23 Luglio 2022

PRESTO DI MATTINA /
Marta e Maria di Betania

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 12 minuti

sorelle marta maria

 

Marta e Maria di Betania

«Ti benedico, ospite mio, mio invitato – dice il santo rabbino – poiché il tuo nome è: Colui che cammina. Il cammino è nel tuo nome. L’ospitalità è crocevia di cammini» (Edmond Jabès [Qui], Il libro dell’ospitalità, Milano 2017, 11).

Due sorelle e un fratello, Lazzaro, gli amici di Gesù. Un piccolo e povero villaggio il loro, tanto che uno dei significati del nome Betania è “casa di povertà”. Posto sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a circa mille metri dalla città santa, sulla strada che porta dalle alture di Gerusalemme agli sprofondi di Gerico.

Casa dell’amicizia ospitale, potremmo dire anche della loro casa. Per Gesù luogo delle confidenze, di intimità fraterna coi discepoli, di sororità e di famiglia; un luogo in cui riposare, una sosta lungo il cammino che stava compiendo verso il suo destino a Gerusalemme.

Queste due donne, Marta e Maria, pensate, sono state scelte dai vescovi quale icona evangelica per ispirare, orientare, accompagnare il secondo anno del cammino sinodale della chiesa italiana.

I cantieri di Betania: così hanno chiamato queste prospettive e riflessioni pastorali, nate – ci tengono a sottolinearlo – dalle interrogazioni del popolo di Dio, dalla consultazione delle comunità cristiane, e le loro risposte e i quesiti ne costituiscono il background, l’ordito testuale.

Come a dire: si costruisce la sinodalità solo a partire da un ascoltarsi ospitale. Così è emerso che questa ospitalità ha lo stile e i tratti di due donne postesi alla sequela di colui che si fa ospite per poter ospitarci.

Ancora oggi egli si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi. E camminando egli svela il suo nome; accolto, ci fa conoscere il nostro nome nascosto, segreto. Egli è così colui che è sempre atteso perché «cammino è il suo nome».

Per quanto duri la notte la luce è sempre attesa così anche se avrà un lungo cammino davanti a se l’itineranza di un nomade non sarà privata dell’ospitalità: «Alla tua destra, il posto lasciato vuoto per l’arrivo dello straniero è sempre libero. Pazienta. Chi muove verso di te troverà libera la via».

Non importano le difficoltà ch’egli troverà nel cammino: «A un certo momento giungerà, poiché egli sa d’essere atteso, sinceramente. Davvero ospitale è, fino in fondo, l’attesa» (ivi, 23).

E alfine «il maestro disse, spostando la poltrona su cui sedeva: – È ora. Bisogna che parta. Mi lascerò guidare dai vostri pensieri. Di ciascuno rifarò il cammino. Continuerò così a vivere in voi. – E tu in noi, risposero i discepoli» (ivi, 82).

È appena di domenica scorsa la lettura di questo vangelo di Marta e Maria. A introdurlo la prima lettura dalla Genesi; il racconto di un’altra ospitalità, quella di Abramo alle querce di Mamre resa a tre forestieri nell’ora più assolata e calda del giorno.

La seconda lettura, che ha la funzione di attualizzare le scritture nell’oggi, ci ricordava con Paolo che il discepolo diviene lui stesso dimora di speranza quando ospita con ostinata determinazione dentro di sé la Parola di Dio: «Cristo in voi speranza della gloria», completando in se stesso i patimenti e le ferite di Cristo che continuano ad essere inflitti al suo corpo che è l’umanità:

«Auschwitz, cancellazione del Nulla, estrema cancellazione… Trema la mia voce, disse il vecchio. La parola umana e quella divina hanno preso atto allo stesso tempo della loro fragilità e della loro nascosta potenza.

Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Abbi cura di ognuna d’esse, poiché dappertutto è inferno e sangue e morte. E il bambino s’asciugò le lagrime per sorridere al vecchio, che s’era nel frattempo un poco riconfortato. Razzismo. Antisemitismo. Esclusione. Tre sono le ferite. Tre le determinazioni» (ivi, 28-29).

In questo brano evangelico Luca ci presenta dunque un primo fotogramma: Gesù in cammino verso Gerusalemme. Seguiranno poi quelli all’interno della casa.

Attraversando strade e villaggi lui e i suoi discepoli hanno sperimentato ora il rifiuto, ora l’accoglienza, una volta vengono allontanati con sospetto, minacciati di morte pure, un’altra abbracciati da gioiosa gratitudine. A Betania sarà cosparso di preziosissimo unguento: una libbra di purissimo nardo.

Anche entrando a Gerusalemme avrà una grande accoglienza, da messia regale, ma poi ritornerà a Betania dai suoi amici.

Quasi subito, appena pochi giorni da quell’ingresso, gli osanna saranno mutati in grida: crocifiggilo, crocifiggilo; rifiutato da molti, misconosciuto e abbandonato dai discepoli, perfino tradito.

Troverà lacrime di ospitalità solo dalle donne, solo un velo di donna ad asciugare le sue sulla via della croce. E un cireneo, poi, costretto ad ospitare sulle sue spalle la sua croce sin sul Golgota. Là ai suoi piedi Giovanni e sua madre, chiede loro di restare ospitali, di accogliersi l’un l’altra come figlio e madre.

E il ladrone disse a Gesù: «Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato» (ivi, 18): inaspettatamente, proprio alla fine, sulla croce sarà riconosciuto e ospitato nella fede dell’altro appeso con lui al legno, e così non potrà, a sua volta, non accoglierlo pure lui dicendogli: «oggi sarai con me in paradiso».

Si risveglieranno entrambi tra le braccia del Padre, la loro nuova casa; e il centurione, senza saperlo, trapassando il costato di quel corpo morto, lascerà la porta di quel giardino per sempre aperta.

 

Betania, casa dell’obbedienza ospitale

«Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi» (Lc 10,38-42). Nel commento al vangelo Origene [Qui] scrive: «chiunque è di Betania, è amico di Gesù in quanto diventa intimo con l’obbedienza».

L’ascolto è la polla sorgiva da cui scaturisce ogni ospitalità. È nota la derivazione sia greca che latina della parola ‘obbedienza’: un ascolto in profondità, di colui che si abbassa fin alla radice dell’interiorità, come di discepola/o accovacciati ai piedi del maestro.

Maria, discepola che fa spazio, che fa tacere le sue parole, lasciando entrare le parole dell’ospite tenendole in grembo, adagiandole in quelle intimità senza limiti che sono le viscere di misericordia:

«Quale definizione potrebbe andar bene per l’ospitalità? – chiese il più giovane dei discepoli al maestro. – Ogni definizione è, di per sé, una riduzione e l’ospitalità non sopporta nessuna limitazione – rispose il maestro. Non chiedere la strada a chi la conosce, ma a chi, come te, la cerca» (ivi, 62).

Per accogliere bisogna uscire, da se stessi, dalle proprie parole, dai propri schemi e ragionamenti, non essere intenti alle cose, rivolti a se stessi; in un parola non essere noi al centro, come Marta, ma porre al centro colui che si accoglie.

La prima e più essenziale ospitalità, quella da considerarsi veramente buona, non è quella che ospita l’altro in casa, sotto il proprio tetto, o a tavola nel servizio della mensa, ma quella che accoglie dentro di sé, nella dimora che siamo noi.

La disponibilità all’ascolto profondo «ha come sbocco l’ospitalità», che è come dire tiene aperta l’aspettativa, la stessa speranza della vita: «- Hai il potere di prolungare la vita?, chiese un saggio a un altro saggio. – Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui» (ivi, 72).

 

«Il criterio è l’ospitalità»

L’ospitalità è misura smisurata di umanità; essa ci rende degni della nostra umanità, compie la nostra libertà come amore. L’ascolto dell’altro è la prima e fondamentale forma di ospitalità, che genera e alimenta ogni altra forma e servizio di accoglienza.

L’ascolto è come il lievito nella pasta di ogni servizio ospitale. Non c’è Maria senza Marta, come non c’è lievito senza pasta e pasta senza lievito. L’ascolto fa lievitare il bene di ogni diaconia e servizio proprio nella comunità cristiana.

Colui che ascolta impara lingue nuove, conosce nuovi mondi, si misura con linguaggi altri che acuiscono in lui l’arte dell’interprete, della mediazione per il desiderio di comunicare la gioia dell’ospitalità, che è gioia evangelica.

Di più: «L’ospitalità va letta come una buona notizia» (ivi, 84). Un vangelo non è solo per se stessi ma, come l’ospitalità, dono rivolto a tutti: «Se varco la soglia della tua casa, a chi offrirai ospitalità? Al tuo maestro o allo straniero del quale non sai nulla? – Come potrei non offrirla al mio maestro che m’ha fatto l’onore di venire da me? –

Il tuo maestro – disse allora il saggio – non ha bisogno di questo segno di rispetto. Il viaggiatore smarrito, invece, che bussa alla tua porta, spera con tutte le sue forze in questo segno, poiché non lo richiede soltanto per sé» (ivi, 66).

Al cuore dell’ospitalità sta dunque un vangelo nascosto, una buona notizia di liberazione, sia per chi ospita che per chi è ospitato. È la libertà stessa del vangelo generativa di fraternità.

In ogni ospitalità, come nella casa di Marta e Maria, è lui che incontriamo e ci dice: “ero forestiero e mi hai ospitato”: «Lo straniero forse capirà d’esser giunto nel paese, desolato delle sabbie, dove l’ospitalità è pegno di sopravvivenza”, insegnava ancora. E aggiungeva: “È il libro, questo paese”» (ivi, 96) e «smisurata è l’ospitalità del libro» (ivi, 108).

 

Ospitalità crocevia di cammini

Sinodalità si declina con ospitalità. Nel testo a più mani dei vescovi si ricorda dunque che per essere sinodali occorre essere ospitali. Le nostre chiese dovranno di nuovo uscire dai propri schemi e porsi con più decisione in ascolto.

Ascoltare è attraversare le frontiere dell’io del noi, queste barriere hanno i nomi di clericalismo e mondanità spirituale. Entrambi non conoscono ospitalità. Inospitale perché egotico è il primo, pone se stesso sopra tutti, abusando del suo potere; mortifica la dignità battesimale, la santità, vocazione, del popolo di Dio e il senso della fede dei battezzati.

Ma inospitale è pure la mondanità spirituale, perché vive al di fuori della vita reale, in un suo mondo a parte – come in una fiction – ridicolizza l’incarnazione e rifugge dal prendere dimora tra gli umili e i poveri, dall’abitare nel deserto sotto una tenda come Yhwh;

esalta l’esteriorità, vendendo l’effimero come fosse moneta sonante; vive sul pinnacolo del tempio una ritualità e liturgia vuote del mistero della fede; ama invece le piazze e i sagrati come luoghi delle sue ostentazioni ed esternazioni; confidando solo nelle proprie forze.

La mondanità spirituale non conosce l’abbandono alla grazia, il cuore fatto ardente, l’urgenza mite dell’annuncio, che la pone sulla strada samaritana, che è strada della prossimità compassionevole, del servizio, della corresponsabilità.

Il fatto che Marta svolga dei servizi, ma che li porti avanti ansiosamente e affannosamente è perché non li ha innestati nell’ascolto dell’altro, ma su se stessa, a misura del suo bisogno. Un servizio che manca dell’ascolto crea risentimento, dispersione, preoccupazione e agitazione.

Nel documento consegnato alle chiese locali «la centralità delle figure di Marta e Maria richiama esplicitamente il tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana»: l’ospitalità come crocevia di genere.

«Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il servizio l’espressione dell’ascolto».

Pertanto, dall’icona dell’ospitalità evangelica riproposta nel documento, emerge la necessità ancora disattesa di «curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati… prestare ascolto ai diversi “mondi”, in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società.

Innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana);

poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.

Sono spazi in cui la Chiesa vive e opera, attraverso l’azione personale e organizzata di tanti cristiani, e la fase narrativa non sarebbe completa se non ascoltasse anche la loro voce».

L’invito di Marta e Maria? «Scoprite che la fraternità ha un volto e l’ospitalità una mano». Anche senza gli incentivi del 110 per cento teniamo aperti i cantieri di Betania: il cantiere della strada e del villaggio, quello della chiesa come casa ospitale e il cantiere in essa delle diaconie e della formazione spirituale.

 “Quando la nostra responsabilità è messa alla prova”.
“Prendere la parola.
“Per quel ch’essa è.
“Per quel ch’ essa può.
“Far ricorso ad essa.”
A colui che parla abbiamo il diritto di chiedere
in nome di che cosa egli parla.
“E allo stesso modo chi ci interroga ha il diritto
d’aspettarsi da noi una risposta.
(ivi, 34)

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L’autore

Andrea Zerbini

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