fino a meno d’un metro da me. In questo genere di vita, i nervi diventano un po’ tesi. NS, tuttavia, ha tenuto alto il mio morale», (Genesi di un pensiero, 23.8.1916, 101).

Il linguaggio in Teilhard è pure come mulattiera impervia tra le montagne della Cina; è distesa e spazio aperto, possibilità di infinite vie in cui provare ad orientarsi nell’altopiano desertico degli Ordos in Mongolia; è orizzonte sconfinato in navigazione in mezzo all’oceano, unica guida le stelle. Imparando la scienza del tempo e della durata, diventa anch’esso un martello come quello che egli usava per aprire le rocce e dischiudere fossili, pure mano sapiente, attenta e premurosa per raccogliere selci e indizi preziosi per la storia dell’uomo nel passato; egli dirà di quella stagione della sua vita: «Il Passato mi ha rivelato la costruzione dell’Avvenire» (Lettere di viaggio, 8.9.1935, 151-152).

Linguaggio, il suo, che sperimenta l’obbedienza della fede come la necessità di un ascolto profondo e che attende nel silenzio operoso la riuscita finale; dice ancora la fedeltà e la dignità dell’amicizia come la sua propria dignità, vive l’amore alla Chiesa con parole di dialogo e di pazienza, nonostante essa non comprenda anzi rifiuti il suo sforzo di declinare insieme fede e scienza; egli continuerà a riconoscendola come il vincolo necessario per «amorizzare il mondo e salvare la sua stessa vita».

Un linguaggio che porta alla luce una «fede che opera»; si nutre della Provvidenza operante nell’universo che lo istruisce sulla sua piccolezza aperta all’infinitamente grande ed insieme lo rassicura, portandolo, amorevole, in un più grande abbraccio di sicura speranza di buon futuro. Linguaggio che impara così l’armonia nel raccoglimento e, nei ritiri spirituali, è messo di fronte all’unica grandezza necessaria: è posto in seno a Dio sempre più grande, al quale egli chiede che gli conceda di «udire e far udire fino all’ebbrezza l’immensa musica delle cose».

«L’aria e il mare; spesso lenzuolo vivente, dove formicola e scivola la vita, fluida e densa come l’ambiente che la contiene… Le sere acquistano un incanto delizioso nel mezzo di questo vasto lago senza sponde. Ieri non mi stancavo di guardare ad est l’uniformità lattiginosa del mare, verde di un’opalescenza dove nulla traspare, chiaro più del fondo del cielo. D’un tratto, sull’orizzonte, un nembo diffuso s’è tinto di rosa, e allora le piccole ondulazioni oleose dell’oceano, restando opaline da una parte e trascolorando dall’altra nel lilla, hanno trasformato per qualche istante l’intero mare in un serico moerro (moir soyeuse). Poi la luce s’è spenta e le stelle hanno cominciato a specchiarsi intorno a noi, quietamente, come nelle acque di un bacino tranquillo…

Lasceremo questi boschi; prevedo che rimpiangerò un rifugio così adatto a farci sentire immersi nel fitto delle esistenze. Nella foresta di Compiègne ci sono alberi ad alto fusto persino più belli che in quella di Laigue: si può vagare per ore tra un colonnato interminabile di tronchi diritti e lisci su un tappeto di foglie secche e sotto vere e proprie ogive di rami. Non è possibile immaginare tempio migliore per il raccoglimento. Ho sentito spesso al pari di te che la Natura dà più inquietudini che soddisfazioni: la Natura è palesemente la base di Qualcosa d’indefinibile, la faccia di Qualcuno non definibile e non ci potremo riposare in lei, almeno io sento così, se non si arriva al Termine nascosto», (Dalle Lettere di viaggio).

Da queste frequentazioni e visioni ardenti il linguaggio di Teilhard riparte rigenerato, aurorale, capace di una resistenza nuova quella della rinascita, che conosce la meraviglia e la gioia della scoperta e del possesso della vita che avanza, nascosta tra le pietre e le pieghe del tempo. Pure essa immersa in Colui che è all’origine di tutte le cose, presente alla nascita e allo sviluppo dell’apprendimento e di ogni linguaggio in esse. La Parola: potenza spirituale della materia che ne provoca la comprensione, nell’atto di plasmare con le sue mani la creazione e l’uomo in essa.

È linguaggio così che si riveste dell’attesa di un compimento, di futuro, si protende verso la luce di un volto e l’intravede, prolungando in avanti le profondità del passato che ha scoperto. Si bagna nell’attraversamento dei fiumi e impara così l’immergersi nella realtà, l’avvolgersi in essa e l’uscirne fuori. Si nutre del silenzio delle vette, si forgia sperimentando l’aridità dei deserti nel caldo torrido e nel raggelante freddo delle steppe attraversate nella famosa Crociera Gialla.

È linguaggio che vive “cosmicamente” il Fenomeno umano con un «interesse palpabile grande quanto il cuore». È linguaggio che narra le profondità, le altezze, l’ampiezza dell’«Ambiente divino e mistico» abbracciante, dentro e fuori, abbracciante il Fenomeno umano. Non rifugge neppure la complessità, anzi la riconosce come la sua sfida: il compito di attraversare il deserto della modernità, ricostruendo i frammenti che la scienza scopre e analizza nel passato in una sintesi nel Cristo-universale. Le sue parole sono un «Inno alla Materia», un «Inno all’Universo» e «al Cristo, sempre più grande» in essi.

Il linguaggio di Teilhard è “vento raggiante” perché in-formato dalla Scrittura e dallo Spirito in essa; incarnandosi nella sua vita, genera in lui il “suo” vangelo e la “sua” missione. Prende la forma di “preghiere nella durata”, ne innerva la vocazione, informa e forma, in una sintesi prospettica sempre aperta, intuizioni, pensieri e riflessioni, appunti e schemi annotati su taccuini, durante le soste forzate o le traversate in mare, come trama segreta e offertorio del mistero della fede celebrato e vissuto: un’occasione, un accadere “permanente” per comunicare con il Cristo attraverso tutte le forze della terra, quelle di crescita e quelle di diminuzione, che mortificano e che vivificano.

Un lessico di parole – infine – per il rendimento di grazie, per trasformare la vita in celebrazione, e la celebrazione in vita: una “messa sul mondo” in un chiesa senza pareti, oltre e al di là di ogni confine e orizzonte; rendimento di grazie per prolungare di nuovo la grande eucaristia della creazione, convergente nel corpo del Cristo mistico e cosmico che continua a formarsi attraverso tutti gli accrescimenti e le diminuzioni, le gioie e le speranze, i lutti e le angosce di un universo in evoluzione:

«Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la messe attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. Il mio calice e la mia patena sono le profondità di un’anima ampiamente aperta alle forze che, tra un istante, da tutte le parti della Terra, si eleveranno e convergeranno nello Spirito. Vengano pertanto a me il ricordo e la mistica presenza di coloro che la luce ridesta per una nuova giornata», (La Messa sul Mondo, in Inno dell’universo).
Anche oggi: “presto di mattina” appunto.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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