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Le mani della libertà
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Con più “meraviglia” e con “una comprensione dilatata” torneremo a comunicarci con le mani; delicata sarà e quasi orante l’incontro con la vita che tornerà ad affidarsi alle nostre mani. È la profezia poetica in Mariangela Gualtieri all’inizio del lockdown in Nove marzo duemilaeventi: «A quella stretta/ di un palmo col palmo di qualcuno/ a quel semplice atto che ci è interdetto ora – noi torneremo con una comprensione dilatata./ Saremo qui, più attenti credo. Più delicata la nostra mano starà dentro il fare della vita./ Adesso lo sappiamo quanto è triste/ stare lontani un metro» [Qui]

Attraverso il simbolismo delle mani si ha accesso al regno delle “immagini impegnate”, dice G. Bachelard (La poesia della materia, Como 1997, 37), esse infatti sono situate nell’orizzonte in cui ci è dato plasmare la materia e trasformare la vita, si collocano nell’ambito della durezza e della mollezza, della dolcezza e della fortezza, si compiono nell’attitudine della resistenza e della resa, della sfida e della difesa, dell’insistenza e della desistenza, nel rifiuto e nell’accondiscendenza, nel concedersi e nel ritirarsi. Tornare ad avere “le mani della libertà” per dire l’idea di una libertà ‘impegnata’, non ripiegata narcisisticamente su se stessa, una libertà ‘protesa’, non distesa, ma in tensione, libertà ‘argumentosa’, che sa e argomenta essendo operosa, nell’atto di agire, che pone in luce, fa risplendere e rende chiare e luminose le cose agendo in esse.

Quelle legate alle mani sono immagini che riscattano la passività del tatto, rimettono in moto la poesia del toccare e del plasmare, mettono in movimento l’inerzia della materia, rendono dinamica la sua forma, restituendo alla contemplazione della bellezza l’ulteriorità che la fa uscire da se stessa, verso il mistero concepito in essa. Si pensi alla bellezza accogliente e dinamica del gesto della levatrice che fa uscire con le mani la vita, che dà alla luce il mistero, infrangendo il suo silenzio, facendolo gridare e gioire, perché è nato un figlio. Pensiamo anche alla bellezza raccolta e umile della mano che, chiudendo gli occhi ad un morente, dischiude nuovamente il mistero ricomponendone il suo silenzio, velandone la luce, perché la vita dell’uomo è ormai nascosta passando in esso.

L’immaginario poetico delle mani converge e si connette all’immaginario della volontà e ne esprime tutto il movimento, il tragitto diviene atto volitivo e comunicativo della libertà.
Nel dipinto di A. Dürer, Gesù che discute tra i dottori nel tempio parla letteralmente con le mani; esse esprimono la convergenza, l’incontro, l’accoglienza dell’altro e del suo parlare, sono mani che tendono a creare comunione e a ristabilire il legame tra Dio ed il suo popolo, mani intente a ridonare la bellezza e la relazione originaria della creazione, quella precedente la durezza del cuore, per cui Mosè ricevette le tavole di pietra e nascose lo splendore della grazia sotto il velo della Legge.

Le dita di una mano del Maestro sembrano intente ad arpeggiare uno strumento a corde, come a far udire di nuovo l’armonia della vita di Dio e la sua Parola nascosta in una esistenza umana, la sua; sembrano svelarne tutto il senso e la sapienza, o essere intente a sfogliare le pagine del libro della legge nuova, scritta non più sulla pietra, ma sulle tavole del cuore, una legge più profonda, contenuta nella prima, un comandamento nuovo, compimento di quello antico: la sua anima interiore.

A differenza delle mani di Gesù quelle dei dottori invece riflettono l’umore del loro volto, la diffidenza ed il sospetto del cuore umano; uno di loro le tiene appoggiate sul libro chiuso della Legge, accavallate l’una sull’altra come un doppio sigillo, che ne rende inaccessibile la lettura; altri due invece sono raffigurati come intenti ad aprire il libro, ma lo fanno con una sola mano, quella del giudizio, e nascondono quella della misericordia; un altro infine argomenta con le mani al modo di Gesù ma, a differenza di quelle del Maestro, che si toccano attraverso le dita, le sue sono divergenti; il movimento aggressivo dell’indice non cerca quello di Gesù, ma è puntato verso di lui; le sue mani, più grosse e larghe tentano di sovrastare quelle minute del piccolo Maestro, una è suadente e sembra toccarlo, l’altra invece sembra minacciosa, come se mettesse in guardia.

Proprio il volto di quest’ultimo assomiglia ad una caricatura, il profilo del naso e delle labbra è animalesco: una mostruosità dipinta, al modo dei volti di H. Bosch ne Il Cristo caricato della Croce, quasi a dire di un linguaggio delle mani che, riflettendo il volto non umano, parlano un linguaggio disumano, trasmettono l’insipienza di un sapere che non viene da Dio, la stoltezza di una scienza che, priva della carità, gonfia solamente, senza edificare nulla.

Nel disegno delle Mani in preghiera sempre di A. Dürer, esse non sono ‘giunte’, ma flesse, sembrano disegnare la curvatura di un cuore aperto nell’attesa dell’altro: «I shin den shin» è una formula zen il cui significato letterale è ‘da cuore a cuore’, quasi a dire che il donarsi del cuore passa attraverso le mani.

Pierre Teilhard de Chardin, che da scienziato e mistico ha indagato il cuore della materia, così parla delle mani del Cristo cosmico e universale: «Verbo sfavillante, Potenza ardente, o Tu che plasmi il Molteplice per infondergli la tua vita, abbassa su di noi, Te ne supplico, le tue mani potenti, le tue mani premurose, le tue mani onnipresenti, quelle mani che non toccano qua o là (come farebbe una mano umana), ma che immerse nella profondità e nell’universalità presente e passata delle Cose, ci raggiungono, al tempo stesso attraverso tutto ciò che vi è di più vasto e di più intimo in noi ed attorno a noi» (La Messa sul Mondo (1923), HU, 11).

Durante la guerra scrivendo alla cugina Marguerite, egli la invita a fare come faceva lui – nelle trincee del fronte, quando da barelliere andava a prendere i soldati feriti, strisciando tra i reticolati – ad affidarsi ad altre mani al modo dell’uomo della croce che, ormai senza mani perché crocifisse, continua tuttavia ad accogliere attraverso le mani del Padre con le sue mani nella forma di una passività operosa: «In quelle mani che hanno spezzato e reso vivo il pane, che hanno benedetto e accarezzato, che sono state trapassate dai chiodi; in quelle mani, simili alle nostre, di cui non si può mai dire cosa faranno dell’oggetto che tengono, cioè se lo frantumeranno o ne avranno cura; nelle mani i cui capricci sono, ne siamo sicuri, pieni di bontà, e che non arriveranno mai ad altro che a stringerci gelosamente; in quelle mani miti e potenti che giungono al centro dell’anima – che formano e creano – in quelle mani, che sono attraversate da un amore così grande, è dolce abbandonare la propria anima soprattutto nei momenti di dolore e di paura» (in Genesi di un pensiero, 23.11.1916, Milano 1966, 126-127).

Il pastore protestante Ditrich Bonhoeffer, impiccato il 10 aprile del 1945 a Flösseburg dai nazisti, si domandava: «quale significato avrà Cristo nel futuro… Avremo bisogno di una nuova forma di Cristianesimo, in un’epoca in cui ormai il mondo è cambiato… credo che la religione abbia un solo scopo in un mondo moderno: quello di insegnare alla gente a condividere la sofferenza altrui e quella di Dio in un mondo senza Dio. Non basta più una religione che sia solamente formale, ci serve la fede con Gesù Cristo al centro. Il vero Cristianesimo significa condividere il dolore degli altri. Non sta a noi profetizzare il giorno in cui gli uomini chiederanno ancora una volta a Dio di cambiare il mondo e di rinnovarlo, ma quando quel giorno verrà ci sarà un linguaggio nuovo, forse anche poco religioso, ma esprimerà quella redenzione e liberazione contenuta nel messaggio di Gesù. La gente rimarrà colpita, rimarrà colpita dalla sua potenza. Sarà il linguaggio di una nuova verità che proclamerà la pace tra Dio e gli uomini», dal film “Bonhoeffer” di Eric Till (2010).
Sarà un mistico il cristiano del futuro? Un cristiano che fa esperienza della sofferenza ed insieme della meraviglia segreta nascosta nelle persone che gli vivono accanto?

Leggendo un’altra poesia, sempre della Gualtieri, nella sua ultima raccolta Quando non morivo, penso ad una ‘mistica dell’ordinario’, che non è estranea ma sprofonda nell’umano, sprofondandosi in Dio e che poi muove all’azione: sigillo di autenticità; questa mistica che opera è accessibile a tutti a condizione che, guardando ciò che sta attorno, con occhi penetranti, si tengano uniti cuore e mani, quelle della nostra libertà che asciugano lacrime e frangono pane, che spingono un’altalena: «Faccia rossa/ sull’altalena/ faccia piccola che ride/ spalanca un cielo/ e divinità innumerevoli/ guardando giù/ perdonano millenni/ di insolenze nostrane/ per quel volto e quel riso/ per quel mio avere veduto/ nell’ordinario minuto -/la meraviglia» (ivi, Torino 2019, 70).

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