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Monaci ed eremiti, gli innamorati del futuro
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“Terrificanti e dolcissimi zen cristiani”: ricorrendo a questa efficace immagine Cristina Campo definisce i Padri del deserto, le cui storie assomigliano infatti ai koan usati nello zen: frasi paradossali, racconti brevi da meditare in compagnia di un maestro, per risvegliare la coscienza profonda, il centro della persona e il rapporto con le cose. Essi fiorirono nell’arco di tre secoli, dal III al VI secolo, come reazione al “pericolo latente e mortale” ‒ così lo chiama Cristina Campo ‒ di un compromesso del cristianesimo col mondo. Se infatti nel 313 con l’editto di tolleranza di Costantino che annullò l’ordine di Commodo per il quale “i cristiani non dovevano esistere”, i credenti in Cristo ritrovarono il loro diritto di vivere, si manifestava in essi anche la tentazione di scendere a patti con il potere; un pericolo reale, sempre risorgente, che persiste tutt’oggi, anche dopo 18 secoli, di rendere senza vita, senza testimoni, irrilevante tra la gente, il bel nome cristiano.

Profezia evangelica fu dunque quel tempo nel deserto, contestazione non violenta ma radicale ‒ come all’epoca dei martiri ‒ di un potere imperiale che allora aveva cambiato faccia e religione. La lotta per la difesa del cristianesimo continuava, sebbene non dal di fuori, ma interiormente, per purificare il cuore e resistere a quelle potenze che assoggettano l’uomo e gli rubano la libertà, ovvero ‒ come scrive Giovanni nelle sue lettere (1Gv 2,16) ‒ “la superbia della vita, le concupiscenze dell’uomo vecchio e dei suoi occhi, che bramano possedere”. Il campo di battaglia non era più l’arena degli spettacoli circensi, ma le spelonche in cui questi mistici dimoravano, circondati da bestie selvatiche a figura di quel “leone ruggente”, il divisore, “che si aggira cercando una preda da divorare” (1Pt 5,8).

Da essi scaturiva una profezia ri-generativa di un nuovo inizio evangelico, di una nuova seminagione e primizia di umanità, da attendersi finalmente inclusiva e ospitale; una comunità innamorata del futuro, di quel tesoro nascosto nel campo, che cela beni invisibili non solo nella fenditura della storia, ma nell’interiorità di ogni uomo: “secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 2,13). Una comunità priva di gerarchie e distinzioni perché composta tutta da figli di pari grado: “Tutti voi infatti siete figli di Dio… vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,13).

Così Cristina Campo: “Mentre i cristiani di Alessandria, di Costantinopoli, di Roma, rientravano nella normalità dei giorni e dei diritti, alcuni asceti, atterriti da quel possibile accordo, ne uscivano correndo, affondavano nei deserti di Scete e di Nitria, di Palestina e di Siria. Affondavano nel radicale silenzio che solo alcuni loro detti avrebbero solcato, bolidi infuocati in un cielo insondabile” (C. Campo, I detti e fatti dei Padri del deserto, Milano 1975, p.13-14).

Il monachesimo nasce con Abba Antonio, l’egiziano, del quale il vescovo Atanasio di Alessandria scrisse la vita. Monaco da mónos ‘solo’, ‘in solitudine’; ma una solitudine di relazione, alimentata dalla Parola, di cui il monaco è interlocutore e interprete, sino a rendere manifesta una presenza dialogante. “Solus cum solo”: così infatti viene descritta l’esperienza eremitica e mistica, volta a ritrovare il centro profondo e unitivo della propria vita disseminata all’esterno. Una ricerca di sé stessi attraverso la ricerca di Dio, un cammino di personalizzazione nello Spirito del Cristo che accorda le differenze, libera dalle manipolazioni, guarisce dalla bulimia e anoressia spirituali risanando la ferita che tiene lontani lo spirito e le cose, riaccendendo quella brace soffocata dalla cenere del gusto di vivere.

Questo stesso Spirito, dimorando nella Parola di Dio, nei segni della fede e nei poveri, si offre all’incontro, mette in un cammino di fraternità e amicizia spirituali. Come un tappeto che continua a essere tessuto da qualcuno per qualcun altro ‒ è ancora una metafora di Cristina Campo ‒ i padri del deserto rivivono per tutti i cristiani quella provvidenza di amore: “Provvidenza” – insegna Antonio – “è il Verbo di Dio che compie sé stesso e dà forma alla sostanza che costituisce questo mondo. In questo divino tappeto è lecito all’uomo intessere sé stesso col filo magico di quell’amore che porta il nome strano di Comunione dei Santi. Tutti i portenti, tutte le conversioni, tutte le grazie di cui narrano le storie dei Padri del deserto sono largiti a qualcuno ‘per la pena che s’è assunto’ qualcuno per qualcun altro, per la privazione e l’umiliazione che qualcun altro ha accettato”. Come non pensare che così è accaduto anche per noi, poco o tanto, in ragione dell’amore che abbiamo ricevuto da qualcun altro.

Il monachesimo non è dunque fuga dalla terra per il cielo, o peggio disprezzo e distacco insensato dalla vita. Che, anzi, è presa ‘con lievi mani’, con ‘sprezzatura’ ‒ direbbe Cristina Campo negli Imperdonabili ‒ dove sprezzatura “è ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino“. E continua l’Autrice introducendo i Detti e fatti: “La contesa con le potenze tenebrose che stringono d’assedio la mente è vinta, capovolgendo tutti i metodi naturali di lotta, secondo una specie di aikido spirituale (un’arte marziale a mani nude o con armi bianche) nel quale le energie aggressive del nemico sono per così dire utilizzate anziché respinte, il loro impeto assecondato fino a rovesciarlo nel suo opposto. È la santa sprezzatura del Vangelo e di quei piccoli vangeli che sono le fiabe. A chi ti chiede la tunica, e tu dà anche il mantello; e a chi ti angaria un miglio, tu vai con lui per due. Se un uomo o un demonio ti accusa, tu raddoppia l’accusa; se un uomo o un demone ti minaccia, tu mostrati avido di una più tremenda minaccia. Vegliardo, che farai, poiché ti restano ancora cinquant’anni da vivere [e da soffrire]? Mi avete grandemente afflitto poiché mi ero preparato a vivere duecento anni” (ivi, 211).

Il monachesimo assomiglia all’evangelica vite del Cristo, quella della sua umanità, i cui tralci portano tanto più frutto quanto più vengono potati. Ne ritrovo l’immagine proprio in taluni detti dei Padri, come quello di Abba Iperechio, il quale, per aver ritrovato la vitalità delle proprie radici, affermò: “L’albero della vita è in alto e vi ascende l’umiltà del Cristo ed anche noi solo se il nostro cuore è umile”. Senza dimenticare Abba Efrem che “quando era fanciullo, fece un sogno o ebbe una visione, per la quale un tralcio usciva dalla sua bocca, si ingrandiva e riempiva ogni cosa sotto il cielo; esso era carico di grappoli. Vennero tutti gli uccelli del cielo a mangiare i frutti della vite, ma quanto più ne mangiavano, tanto più l’uva aumentava”.

Una figura particolarmente significativa di questa esperienza mistica, umana e cristiana della ricerca di un fondamento e del luogo dell’altro, per giungere alle profondità e alle estensioni del proprio cuore sparpagliato, è l’immagine ‒ cara a Michel de Certeau, che la riferiva a Pierre Favre uno dei compagni di Ignazio di Loyola ‒ dell’albero capovolto con le radici celesti e i rami in basso, le foglie disseminate che lasciano cadere i frutti sulla terra. Qui sta il luogo dove altezza e profondità, cielo e terra, si guardano negli occhi e si cingono in un abbraccio, ovvero ‒ detto con il salmista ‒ dove “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Sal 84, 11-12).

Anche nella mistica ebraica, secondo la Qabbalah, l’albero della vita assume simbolicamente la forma di un albero rovesciato su di sé, chiamato “albero sefirotico” che si compone di tre parti, simboli di altrettante vie, che sono l’amore, la compassione e la forza. I sefirot ‒ nel numero di dieci ‒ sono luci, energie, emanazioni che rappresentano le qualità e gli strumenti di Dio, ed esprimono l’irradiarsi della sua energia dal cielo sulla terra, con successive e diversificate mediazioni. In alto il trascendente, l’ineffabile la cui energia fontale è rappresentata dalla prima luce che ha nome ‘Corona’, per tenerla distinta dalla Testa che è incoronata. Si arriva discendendo all’ultima delle dieci emanazioni, che ha nome ‘Regno’ e rappresenta i frutti che dai rami scendono verso terra. Esso ricorda il racconto genesiaco della scala di Giacobbe, con gli angeli ascendenti e discendenti: luogo di comunicazione tra il cielo e la terra per far udire ancora la sua fedeltà all’alleanza, la benedizione premessa e rinnovata, non solo ad Abramo e alla sua discendenza, ma attraverso di lui a una moltitudine che non si può contare, perché pari alle stelle del cielo e ai granelli di sabbia in riva al mare.

Le dieci luci, o sorgenti di grazia, aiutano coloro che cercano Dio e camminano nelle sue vie ad andare a Lui con tutto il cuore, agendo secondo la sua volontà. Lo aveva ben compreso Abba Iperechio, di cui uno dei più citati apoftegmi recita: “Abbi sempre nello spirito il Regno dei Cieli, e presto l’avrai in eredità”.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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