25 Giugno 2022

PRESTO DI MATTINA
Le ginestre di Barbiana

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 16 minuti

ginestre barbiana

 

«È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio… Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura.

Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito, prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’essere laureata, prima d’essere fidanzata o sposata, prima d’essere credente». Così don Lorenzo Milani [Qui] scriveva ad una studentessa di Napoli, Nadia Neri, nel gennaio 1966. (Lettere, Milano 1970, 113).

Come a dire: si ama sempre qualcuno, si ama solo in situazione. La fede come la profezia giungono alla loro radicalità solo se situate, incarnate nella vita e nelle relazioni e situazioni di persone concrete che vivono in luoghi concreti. Di qui la necessità di esserci con un amore singolare non spersonalizzato, né diluito in un concetto universale, ma guardandosi in faccia e negli occhi.

A Barbiana

Era il 1954 e appena giunto a Barbiana – una pieve abbandonata alle pendici del monte Giovi a pochi chilometri da Vicchio – don Lorenzo, comprò dal comune un pezzetto di terra nel piccolo cimitero, perché a Barbiana, nella chiesetta di Sant’Andrea, con la sua sparuta e sparpagliata gente, voleva starci tutto, da capo a piedi, fino alla fine:

«Il sacerdote è padre universale? Se fosse così mi spreterei subito… Vi ho convinto e commosso solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature ma che le amavo con amore singolare e non universale», (ivi, 99). Un amore non di evasione ma di incarnazione, non ad individui ma a persone in carne ed ossa.

Nella lettera ad un predicatore scrive: «Vede, padre, la mia scienza è poca, la mia esperienza poi non si estende al di là di queste 275 case. Lei invece ha studiato, viaggiato, confessato tanto.

Ma anche io ho un dono che lei non ha: quando siedo in confessionale posso anche chiudere gli occhi. Le voci che mi sfilano accanto, per me, non sono solo voci e basta. Sono persone. Lei sente che si presenta ‘una sposa’. Io invece so che è la Maria. Della Maria so tante cose, padre. Un volume non mi basterebbe per dirle tutte» (Esperienze pastorali, Firenze 1958, 267).

Barbiana, un piccolo incendio, che trovò subito tanti pompieri intenti a circoscriverlo e spegnerlo. Ma nonostante loro, don Milani riuscì ad accendere il mondo, quello della scuola e non solo, illuminò le coscienze su cosa sia veramente l’esercizio della libertà e la virtù dell’obbedienza. Un cambiamento a dir poco rivoluzionario, il suo, di mentalità e prospettiva anche nella chiesa italiana.

Un modello pure per una riforma missionaria della chiesa, che viene descritto nel suo libro Esperienze pastorali. Don Lorenzo vi descrive il lento processo di scristianizzazione in corso indicando i punti critici, se non fallimentari, di una pastorale di conservazione.

E lo dedica ai futuri missionari cinesi che sarebbero venuti dall’oriente in quei luoghi, tra Arno e Tevere (Etruria), un tempo cristiani e ora divenuti terra di missione, per portare di nuovo il vangelo: «Questo lavoro è dedicato ai missionari cinesi del vicariato apostolico dell’Etruria, perché contemplando i ruderi del nostro campanile e domandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi, abbiano dalla nostra stessa confessione esauriente risposta».

Rivoluzionaria fu la pratica fino alla fine di quell’amore singolare. Nell’ultima lettera, il suo testamento, egli scrisse: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Una fede come amore compromesso, è questa la fede che vince il mondo: perché è un amore promesso insieme, etimologicamente, che si arrischia e obbliga insieme, scambievolmente e per sempre. Solo così il vangelo stesso sarà attraente per gli altri e non respingente, tornerà ad essere profezia e buona notizia che fa vivere.

Una Chiesa in uscita

Don Lorenzo lo aveva già sperimentato a san Donato, come cappellano, con i giovani operai che lavoravano a Prato. Anche in quel contesto egli presagiva la necessità di un cambiamento radicale della catechesi, della liturgia e pastorale.

Ma anche nei rapporti della chiesa con la politica, mettendo in guardia da quello stile del “si è sempre fatto così”, per distinguere tra ciò che ti fa vivere e ti fa veramente ricco, da quello che ti fa sembrare apparentemente vivo, potente ma in realtà impoverito e mortalmente malato.

Il priore di Barbiana già allora sentiva la necessità di una chiesa in uscita, quella raccomandata anche oggi da papa Francesco. In Esperienze pastorali mostra questa sua coscienza circa il dovere di apertura ai lontani, a giovani, agli operai, ricorrendo anche a mo’ di esempio a due fotografie, in cui descrive la processione del Corpus Domini.

Vi sono ritratti il parroco e il cappellano (don Lorenzo) incamminati con un gruppetto di persone, mentre assiepata ai lati della strada il resto della gente del paese si limita a guardare lo spettacolo.

Nella prima foto la didascalia recita: «Passa il Signore. Serenata di fiori, veli bianchi, festa di paese. Trionfo della fede? Ma il gruppo di uomini che segue il Signore non è la parrocchia, è solo una chiesuola senza peso. La parrocchia si gode lo spettacolo e si tiene a dovuta distanza».

La didascalia della seconda foto recita: «Identico è il pensiero dei due preti in processione: il 93,2 per cento delle pecorelle che restano fuori. Ma diverse sono le loro preghiere. Il Preposto prega così: “Signore perdonali perché non sono qui con Te” e il cappellano così prega: “Signore perdonaci perché non siamo là con loro”» (ivi, 89).

Don Milani prospettò pure, nell’educazione cristiana, un cambio di paradigma, elaborando una catechesi che anticipò gli orientamenti del Concilio Vaticano II e quelli dei vescovi italiani nel documento base Il Rinnovamento della Catechesi degli anni ’70.

Egli pose infatti in primo piano il dinamismo dell’annuncio, la centralità della parola per la vita cristiana; il primato del vangelo rispetto alla dottrina. Introducendo il paradigma della storia e gli strumenti di indagine storica – non si faceva catechismo senza una carta geografica della Palestina – egli educò i suoi ragazzi alla comprensione della storia della salvezza.

Per don Milani non era finito il cristianesimo, era finita la Christianitas, l’alleanza istituzionale tra chiesa e società, tra religione evangelica e religione civile e dal clericalismo bisognava guardarsi come dal lievito dei farisei.

La storia di Gesù, la sua umanità, realmente divenuta nostra umanità, la troviamo così negli abbozzi di catechismo di San Donato e nel suo Catechismo di Barbiana. Non già l’ammirazione verso l’umanità di Gesù di Nazareth, ma la capacità di riconoscere la presenza, l’agire e le parole di Dio stesso in lui: Gesù rivelazione e sacramento singolare del nostro incontro con Dio.

In una lettera, egli descrive le feste patronali – che qualificherà come “monumenti di incoerenza” – frequentate solo per il loro aspetto folcloristico. Occasioni per lui di omelie semplici e schiette, ma inascoltate:

«Non c’eri tu quel giorno del Corpus Domini alla Messa delle 11 quando col cuore ormai colmo di sofferenza e di affetto parlai al mio popolo. Dissi parole che i loro bambini intendevano a una a una e nel loro insieme. Non parlai un linguaggio da intellettuale o indecifrabile. Mi credi dunque tanto stupido e tanto letterato da non sapere (dopo anni che vivo tra loro) allineare solo parole facili, aperte, senza segreti, senza pretese. Parole che non suppongono altra cultura precedente. Parole identiche a quelle che essi si scambiano tra loro tutti i giorni per parlar di vacche, del campo e della casa».

I parrocchiani che disertavano la messa e non facevano la comunione, ma guai dal mancare alla processione, erano da lui invitati a scoprire l’essenziale della fede, ciò che conta, ciò che veramente deve stare a cuore, (l’“I care” della liturgia):

«”Prendete e mangiate” vuol dire far la Comunione. “Fate questo per ricordo di me” vuol dir la Messa. Messa e Comunione, le due cose che voi lasciate sempre, o quasi, le ha comandate il Signore chiaro, chiaro.

Della Processione il Signore non ha parlato. È un’invenzione d’uomini. Una piccolissima cosa. Non è necessaria. Non è nulla a petto di quell’altre due. Ecco voi ora volete ancora una volta venire in massa alla Processione. Volete partecipare in cappa, portare i segni e il baldacchino, volete far atti di onore al Signore, a quel Signore che vi rifiutate poi di obbedire nelle più semplici e serie cose.

“Prendete e mangiate”. “No “. “Chi non mangia il mio Corpo non avrà la Vita Eterna”…”Non ce ne importa”. “Fate questo in ricordo della mia morte per voi”. No, non ci s’ha usanza, si passerebbe da strani. No; si vien la sera in cappa a reggere lo stendardo e gli altri segni”» (ivi, 194-195).

I care

Domani 26 giugno è l’anniversario dalla morte di don Lorenzo (era il 1967), all’età di 44 anni. Il prossimo anno sarà il centenario della nascita. Bisognerà allora salire ancora a Barbiana a salutare il Priore sepolto al piccolo cimitero, dove ci sentiremo dire dentro “non sono qui”.

Dovremo allora risalire alla Pieve, alla scuola del priore che durava 365 giorni all’anno, a pochi passi dal cimitero, e andare a leggere su quella porta invecchiata ancora quell’“I care”, scritto a grandi lettere e un poco scolorite.

Un’espressione, “I care”, coniata per i suoi ragazzi non meno che per la nostra fede, quale promessa di fedeltà alla Parola: sì, mi sta a cuore la parola che rende possibile l’incontro tra le persone, quella parola che rende liberi di amare e di costruire con dignità la propria vita.

Il priore di Barbiana era ben consapevole che troppe volte la parola viene strumentalizzata, da elemento di sviluppo diviene mezzo di oppressione, specie quando pretende di rendere ufficiale una cultura, quando diventa proprietà esclusiva di pochi:

«Tutta la vostra cultura è costruita così – Come se il mondo foste voi». Così ogni cultura che esprima valori umani è autonoma e ha validità propria perché fondata sulla libertà dell’uomo che la pone.

Quindi invece di supremazia di una cultura è necessario il dialogo tra le culture: «La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola». (Lettera ad un professoressa, 13; 105). Bisognerà così ricordare che «la povertà dei poveri, non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale» (Esperienze, 209).

«Sono sicuro dunque che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente ed il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro ed il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola… Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla Parola.

Sulla parola altrui per affermarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude. Parole come personaggi: quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata”» (Lettere, 56, 57-58).

Don Piero Tollini e l’appuntamento annuale a Barbiana

A Barbiana ritorneremo anche per ricordare don Piero. Ho ritrovato l’articolo di un suo parrocchiano: «Nella parrocchia ferrarese di Santa Maria del Perpetuo Soccorso, retta da don Piero Tollini dal 1971 al 1998, c’era un appuntamento annuale tradizionale. Era il 26 giugno, data della morte di don Milani.

Dalla fine degli anni Settanta, dopo alla morte della signora Edda, la “perpetua” di Barbiana, quello era l’unico giorno dell’anno che si trovava la pieve aperta e che si potevano visitare quelle aule dove don Milani ha insegnato ai ragazzi e dove gli alunni più grandi insegnavano a loro volta a quelli più piccoli.

Era l’unico pellegrinaggio che la parrocchia si concedeva. I mezzi di trasporto: il pullman, o le auto, a seconda delle adesioni, si fermavano nel paese sottostante la pieve e, visto che la strada per salire era sterrata e in alcuni tratti con pericoli di frane, si proseguiva a piedi.

Quel sentiero in salita, tra i ciliegi carichi di frutti e la vegetazione rigogliosa di inizio estate, era se vogliamo, senza la paura di apparire blasfemi, una specie di via Crucis, un percorso di meditazione per capire meglio l’atmosfera e il contesto nei quali ha lavorato negli ultimi 13 anni della sua vita il priore toscano.

Don Piero ricordava il giorno in cui don Lorenzo fu mandato dal vescovo per punizione in questa sperduta pieve dell’Appennino fiorentino e quando arrivò in chiesa don Milani si fece il segno della croce e scoppiò a piangere. Lo avevano messo in castigo perché non parlasse, ma la sua esperienza didattica e pastorale ha scavalcato tutti i confini, diventando universale in quanto ora è conosciuta in tutto il mondo.

E proprio questa sete di giustizia e l’amore per gli ultimi hanno catturato l’attenzione di don Piero, che ha sempre creduto nell’insegnamento del priore di Barbiana come qualcosa di rivoluzionario, da additare da esempio a tutti quanti erano in cerca della buona novella».

Don Milani profeta del cambiamento

Don Milani “in situazione”, profeta del cambiamento, non solo nella pastorale e nella esperienza educativa della scuola pubblica, ma anche nel mondo del lavoro, per amore dei suoi ragazzi studenti-operai a Prato. Si ricorderà la sua lettera a un giovane comunista per le elezioni politiche del 18-19 aprile 1948: Lettera a Pipetta.

Al termine del libro Esperienze pastorali è pubblicata pure una lettera sulla situazione infame e di sfruttamento dei giovani operai e operaie di san Donato, un testo che inizialmente titolava “Mi ribolle”, poi “Mauro” e infine “Lettera a don Piero” l’amico sacerdote.

La malattia del padre di Mauro spinge don Milani a raccomandarlo presso il padrone di una fabbrica tessile, un certo Baffi. Si scontra così con la logica aziendale di un imprenditore nella sua volgarità e nella sua spietatezza cinica.

Verrà assunto, e dopo un periodo di estenuante lavoro, sarà messo in regola solo l’ultima settimana prima del licenziamento. Gli si apre così il mondo della fabbrica, quella vera, quella grande, ma è ancora un mondo di umiliazioni.

Per il suo atto di accusa viene pesantemente criticato: fuoco amico. E con la lettera, lo stesso libro, dai piani alti, fu fatto ritirare dal commercio. Il decreto del Sant’Uffizio, del 1958, precisa che si tratta di un provvedimento di opportunità e non implicava un giudizio dottrinale.

Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira [Qui], riferendosi a Esperienze Pastorali, scriverà al cardinale Ottaviani: «I fatti di Prato – che sono le pagine più crude e più severe di questo libro – sono veri: io ne ho avuto personale testimonianza ed esperienza.

Eminenza, il mondo della povera gente, degli operai (cioè della più grande parte della popolazione cristiana!) è ignorato da chi non ne ha personale e diretta esperienza: la conoscenza attraverso i giornali ed i libri non riproduce per nulla la realtà sofferente e dolorosa – e spesso anche disperata! – di quel mondo. Anche i religiosi – per uomini di pietà e dotti che siano – sono ben lontani da questa conoscenza» (in M. Toschi, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, Documenti e studi, Edizioni Polistampa, Firenze 1994, 156).

Le ginestre di Barbiana

A giugno, salendo a Barbiana, ti colpiscono allo sguardo i piani inclini delle ginestre dai lunghi filamenti color del sole: suoi raggi terrestri. Quando nascosto da cupe e minacciose nubi è il sole, esse somigliano a lampi di luce scagliati con fragore al cielo e sulla terra.

Ginestra: “fiore del deserto” la canta Leopardi [Qui]: «Tuoi cespi solitari intorno spargi/ Odorata ginestra/ Contenta dei deserti/ Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ Queste campagne dispogliate adorni».

E Fernando Bandini [Qui] la ricorda in cerca di umanità: «La ginestra che cerca/ di deserto e siccità che imita nel fiorire l’umana verità», quella che «non ama parole (vane) / né accelerati battiti/ ma dischiude i suoi petali/ a un disadorno cuore».

Per Carlo Betocchi [Qui] la ginestra è una pianta molto visitata da api e farfalle come fu la pieve di Barbiana e il suo priore, visitata da operai e da cercatori del regno di Dio e della sua giustizia.

Così «per te la ginestra gialla/ sognai, sull’assolata riva/ toscana, tra il bianco calcare/ e la farfalla fuggitiva/ a balzi, a fiotti, a rare/ ondate;/ parvemi l’arnie udire, e l’ape/ che ronza, fin dove batte/ l’onda; ed era solitudine,/ la tua, come di mare» (C. Betocchi, Tutte le poesie, 408).

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Andrea Zerbini

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