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Incontrare Dio nella diafania del ghiacciaio dell’Ortles

PRESTO DI MATTINA
Incontrare Dio nella diafania del ghiacciaio dell’Ortles

Tempo di lettura: 8 minuti

Giovedì scorso, 6 agosto, è stata la festa della trasfigurazione, che gli orientali chiamano Pasqua dell’estate. Questa ricorrenza mi offre l’occasione per onorare almeno in parte una promessa, sinora mancata, fatta a un amico, Daniele Borghini, di riprendere ‒ adesso purtroppo solo per iscritto ‒ le nostre conversazioni su Pierre Teilhard de Chardin. Non per caso, del resto, la mia presentazione al suo libro di racconti (D. Borghini, La direzione dei miei passi ubriachi, Nuove carte, Grignano, VI 2019) si conclude proprio con la narrazione onirica di un amico perduto e trasfigurato: il quale “giunto alla porta si fermò e si girò indietro come a guardarlo, poi aprì la porta e ogni cosa era illuminata, fece un passo e attraversando la soglia entrò in quella luce che non è né del sole, né della luna e si incamminò nel giorno che non conosce tramonto”.

Trasfigurazione, infatti, è una parola che va oltre la sola forma del cambiamento. Né rende perfettamente l’idea il termine ‘metamorfosi’ utilizzato dal testo greco del vangelo. Penso invece che l’espressione più appropriata sia resa dal neologismo ‘diafania’ (διαφάνεια), coniato proprio da Pierre Teilhard de Chardin per esprimere l’idea di una manifestazione attraverso la materia resa trasparente, diafana appunto, al fine di rivelare il mistero che l’attraversa. E proprio “la trasparenza di Dio nell’Universo”, e non già la sua plateale comparsa, è per Teilhard “il grande mistero del Cristianesimo”, chiamato a scorgere nella diafana materia ardente, infocata e manifesta di Gesù l’essenza del Padre (Le Milieu Divin, Pechino, 1927-28, vol. IV, 162).

Questa singolare forma Christi si dà a vedere sul Tabor agli occhi impauriti dei tre discepoli, come una ‘prolessi’, un anticipo della metamorfosi che si compirà a Pasqua dentro al loro cammino verso Gerusalemme, dove essi assisteranno, non solo allo scempio di una morte beffarda sul volto sfigurato del crocifisso, ma pure allo splendore sfavillante del volto del risorto; al Tabor essi non compresero tuttavia cosa significasse risorgere dai morti. Il mistero si darà a conoscere agli occhi della loro incredula fede il mattino di Pasqua e consegnato alla loro testimonianza rigenerata dallo Spirito, affinché essi lo annunzino al mondo con autenticità di vita evangelica. Un mistero ‒ come scrive Teilhard ‒ la pienezza del quale si sta tuttora compiendo nell’evoluzione del cosmo: “E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e d’amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo, sono e divengono; e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata” (La Vita cosmica, 1916, ETG, 87).

Cogliere il divino tramite la diafania dell’universo è, per Teilhard, un’attitudine dello “sguardo mistico”. Che non è però riservato solo ai mistici, ma a chiunque vi si predisponga. Vi è, infatti, una cristologia che ogni credente riscrive attraverso il vissuto concreto della propria esistenza cristiana: vissuto in cui le parole, il più delle volte, non sono mutuate dalla teologia, ma scaturiscono dal vissuto, dal praticare l’alterità scrutandola con gli occhi della fede. Perché, così come ci ricorda Eugen Drewermann, “al centro di ogni esperienza religiosa ci sono i veggenti [i mistici] e non i teologi” (Psicologia del profondo e Esegesi, Brescia 1996, 17), chiamati, per l’appunto a cogliere la divinità che traspare dal mondo, che è penetrato, attraversato e abitato dalla bellezza di Dio rivelativa del suo disegno salvifico.

In questa prospettiva, ‘diafania’ è quindi il mostrarsi agli occhi della fede della presenza del Cristo nell’universo. Un’esistenza, in esso, sempre più cosciente e coinvolta, frutto di un processo di convergenza che traduce la complessità in una sempre maggiore coscienza di centrazione ed ex-centrazione. È il frutto di un dinamismo verso una più grande unione di personalizzazione in direzione di un centro ultimo di consistenza e di amore.

Di fronte alla trasfigurazione come diafania ‒ fiamma che attraversa e trapassa ogni cosa ‒ non è solo la contemplazione che è richiesta, ma l’azione; non appena lo stare con il maestro, ma il ri-partire con lui. I discepoli, che inizialmente non lo comprendono, vorrebbero invece restare lassù, essendo ben disposti, pur di non ripartire e discendere dal monte per incamminarsi a Gerusalemme nel cuore del conflitto, a lasciare a Gesù e ai suoi ospiti, Mosè ed Elia, le tre tende mentre loro avrebbero dormito all’aperto. Ma la trasfigurazione sprigiona un’incandescenza di amore così prorompente da vincere ogni indolenza, da scavalcare ogni remora interiore, e anticipa nei discepoli la forza della pentecoste, capace di sospingerli ad attraversare i confini fisici e interiori per intraprendere il viaggio con il vangelo, la loro missione perseguita e amata come una mistica: un’esperienza che ti attraversa trasfigurandoti.

Perché solo così si ha autentica evangelizzazione. Anche nell’imminente futuro, infatti, o l’evangelizzazione sarà mistica, scaturirà cioè dell’esperienza stessa del mistero vangelo nascosto nel campo del mondo ‒ una freccia che trafigge il cuore di chi annuncia come a Teresa d’Avila, misteriosa diafania e fuoco – “sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei fosse già acceso”, disse Gesù prima della sua passione ‒ oppure si ridurrà a propaganda politica, sentendo la quale altro non si genera se non il gesto di chiudersi le orecchie. “Io, o Signore, ‒ scrive Teilhard ‒ per la mia umilissima parte, vorrei essere l’apostolo, e (per così dire) l’evangelista del tuo Cristo nell’Universo… debbo come la vita adulta e la fiamma ardente propagare il fuoco che mi hai comunicato”, (Il Sacerdote, 1918; ETG, 380-381). E scrivendo ad un amico, egli gli augura che “la vita le offra questa grande gioia di cadere sopra un roveto come una scintilla ‒ sicut scintilla in arundineto – dice in qualche luogo la Scrittura (Sap 3, 7) ‒ che il nostro essere sia teso, e pieno di ardore, verso ciò che in ogni cosa è lo Spirito, e questo Spirito si sprigionerà grazie al nostro sforzo oscuro e anonimo. Ecco la fiducia tenace che deve dominare e quasi coprire le forze che lei avverte” (Lettere di Viaggio, 11.11.1929, 102-103).

Agli occhi di Teilhard quella diafania cristologica che fu la trasfigurazione del Signore si dinamizza, prendendo la forma di un ambiente in evoluzione, consistente ed attivo, energetico ed amante, in cui ci è dato riconoscere che l’amore di Dio è la radice vivente, il dinamismo evolutivo verso un compimento che alimenta e sostiene il cammino di tutte le cose. Ecco perché, in Teilhard, la parola diafania intende esprimere non solo la struttura simbolica del reale, ma proprio l’esperienza originaria e relazionale dell’incontro con Dio. È l’umanità del Verbo, è l’uomo Cristo Gesù, il suo cuore e la sua diafania che diventano luogo ed espressione della visibilità e dell’incontro con Dio, incontrato così non solo nel ‘per noi’ della trascendenza o nell’‘in noi’ dell’immanenza, ma Egli agisce ‘attraverso di noi’. Volendo ben si può dire allora che la trasfigurazione ci chiama ad essere diafania e trasparenza della sua paternità-maternità con le persone che incontriamo ogni giorno.

A Daniele affido questo testo, scritto quella volta che portai i ragazzi della parrocchia al rifugio Julius Payer, ultimo bivacco prima di salire verso la vetta del ghiacciaio dell’Ortles, che anche quella volta mancai tuttavia di raggiungere. Parole che non ho saputo trattenere dentro, per la nostalgia struggente di contemplare da vicino, di toccare anche solo con un dito il ghiacciaio: una diafania azzurrina nella quale si specchiava, in quel momento, il ricordo di tutti coloro che ci hanno preceduto sul sentiero della vita e ora risplendono della luce trasfigurata del monte Tabor.

Ghiacciaio dell’Ortles

E tu, con sguardo muto
e silenzioso grido
trattenuto da sigillate labbra
contempli
l’ultimo fronte del ghiaccio.
Tremendo e fascinoso insieme
esprime quell’unica immagine.
Non è fine, né sconfitta
Resistenza si chiama
muraglia bianca
incombente, guerriera,
ostile, maestosa,
vivente e non violata.
Ti attrae e ti respinge
Baluardi e torrioni fumanti
perché spazzati dal vento
Vortici e turbini di neve
che danzano
sono i suoi seducenti messaggi.
In un fianco della muraglia
il più alto,
traspare la sua anima:
diafania azzurrina.
Quasi smeraldo il suo cuore.
Ed allora il desiderio si lega alla speranza:
un giorno parlerò al suo cuore.

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