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La fede dove non t’aspetti
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Meraviglia di una fede che non t’aspetti, scaturita dall’intimo di una vita. Ti prende questa fede di sorpresa, e là dove non sospetti, è lei che trova te, come ti trova amore. «Trovommi Amor del tutto disarmato» direbbe il Petrarca, che aggiunge: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/che’n mille dolci nodi gli avolgea,/e’l vago lume oltra misura ardea/di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;/e ’l viso di pietosi color’ farsi,/i’ che l’esca amorosa al petto avea,/qual meraviglia se di sùbito arsi?». Gli fa eco, con meraviglia non minore, la poetica di Giovanni della Croce per il quale guizzo di fiamma è la forma della fede come amore: «O fiamma d’amor viva, Che sì dolce ferisci L’alma, ed al centro più profondo vai; Poiché non sei, più schiva, L’opra, se vuoi, finisci, Rompi la tela al dolce incontro omai».

È proprio sorpresa di un incontro che non t’aspetti quello che fa aderire la fede all’«ordo amoris». L’espressione è di Agostino ed è ripresa da Pascal (come «l’ordre du coeur») e da Max Scheler nei suoi scritti sulla fenomenologia e l’amore. In tutti si coglie la convinzione che il sapere della fede passa attraverso un cuore. Se l’intelligenza e le sue ragioni (l’intellectus fidei) non vengono abitate dalla fides cordis; se la fede non segue l’ordinamento, il ritmo sullo spartito dell’amore, «anche se parlasse tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se riuscisse a spostare le montagne sarebbe come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna: il resto di un nulla»(1 Cor 13,1). Così il credere, come il celebrare, o tesse la vita e si muove in essa, ad essa arriva e da essa riparte, o non serve a niente, perché ripete il nulla del suo vuoto: un tessere senza filo.

Come un libro scritto dall’amore, la fede, con il suo fare e il suo dire, pur nascosta dentro, esonda fuori per chi la incontra. Cristiana Campo, annotando la poesia Estasi di John Donne (1572-1631), riporta l’osservazione del critico letterario Giorgio Melchiori (1920-2009) che evidenzia in questo testo «l’uso amoroso del linguaggio teologico: il corpo come libro sacro, evangelo di una rivelazione. Ciò è di pochi poeti, e di pochissimi amanti, mentre il contrario è di tutti i mistici» (La tigre assenza, 265).

Come c’è un vangelo nascosto in ogni persona, così non c’è vita umana senza fede: magari quella che non t’aspetti, per quanto elementare essa possa dirsi e presentarsi. Del resto la vita nascente, infante, l’ha d’istinto quello di affidarsi. Un praticare l’alterità per imparare a vivere, per apprendere l’amore. Per Giovanni della Croce la fede, e la stessa esperienza mistica, come esperienza amorosa, determinano un collocarsi, un installarsi nella realtà stessa, nel cuore stesso della Scrittura, della Chiesa e della vita per realizzarle. La realtà presente è il luogo decisivo per incontrare l’Altro; il luogo in cui la fede rivela quella tenacia d’amore di cui parla il Cantico, quella che le grandi acque della morte non possono spegnere. “Tenace come una carezza” direbbe Ungaretti: «Periva il cuore. La tenace tua carezza Allontanò le tenebre, Le lacrime frenate a lungo Sgorgarono felici», (Vita d’uomo.Tutte le poesie, 314).

Lo stesso linguaggio della fede attraversa tutti gli ambiti della nostra esistenza: “far credito”, “provare l’affidabilità”, “fidarsi di qualcuno”, “essere di parola, mantenerla”. Una ‘soglia’ deve essere varcata, un confine attraversato in ogni esistenza umana in via di personalizzazione e di socializzazione. Passaggio verso un luogo di vulnerabilità è l’alterità che connota il credere: come una debolezza, perché si viene a dipendere dalla affidabilità dell’altro che si svela a poco a poco maturando la fiducia.

Imparare a credere è l’esercizio più umano. Non solo: è quello che ci rende sempre più umani, capaci di una libertà che si fa responsabile, che rende a sua volta affidabili per gli altri. La fede principia con il coraggio di praticare l’alterità con amore. Scrive Max Scheler: «Per questo l’amore è sempre stato per noi anche, nel contempo, l’atto originario con cui un ente – senza smettere di essere questo limitato ente – abbandona se stesso, per avere parte e prendere parte ad un altro ente». Il conoscere della fede «presuppone quindi sempre questo atto originario: un abbandonare sé e i suoi stati, i suoi propri contenuti di coscienza, un trascenderli, per giungere, per quanto possibile, ad un’esperienza vissuta di incontro col mondo. E quel che chiamiamo “reale”, effettivo, presuppone innanzitutto un atto del volere… [etico, che] presuppone a sua volta un amare, che lo preceda nella direzione e nel contenuto. L’amore, quindi, sempre risveglia alla conoscenza e al volere, anzi è la madre dello spirito e della ragione stessi» (Scritti sulla fenomenologia e l’amore, 118). La fede e l’amore hanno lo stesso luogo: l’umano vivere. E la fede è chiamata a pronunciarsi e ad esercitare la propria testimonianza sulla affidabilità dell’amore degli altri e dell’Altro.

Nei vangeli “la fede dove non t’aspetti” è stata pure l’esperienza fatta da Gesù nei tre anni del suo ministero, dentro e fuori la Palestina. Egli sembra non trovarla nei referenti e negli ambienti religiosi istituzionali, refrattari e increduli. Una sfiducia respingente e generativa di conflittualità sfocia in uno scontro aperto, tanto che egli alla fine dovette restare nascosto. “La fede dove non t’aspetti” egli la scopre invece nei piccoli; e lo stupore è tale che si cambia in esultanza: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”» (Lc 10,21-24; Mt 11,25-30).

Gli viene incontro all’improvviso mentre è in cammino per strade secondarie, attraversando poveri villaggi, nelle figure samaritane, negli amici come Lazzaro, Marta e Maria. Addirittura egli trova davvero grande la fede della donna siro fenicia, una pagana che lo rincorre senza rassegnarsi ai suoi rifiuti, ma ribattendo parola su parola: «[Dissero i discepoli]: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”» (Mt 15, 26-27).

La stessa cosa accade nel racconto del centurione romano e del suo servo malato. Essendo egli pagano, non voleva mettere in difficoltà Gesù, facendolo entrare nella sua casa; così egli «mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene”. All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”». Così fu con Zaccheo e lo stesso evangelista Matteo entrambi odiati pubblicani, perché esattori delle tasse imposte al popolo dai Romani.

Ma Gesù la scorge nascosta e ammutolita in una madre vedova, nel villaggio di Nain, mentre va a seppellire l’unico figlio. È talmente oscurata dal suo dolore che sembra ormai senza più fede e per questo non si avvede nemmeno della presenza di Gesù. Ma questi non ha bisogno di parole: è lui che la scorge in quello che c’è nel cuore, in quell’indicibile dolore che lo spinse a muoversi, senza attendere un richiamo, appena la vide, e ne ebbe compassione: «Non piangere!», questo solo le disse, prima di restituire a lei e alla vita il figlio.

Altre volte, come nell’episodio della figlia morente di Giairo, il capo della sinagoga, la cui fede è messa alla prova da persone accorse in fretta, che gli dicono di non importunare più il maestro perché la figlia è morta. Vediamo Gesù farsi sostegno a quella fede ormai inaridita sul punto di smarrirsi e gli dice: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5, 21-43). Dieci lebbrosi furono guariti quella volta, ma uno solo ritornò indietro a ringraziare ed era un samaritano, un forestiero, un eretico.

Il bene della fede che non t’aspetti Gesù lo semina nelle sue parabole: quella dei due figli ai quali il padre chiede di andare a lavorare nella vigna: il primo disse sì andrò, ma poi non andò; il secondo figlio disse subito di no, ma poi andò. O quando domanda al dottore della legge, dopo la parabola del samaritano: «Chi gli fu prossimo di quei tre passati sulla strada?» «Chi ha avuto compassione di lui» fu la risposta. Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Ci ricorda la lettera agli Ebrei che Gesù «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), dall’esperienza di quella fede condivisa con i poveri e i piccoli che è pratica di ospitalità verso tutti, e che apprende affidandosi a colui che egli chiamava “il Padre suo” rivelandolo come il Dio affidabile a cui prestare fede; imparando pure dalla “fede che non t’aspetti”, un abbandonarsi fiduciosi per lasciarsi trasformare. Ci ricorda Paolo che nel vangelo, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, si rivela l’affidabilità di Dio, da fede a fede, come sta scritto: «il giusto per fede vivrà» (Rm 1,17)

Sta terminando la settimana detta “Laetare”, un “ristori” si direbbe oggi, nel rigore del tempo quaresimale. Così in questa settimana ci ha accompagnato un ritornello, annuncio di buone notizie che ha inteso anticipare la gioia, l’ormai vicina gioia pasquale, una luce alla fine del tunnel della quaresima: «Rallegrati, Gerusalemme, sfavillate di gioia con essa, voi che eravate nel lutto e voi tutti che l’amate radunatevi». (Is 66,10-11). Una letizia che non t’aspettavi.

All’inizio di questa settimana, sorpresa di una fede di cui non si vedeva traccia alcuna: un whatsapp di un amico che diceva «guarda, per il tuo prossimo mattutino e poi sono sicuro che ti evocherà una scintilla giusta». A seguire un girasole e un filmato con Laura Pausini che raccontava a Fiorello gli esordi della sua passione musicale, cresciuta in parrocchia con i canti della messa. Poi, improvvisamente intona un canto di chiesa e lo ripete insieme alle persone che erano presenti; sembrava la messa della domenica Laetare in parrocchia: «E sarai servo di ogni uomo, Servo per amore, Sacerdote dell’umanità». Fiorello sgranava gli occhi incredulo e, al canto dell’Osanna, pure lui si lascia coinvolgere da quel coro parrocchiale improvvisato. Ed era tale l’entusiasmo loro che a me sembrava uscisse fuori con le parole anche la loro fede nascosta dentro. Non era più un semplice canto, ma sulle loro labbra la musica e la gioia erano diventate una lode e un rendimento di grazie. Mi sembrava proprio di stare a messa, ed ho pensato è proprio vero: Hilarem datorem diligit Deus», il Signore ama chi dona con gioia.

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