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In cammino per edificare la città dell’uomo
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L’anno liturgico dispiega dentro l’anno civile, senza coincidere con esso né per l’inizio né nella fine, il cammino di un popolo che, di domenica in domenica, si raccoglie nell’ekklēsía, l’assemblea cristiana, convocata e radunata dalla Parola di Dio, per essere poi inviata a testimoniare quella Parola nella propria vita.

Riattualizzandolo nel presente, esso ripercorre lo stesso cammino di Gesù, il suo esodo verso la Pasqua generativa di operosa speranza e di corresponsabilità fruttuosa, con l’intento di edificare la città dell’uomo in assonanza con quella verso cui sono protesi lo sguardo e il cuore. È questo il senso profondo non solo dell’anno liturgico ma di ogni domenica, in cui siamo chiamati a partecipare al memoriale della Pasqua, lasciandoci orientare dalla forza dello Spirito del Risorto verso il compiersi dei giorni e la domenica senza tramonto. Al pari dei quarant’anni nel deserto, l’anno liturgico traccia dunque un cammino, percorrendo il quale ciascuno di noi riesce a conoscere ciò che ha nel cuore (Dt 8, 2), ma al tempo stesso gli è dato conoscere quello che Dio ha in serbo nel proprio cuore. Ricorda infatti Gregorio Magno: «Disce cor Dei in verbis Dei» («Impara il cuore di Dio nelle Parole di Dio» Lettera 31).

L’anno liturgico si è da poco concluso. Lo abbiamo lasciato alle spalle con la festa che celebra Il Pantocrator (colui che tiene tutto nelle proprie mani), figura tipica dell’arte bizantina che ben rappresenta Cristo, Re dell’universo, “tutto in tutti” (Col. 3,11). Il nuovo anno liturgico è così anticipato rispetto all’inizio dell’anno nuovo civile di quattro settimane, durante il quale siamo chiamati all’attesa. Come la nascita del sole è preceduta dall’aurora, così la nascita di Gesù è preannunciata, per i cristiani, dal tempo aurorale dell’Avvento che, sollevando a poco a poco il sudario della notte, disvela i significati nascosti.

Sotto questo profilo, la celebrazione del Cristo Re dell’universo è paragonabile ad un passante di valico, ad un confine, che trattiene e attira insieme, transito dal vecchio evo a un tempo nuovo, da una fine verso un nuovo inizio, perché ‒ come ci ricorda l’Apocalisse ‒ «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5). La novità, si badi, non scaturisce dal ciclo temporale, ma da un dispiegarsi lungo l’intero anno dagli eventi che hanno segnato la vita di Cristo, rivelando un rovesciamento di paradigma: «Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Siamo così chiamati a lasciarci istruire dalla logica del Vangelo e dalla vicenda storica di Gesù di Nazaret. A partire dallo stile del suo “regnare”, che in lui si esprime, non già come dominio, ma come servizio sino all’estremo della donazione della propria vita (Regnavit a ligno Deus): «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,1).

Il vangelo della scorsa domenica, l’ultima dell’anno appunto, riportava la parabola del giudizio universale. Più che descriverci l’evento inquietante del giudizio ultimo, spiegandoci come sarà, la parabola pone il cristiano di fronte a Cristo, qui ed ora, ricordandogli le sue responsabilità di ospitalità ed accoglienza verso gli altri, oggi. Un invito a vigilare, a scorgere quella regalità umile del Servo del Signore che riveste i panni degli “insignificanti”: uomini e donne del nostro tempo, nei quali è intriso, senza rendersi riconoscibile, il Cristo affamato, assetato, nudo, straniero, prigioniero, ammalato. Rivestito dell’umanità dei “marginali” e postosi nelle periferie geografiche, istituzionali, religiose, esistenziale del suo tempo, Egli è diventato un uomo di confine, lui stesso marginale, umiliato, estromesso dalla città. Ma così facendo, condividendo la sorte del più umile tra gli uomini, egli, per la sua compassione, ha attraversato la soglia della morte, ritrovando la propria vita perduta nelle mani del Padre. Non solo allora: ma di continuo anche oggi Egli ritorna ‒ prima della sua venuta definitiva ‒ nelle sembianze di uno sconosciuto, affinché la sua umanità presente e viva nella carne «dei suoi fratelli più piccoli» venga di nuovo accolta, sfamata, rivestita, visitata, ospitata. Così quel giorno, quando verrà nella sua gloria, mostrando il suo volto glorioso anche a coloro che non lo hanno riconosciuto e nondimeno hanno praticato il comandamento umanissimo del suo amore, egli li inviterà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno» (Mt 25,34).

L’evangelista Matteo sviluppa il suo vangelo sullo sfondo di cinque grandi discorsi. Con essi Gesù maestro svela ai discepoli i misteri del Regno dei cieli. Nel primo discorso, quello in cui Gesù proclama le beatitudini sul monte, la sua prima parola è “Beati” (cap. 5). Nell’ultimo, con cui Gesù termina il suo insegnamento sul Regno, quello detto escatologico, sulle realtà ultime, la prima parola che il Figlio dell’uomo veniente nella sua gloria pronuncia è “Benedetti” (cap. 25). Matteo ha posto così la sua comunità alla scuola della Parola di Gesù, ricordandone l’efficacia generata nel praticarla. Chi non la pone a base della propria vita sarà come una casa senza fondamenta; mentre chi la vive, come una casa fondata sulla roccia, resisterà anche alla tempesta. Se con le beatitudini abbiamo la promessa e l’anticipo della prossimità di Dio al suo popolo ‒ mediante l’esserci di Gesù, con gli “insignificanti” i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati, incontrati strada facendo ‒ nei “benedetti” si compie quella promessa che coinvolge tutti coloro che non si sono sottratti, anche solo in ragione della propria umanità, a farsi prossimo dell’altro. Promessa e compimento.

Un testo paolino può aiutarci a ripercorrere la parabola “contromano”, a cominciare cioè dalla fine. Scrive Paolo: «Nessuno di noi vive per se stesso». Chi vive per se stesso, praticando un’esistenza respingente ed escludente l’altro, si sentirà ripetere dal Figlio dell’uomo le sue stesse parole, quelle da lui pronunciate passando oltre, senza fermarsi davanti a chi lo supplicava: «Via, lontano da me». La parabola vuole pertanto risvegliare la coscienza di chi l’ascolta, il quale si sente giudicato dalle sue stesse parole, al fine di provocare un cambiamento di atteggiamento e una presa di responsabilità in ordine al fatto che ci si salva solo insieme: chi trattiene la vita per sè la perde, chi la perde la ritrova dice Gesù. Possibile che non comprendiamo? Se paragoniamo la vita all’aria, l’essere cristiani impone di seguire la dinamica della respirazione: per inspirare di nuovo devi espirare, lasciar andare, perdere l’aria che trattieni. All’apparenza sembra che si perda qualcosa di vitale come l’aria, ma è la sola condizione per poter vivere. Trattenendo il fiato, non c’è speranza di vita: si muore.

Le altre parole di Gesù, «Venite benedetti», ricalcano invece quelle pronunciate da coloro che si sono fatti ospitali verso i fratelli più piccoli e, sentendoli come una benedizione, hanno detto loro: “venite avanti, entrate, c’è posto anche per voi”. Una ospitalità che suscita stupore e meraviglia in coloro che sono abituati ad essere respinti ai margini; la stessa gioiosa meraviglia che pervaderà coloro che alla fine scopriranno di aver accolto in quei piccoli il Figlio dell’uomo.

L’apostolo Paolo fa seguire alle parole «nessuno vive per se stesso» queste altre: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8). L’appartenenza al Signore consiste nell’aver preso parte alla sua vita nascosta nei più piccoli, a prescindere dall’averlo incontrato e riconosciuto nella fede oppure no. Tale appartenenza si attua ogni volta che la nostra umanità prende la forma di una “pro-esistenza”, espressione coniata dal teologo Heinz Schürmann per indicare l’apertura della vita di Gesù agli altri, che nella morte ‒ con il suo affidarsi al Padre e il perdono rivolto ai suoi uccisori ‒ raggiunge il culmine della sua ampiezza. In questa sconfinatezza ed eccedenza di amore egli rivela l’unità profonda di destino dell’uomo e di Dio, dell’infinito nel finito: il Dio con noi, chiamato nel Natale, l’Emmanuele.

E da domani, inizio dell’Avvento, proveremo a cercarlo sul quel confine incipiente che non è limite ma porta ‒ un “vado” ‒ lo stesso dell’aurora che chiama al senso e ne è l’accesso, quello del suo originarsi e del suo compiersi come amore, praticando il quale si potranno ritrovare i nomi dei luoghi, dei volti e delle cose: il lontano vicino, l’estraneo fratello. Scrive Maria Zambrano: «L’Aurora appare distesa, seminata come un germe che irrompe nell’oscurità. Appare, a colui che la attende o la spia, innanzi tutto come una linea, come un confine che divide; linea che separa offrendo, creando insieme abisso e continuità. La linea dell’Aurora tanto attesa non è già l’Alba. L’alba comincia a fondersi a fuggire quasi, offrendo l’immagine lieve di tutto un regno, di qualcosa di ineccepibile; mentre l’Aurora, che ha risvegliato il germe dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite, un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso, reca il senso la sua origine e la sua finalità» (Dell’Aurora, 27).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

 

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