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L’arca di Noè e il Natale
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Cosa c’entra l’arca di Noè con il Natale?

La domanda mi è affiorata alla mente leggendo l’inno alle lodi mattutine del giorno di Natale: «Maria Vergine Madre porta un segreto arcano nell’ombra dello Spirito». Di qui, immediatamente una prima associazione di idee: segreto arcano, arca, Noè. Ma, si sa, una parola ne attira un’altra simile, sino a generare un riconcorrersi di pensieri, immagini e simboli richiamati alla memoria da affinità e parentele. “Aria di famiglia” direbbe Amadeus ai “Soliti ignoti”, quando si tratta di scoprire il parente misterioso. E così pian piano le parole lontane si scoprono vicine, quelle estranee, sorelle, divenendo così una narrazione: di più una storia di famiglia.

Allo stesso modo sono le parole e i simboli per noi: parenti misteriosi, soliti ignoti. Così al richiamo del versetto dell’inno natalizio si è presentato quello del salmo 131: «Sorgi Signore verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua alleanza». La tradizione invoca Maria con l’appellativo “Arca della nuova Alleanza”: là dove il tesoro custodito in lei non sono più le tavole della Legge, ma la vita del Figlio di Dio, Gesù, accolto come la Parola vivente in una storia di uomini e narrante il segreto arcano della storia di Dio.

Per il vangelo di Giovanni il leitmotiv, il motivo principale della venuta della parola di Dio nella nostra umanità, il Verbo incarnato, è stata quella di raccontare e far conoscere Dio, altrimenti invisibile. Si legge, infatti, alla fine del Prologo: «Dio, nessuno lo ha mai visto; il Figlio Unigenito, che è rivolto verso il Padre, lui lo ha raccontato», “exeghéomai” (Gv 1,18) interpretandolo. Il Gesù di Giovanni è il narratore di Dio Padre. E il quarto Vangelo diventa allora il Vangelo narrante, quello che racconta Gesù narratore di Dio (Valerio Mannucci, Giovanni Vangelo narrante, Bologna 1993).

Parole come simboli, segni che mettono in cammino. Ci viene ricordato che essere uomo, e ancor più credere, significa camminare, avanzare, crescere. Siamo stati creati per la libertà, di cui la strada è il grande simbolo. Ma c’è di più. Gesù ha detto: “lo sono la strada!”. E allora, ciò significa che la vera strada da percorrere non è da tracciare, da costruirsi: esiste già prima di noi ed è essa che ci viene incontro, ci conquista e ci invita a percorrerla. «I “segni” operati da Gesù, per condurre alla fede in lui, hanno bisogno della disponibilità a credere senza pregiudizi in coloro che allora “videro” e in coloro che ora “leggono” – si potrebbe dire che ‒ Gesù Cristo (…) è lui in persona che si offre come la luce, l’acqua viva, il pane di vita, la vite. L’umanità di Gesù Cristo nella sua interezza è il grande simbolo vivente e presente di Dio Padre, la “immagine” riassuntiva del Dio invisibile», (ivi, 125; 95; 100-101). Alla domanda di Filippo: «mostraci il Padre» la risposta di Gesù è: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. (Gv 14,9).

I simboli attingono alla vita, oltre che alla parola, come le metafore. Mettono insieme, confrontano, sono il riscontro tra due realtà corrispondenti: un contrassegno per identificare l’altro che lo comprovi essere l’altra metà a cui il simbolo rimanda.

I simboli «danno da pensare» ‒ dice Paul Ricoeur ‒ perché comportano una relazione con ciò che significano senza appropriarsene, sono epifania dell’invisibile senza rinchiuderlo in una forma, mediatori di alleanze sempre nuove. Essi si aprono così ad una molteplicità di significati, perché nessuna interpretazione può esaurire la pienezza di una esperienza. Il simbolo rimanda dunque all’uomo stesso, come simbolo reale, e al suo mistero come alla sua sorgente inesauribile. Posto fra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo il simbolo è punto d’incontro tra il finito e l’infinito. Apertura vivente e in atto dell’inesprimibile e dell’impenetrabile, e tuttavia traccia, riverbero arcano della sua presenza. Il pensiero simbolico, come la poesia, rivela e nasconde al contempo ciò che è più profondo nella realtà, ciò che ancora non è venuto alla luce, quella racchiusa nel suo intimo, il suo luminoso e arcano segreto.

In una lettera al fratello Piero che lo sollecitava a tornare a comporre poesia (12 nov. 1950) Clemente Rebora scrive: «… a me è parso avvertire questa mattina, mentre ero nel ringraziamento dopo la S. Messa … che la poesia … è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra il Cielo e la terra e in noi e tra di noi … La poesia … intesa in modo totale, ossia cattolico, è la bellezza che rende palese, come arcano riverbero, la Bontà infinita che ha sì gran braccia … Uscendo da una lettura di poesia (e qui bisognerebbe dire delle altre arti, ciascuna col suo dono sublime, e della musica che nei grandi è quasi donazione di carità) ci si potrebbe sentire incoraggiati al bene e all’eterno», (Le poesie, Milano 1994, 276).

L’arca può allora essere buon simbolo di un nuovo e più promettente inizio, quello di un ricominciare con speranza sempre di nuovo e non solo ad ogni Natale, alla ricerca di quella pace da costruire attraverso le relazioni, posta come arcobaleno, alleanza irreversibile tra Dio e gli uomini: tra la sua umanità ospitale simboleggiata nell’arca che salva dalle acque e la nostra che viene ospitata in lui. Ospitati entrambi l’uno nell’altro ‒ è proprio il caso di dire ‒ sulla stessa barca.

Arca, immagine poetica della vita nascente come luogo di libertà e di promettente e affidabile salvezza nel suo affrontare il diluvio del mondo, nei suoi sprofondi e nei suoi picchi vertiginosi di ondate spaventose. La stessa parola, anche quella incarnata, è guscio di noce nel suo prendere il largo tra le acque oscure e profonde del silenzio, o della stessa scrittura nel suo navigare nel testo che l’ha originata per giungere fino a noi e trovare un approdo credente, un porto ospitale. Interpretare un testo significa infatti farne emergere la contemporaneità che rigioca espressioni della vita fissate per iscritto: il comprendersi dell’io nel tu narrante.

C’è una vita nascosta ‒ “in uscita” direbbe papa Francesco ‒ racchiusa nell’arca come nel testo, parola scritta pure lei, come Noè salvata dalle acque della dimenticanza e dell’oblio del tempo. Perché i nostri Maestri, i grandi commentatori rabbinici, ci hanno insegnato con i loro commenti al Talmud, che l’arca non è un luogo chiuso. Così come la parola dentro ad un libro, entrambe hanno un’apertura: non diversamente dal lucernario che fa da tetto dell’arca anche il rotolo del libro si può srotolare affinché le parole tornino ad illuminare. E la copertina non è forse una porta? Basta aprirla con la mano ed entrando con gli occhi ci s’immerge poi tutto intero nel libro. Come un palazzo, un castello con tante stanze e tante porte, similmente all’arca che era costruita su tre piani.

Suggestive le interpretazioni a commento dei dialoghi durante il cantiere in costruzione dell’arca tra il carpentiere e l’architetto: «Ed ecco come la farai: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza». Disse Dio a Noè: «Farai nell’arca un’apertura e la terminerai, in alto, alla larghezza di un cubito di fianco metterai la porta dell’arca», (Gn 6,15-16). Così commenta Rashi di Troyes (Rabbi Shelomoh ben Yishaq, in Commento alla Genesi, 50): «Un’apertura. Alcuni dicono che era una finestra; altri, che era una pietra preziosa che dava loro luce. La farai a tre piani: uno in basso, un secondo e un terzo – Tre piani, uno sopra all’altro: quello in alto per gli uomini, quello di mezzo come scompartimento per il bestiame e quello in basso per i rifiuti»; un’ecologia sostenibile ante litteram?

Il Commento della Kabbala rivela ulteriori particolari «Doterai l’arca (tévah) di un’apertura luminosa» (Gen 6, 16); ovvero: «“Provvederai che ogni parola (tévah) abbia un’apertura luminosa, affinché brilli come il sole in pieno mattino», (F. Rosenzweig, Il nuovo pensiero, commento di Gershom Scholem, Venezia, 1983, 98).

Ma non è ogni natività una pietra preziosa, apertura luminosa, un venire alla luce appunto in quell’arca che custodisce il mistero nascosto in un corpo, in una vita nascente? Non dovrà, terminato il diluvio, approdare sulla terra ferma per abitare e custodire la terra? E stessa sorte non hanno forse anche le parole? Non dovranno avere anch’esse un’apertura luminosa su quel mistero arcano all’ombra dello spirito celato pure in loro? Per dire un inno alla parola quella che «nei giorni che non avevano tempo, viveva con Dio nel silenzio, fiorita in segreto all’Immesso, in lei era la forza del mondo e la vita… Nascendo poi nella storia del mondo, vedemmo tra noi la sua gloria; nel buio la luce era apparsa in un volto, l’amore ebbe il nome di un uomo. L’accoglie chi il cuore aprirà, credendo che quella Parola è la vita, Iddio per Padre avrà. Vivendo le nostre giornate, ai poveri annuncia il perdono e il suo Regno; e come un seme, per crescere grano, dovrà nella terra morire, così, per dar vita, fu uomo di croce, vivente per Dio ritornò» (Vito Valenti; Rino Farruggio).

L’arca esprime la sapienza di Dio, della sua parola che si prende cura della vita, che non rinuncia ad essa, e giunge in soccorso proprio quando è in pericolo di naufragare, per salvarla dai flutti di morte. Si legge nel libro della Sapienza: «A causa sua (Caino) la terra fu sommersa ma la sapienza di nuovo la salvò pilotando il giusto e per mezzo di un semplice legno», (10, 4)

Non sto a narrarvi però le storie attorno a questo semplice, umile legno: le innumerevoli interpretazioni dell’arca nei commentari dei Padri. Non ne usciremmo più per mesi e mesi da quella biblioteca ‒ 221 volumi ‒ raccolta da Jacques Paul Migne (1800-1875) bibliografo, presbitero ed editore francese, che ha curato l’edizione della Patrologia Latina e della Patrologia Greca, contenente tutti i testi dei Padri della Chiesa. Basti un libro: Hugo Rahner, Simboli della chiesa. Ecclesiologia dei Padri, Milano 1995 ed alcuni testi che come un bracconiere gli ho sottratto.

L’arca viene paragonata al piccolo legno della croce, luogo di salvezza per tutto il genere umano; e l’apertura in quel piccolo legno che, come la porta dell’arca, è il costato di Cristo: «Ancor oggi – scrive il vescovo Vito di Vienne – riconosco tutto ciò in nostro Signore, il quale attraverso la morte di croce giunge al suo riposo, lui e l’arca della sua santificazione, ossia la sua carne. Lo riconosco, dico, sul fianco di quest’arca il nostro ingresso in quel luogo ove la fonte dell’acqua viva si nascose nel corpo del morente. Noè è Cristo. Tu sei il secondo progenitore proveniente dalla stirpe annientata. Per mezzo della tua paternità, dopo il primo progenitore, il mondo viene nuovamente popolato» e Remigio di Auxerre: «Misticamente Noè significa l’uomo giusto e anche, secondo il nome e secondo le opere, il perfetto, il Cristo. “Aprici, o Signore, aprici la porta del tuo costato, ossia della tua arca. Tu sei il vero Noè, l’unico che Dio, tuo Padre, trovò giusto al suo cospetto. Facci penetrare in te attraverso la porta del tuo costato», (ivi, 921-923).

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