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La trasfigurazione, una pasqua nascosta
acqua polla bolla
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«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicc[Qui]

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