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Poesia come profezia
disgelo bucaneve primavera
Tempo di lettura: 15 minuti

«Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo…
Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno»
(Avraham Ben Yitzhak, Poesie, con un saggio di Lea Goldberg, Portatori d’acqua, Pesaro 2018, 61).

Il contare i giorni e le notti, sia quando sono spenti oppure ardenti, sia quando destinano mortificazione o per contro vivificano, il fatto di narrarli gli uni agli altri genera discernimento comunitario, sapienza e poesia insieme dentro il cuore.

Così è del discernimento: trame che si fanno e disfano per ritessersi di nuovo, fili sparpagliati che trovano l’intreccio, un filo che imbocca una cruna d’ago. Dopo la molteplicità del differenziarsi e del diversificarsi, ecco segue il convergere nella consonanza di un pensiero, nella decisione di un comune orientarsi ed agire consonante: “per sette vie ci dividiamo e per una facciamo ritorno”.

Avraham Ben Yitzhak [Qui] considerava «la poesia come fondamento della realtà», e la lingua ebraica come il mezzo per quel difficile e silenzioso esercizio che è ascoltare, per tutti, le fondamenta del mondo.

«Nella grande disperazione in cui visse per numerosi anni della sua vita, non credeva che molte orecchie umane fossero ancora in grado di prestare ascolto a quel fondamento» (Lea Goldberg, ivi, 93) e così alla scrittura poetica riconosceva il compito esistenziale di cogliere e narrare le radici stesse del reale. Per questo egli visse in modo poetico.

Elias Canetti [Qui] lo chiama il “Dottor Sonne”/Sole; un’ampia parte dell’autobiografia, la terza parte è dedicata a lui (Il gioco degli occhi, Adelphi, Milano, 1985, 107-192). Ciò che lo affascinava di lui era la sobrietà e al tempo stesso la sua energia, una personalità schiva, ma carismatica:

«Sonne non parlava mai di sé. Non diceva mai niente in prima persona. Ma anche nel rivolgerti la parola non usava la forma diretta. Tutto era detto in terza persona e così collocato a una certa distanza… Le parole di Sonne non abolivano, non liquidavano nulla; anzi il tema era più interessante di prima, era riordinato e illuminato. Egli apriva in te interi territori là dove prima c’erano soltanto punti oscuri, che erano pur sempre punti di domanda… Aveva riguardo verso tutto ciò che gli fosse vicino, senza però che qualcosa gli sfuggisse. Se non sprecava mai una parola sulle persone che di giorno in giorno stavano intorno a noi, era una forma di tatto. Il suo rispetto per i limiti altrui era assoluto. Era il suo Ahimsa, come io lo chiamavo usando la parola indiana che indica il rispetto per ogni forma di vita», (ivi, 125; 129; 130).

Avraham Ben Yitzhak introdusse nella sua poesia la meraviglia di fronte alla natura, unita ad una conoscenza quasi enciclopedica della scienza botanica. Teneva insieme entrambe per un migliore discernimento del reale. Questo recupero dello stupore dinanzi al naturale – contemplazione proibita da alcune Massime dei Rabbi, perché distoglieva dallo studio del testo sacro – aprì una breccia, un traboccamento nella sua coscienza e nella tradizione stessa.

La poesia è profezia; è dono imprevedibile e sorprendente, vede oltre ogni nostro vedere. Narra l’esistenza di un segreto, di un canto nel silenzio, di radici nei loro nascondigli, del cuore del reale che si rivela celandosi nell’ombra.

Lo conosci solo dal rumoreggiar dell’arborea marina: strepitar di bosco; dal battito insieme del tuo con il cuore della terra; dal continuare a scorrere della linfa della vita, sottotraccia, rivoli carsici sotto una crosta di ghiaccio:

«I monti che si congiungono intorno alla mia città / custodiscono un segreto nei loro boschi; /… sopra il quale rumoreggia un mare di alberi / e in quell’ombroso nascondiglio è nascosto il segreto. / Insieme al cuore della terra, / pulsa in me il cuore; / e scorre assieme ai rivoli / che fluiscono sotto la crosta ghiacciata; /… Tuona e strepita il bosco e dolce è il suo canto nel silenzio dell’angolo che ti è caro», (Poesie, 35; 33; 45).

Come la poesia trabocca dalla realtà – eccedenza del reale che ne attesta il mistero delle radici – e come dalle narrazioni condivise tracima alla fine il discernimento comunitario, così da questo affiorare ed esondare insieme può scaturire lo stupore della profezia, il dono di una parola altra che, illuminando, fa agire e avvia una conversione trasformatrice.

Ritroviamo qui le tre fasi del processo della sinodalità: quella narrativa, quella sapienziale del discernere insieme e quella profetica. Un giudizio di parole e azioni che libera e ristabilisce alleanze, che fa agire in contesti mutati, che orienta a prendere decisioni su nuovi percorsi, stili e pratiche di vita ecclesiale.

L’esperienza profetica è l’esperienza del traboccare della Parola e dell’azione di Dio mentre si cammina insieme con lo Spirito del Cristo Risorto.

«È proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia», ci ricorda papa Francesco. In esso si narra il segreto della sua itineranza nel mondo, il suo venire nella storia e presso di noi. Da questo traboccamento – come lo sgorgare di nuovo delle acque battesimali – scaturisce l’iniziazione cristiana, e pure un cammino e un processo di progressiva maturazione, che coinvolge non già la singola persona, ma la chiesa e la società stessa e l’ambiente circostante.

L’espressione «traboccare mentre si è in cammino» l’ho mutuata leggendo un articolo di Diego Fares, Il cuore di “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica di Papa Francesco successiva al sinodo sull’Amazzonia. Qui l’immagine del camminare travalicando è vista «come simbolo del traboccamento di Dio nella creazione».

Nel testo in spagnolo la parola desborde e il verbo desbordar compaiono cinque volte e sono tradotte con ‘debordare’, ‘sovrabbondare’, ‘oltrepassare’, ‘traboccare’. Scrive Fares: «Nei grandi problemi, come quello che l’umanità si trova ad affrontare in Amazzonia, “la via d’uscita si trova per ‘traboccamento’ (la salida se encuentra por desborde)” (QA 105), afferma papa Francesco. E aggiunge che, per poter riconoscere il “dono più grande che Dio sta offrendo”, bisogna “ampliare orizzonti al di là dei conflitti” e trascendere le dialettiche che limitano la visione. Non basta disciplinare la vita, la si deve aprire a Dio, la cui presenza è sempre maggiore, “traboccante”…

Nel Sinodo, mentre parlava del traboccamento della misericordia di Dio, egli ha detto: “È un traboccamento che suor Miranda ha espresso con una parola che mi ha colpito molto: il traboccamento dell’itineranza. Soltanto chi è in cammino è capace di traboccarsi”. E nell’Esortazione ha dato voce alle poetesse e ai poeti amazzonici che parlano del fiume che straripa: “Nasce ad ogni istante. Discende lenta, sinuosa luce, per crescere nella terra. Scacciando il verde, inventa il suo corso e cresce” (QA 45)», (La Civiltà Cattolica, Quaderno 4074 [Qui],2020, 532-546).

Ho pensato che traboccare non è solo delle acque ma di tutte le sementi, anche se il loro spuntare dalla terra è lento, pacifico, silenzioso – ma non senza travaglio – tanto da dirsi: “una foresta quando cresce non fa rumore”. Tuttavia si vedono a volte nei documentari scientifici le immagini scorrere accelerate, così da mostrare in pochi secondi il seme che nasce, cresce e giunge a maturazione; un esondante florilegio di bellezza che stupisce e rapisce dentro, e t’invoglia alla sequela.

Come la terra ‘la campana del tempio tace il suono trabocca dai fiori’: con questo haiku, che mi è familiare, continuo a narrare del Sinodo del 1992.

Ha lasciato in me la coscienza del seminatore, quella di colui che vede la primavera anche d’inverno e fa credito alla terra anche se non vede i segni e il frutto del suo lavoro. Quell’esperienza ha pure ridestato in me una più viva consapevolezza del mistero della Chiesa come mistero di gratuità ospitale e laboriosità silente.

Scrivevo ad un amico diacono a quindici anni dall’evento sinodale: «credo che a noi sia chiesto di seminare, non di raccogliere; seminare ciò che nella nostra esperienza di fede ed ecclesiale, sentiamo più vivo e irresistibile, incontenibile, fede personale e vita ecclesiale dovrebbero andare sempre insieme; discepolato e comunità in Marco sono profondamente uniti non c’è mai uno senza l’altro».

Primavera nel cuore dell’inverno.

Ricordo un testo di Mario Rigoni Stern [Qui], Stagioni (Einaudi Torino 2008) che accende ancora la mia immaginazione: «Sul finire dell’inverno, a marzo, quando invece di giorno la neve si ammolla e di notte gela, sì da fare corazza e portare il passo senza sprofondare, il bosco che preannuncia la primavera diventa odoroso, bello e favoloso. Cammini alla sommità degli alberi giovani e ti trovi a guardare gli apici all’altezza degli occhi, come un uccello o uno scoiattolo. Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole…

Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera del bosco, che è misteriosa, segreta, viva. Erano le allodole le prime creature a indicare il cambiamento di stagione, ossia la fine dell’inverno. Le prime allodole arrivavano quando il sole nella sua risalita rendeva libere dalla neve le rive esposte a sud. Un mattino sentivi un brivido percorrere le membra, vedevi uno svolare sopra la proda e dopo, il trillo gioioso dell’allodola mattiniera. Era un attimo di felicità. Ma da dove arrivava questo intenso sentimento? Da quale remotissima mattina del mondo? Era bello quel giorno, era bella tutta la terra, era buona la gente», (ivi, 17; 23).

L’ospitalità all’altro, e quella che si riceve dagli altri, trabocca anche solo al ricordo di quell’aver camminato insieme. L’Ospitalità è simile alle briciole di pane lasciate sulla neve per i pettirossi; quando vengono raccolte e mangiate, scompaiono alla vista. L’unico segno, che anche in te rimane, è sentire che la gioia del vangelo e il pane del fratello, anche se duro a volte, ti ha nutrito, fatto crescere per averlo ospitato presso di te.

La ricezione di un Sinodo è dunque un processo vitale nella forma di una ospitalità reciproca, che si prolunga nel tempo e richiede ogni volta di essere rigiocata nelle relazioni e negli eventi della vita, oltre il suo evento. Essa implica uno spirituale, permanente legame allo spirito profetico del sinodo anche quando questo si è concluso.

Questo permanere nel solco tracciato della tradizione, alimentandosi ad essa e poi nutrire altri narrando, è segno di una libertà che non resta passiva di fronte a ciò che ha ricevuto; non si ripiega nostalgica nel passato e non nasconde il talento come nella parabola, ma lo fa fruttificare. È nel rigioco che si prende parte attiva alla ricezione sinodale; è nel trasmetterlo agli altri che lo si fa traboccare.

Se mi si chiedesse “ciò che è vivo e ciò che è morto” del Sinodo oggi, risponderei con le stesse parole di quel tessitore di ecumenismo e teologo che è stato don Luigi Sartori [Qui], quando gli ponevano la stessa domanda in riferimento al Concilio:

«Quando mi si chiede ciò che è vivo e ciò che è morto del Concilio io devo intendere la vita e la morte in senso profondo: per me il morire non è un passare, ma un entrare in una vita nuova. Quindi per ciò che è morto del Concilio io intendo ciò che è passato nella vita, ciò che gioiosamente è finito del Concilio, perché ha potuto e ha dovuto entrare nelle coscienze e nella vita. Quindi il morire non è un lasciar cadere nel passato perché venga sepolto, ma un entrare nel presente e nel futuro perché abbia a sopravvivere».

Ciò che è vivo ancora del Sinodo in me, come per il Concilio, è ciò che ancora non si è attuato, che non è divenuto carne, sangue nella nostra chiesa, e che dunque necessita di essere rilanciato.

Immediatamente il pensiero va alle tre chiese, ciascuna raccolta nell’altra del IV capitolo n. 61 del libro del Sinodo: “Chiesa e testimonianza della carità”: «Non solo una Chiesa per i poveri, ma una Chiesa dei poveri. Non basta il servizio a favore degli strati più svantaggiati della popolazione. Chiesa dei poveri, è luogo di vita con i poveri, dove essi hanno voce, ritrovano in Cristo la strada della loro liberazione umana e cristiana, e si fanno promotori di una trasformazione dell’intera società, per renderla più autenticamente a misura di uomo. Tutto questo comporta, da parte di ciascuno, la scelta, e la concreta e coerente testimonianza, di uno stile di vita più povero, contrassegnato dalla condivisione e dalla circolazione dei beni: una Chiesa povera».

Tutto ciò mi fa pensare ai nostri centri di ascolto, i CdA parrocchiali e delle unità pastorali, che dovrebbero camminare insieme e confrontarsi nel cono di luce di questo testo sinodale. E un altro passo necessario sarebbe quello di una maggiore interazione tra questi centri di ascolto e le stesse persone delle comunità, che non deleghino ai primi l’appassionarsi ai poveri, vicari di Cristo, affinché ogni battezzato diventi occhio, orecchie, mani e piedi, pensiero e cuore del CdA.

L’importanza vitale infine per una consonanza ancora maggiore a servizio dei poveri è tenere insieme azione liturgica e agire solidale, il pane spezzato sulla mensa eucaristica e quello lungo la via: una “pericoresi” – passatemi il termine di teologia trinitaria – un movimento circolare, un ruotarsi verso l’altro e guardarsi in volto in ascolto o rivolgendosi la parola andando e venendo dall’una all’altra mensa.

“Percorsi” è il modo di essere uniti nella relazione delle persone in Dio, il donarsi l’un l’altro, il reciproco appartenersi del Padre e del Figlio nello Spirito un amore che resta aperto, traboccante verso tutti.

Così anche papa Francesco rigioca nell’oggi ciò che era rimasto in embrione al Vaticano II. Egli sta facendo emergere dalle acque ancora sotterranee, scaturite al concilio dal terreno carsico della chiesa, tutte quelle realtà e questioni appena accennate o ancora in statu nascendi nella difficile ricezione post-conciliare degli ultimi 60 anni.

Ha fatto traboccare nel grande fiume della grande chiesa le acque dei fiumi nati dal vissuto delle chiese sorelle dell’America latina, ponendo così la profezia, la sinodalità, i poveri e il martirio di quelle stesse chiese come un dono per tutti.

L’avvio del Sinodo fu per me un inizio faticoso e sfiduciato. Che ho raccontato altrove. Che cosa mi cambiò allora? In quel contesto fu determinante per me la pratica comunitaria, sia nella commissione sulla Parola di Dio, sia nei consigli pastorali e nelle otto assemblee cittadine: un traboccare vicendevole.

La svolta venne, come per Pietro il pescatore quel giorno sul lago. Fu, quella volta, nel gesto del pescatore che prende il largo, anche per me un sì, l’accadere di un nuovo inizio, una nuova partenza che avviò con il sinodo un cammino di riscoperta della comunione ecclesiale. Sì, fu la fede, come allora, sulla sua Parola; fede che si gioca e rigioca nella relazione all’altro, aprendo spiragli di luce nella fede d’altri.

Le Beatitudini sono come il canto delle allodole nel bosco degli urogalli di Rigoni Stern. Esse come le beatitudini sono amiche della luce, portano la luce nell’oscurità. Anche quella sera in cui san Francesco passò dal mondo a Cristo, si posarono sul tetto della casa e a lungo cantarono, roteando attorno: gioia e pianto insieme, così le beatitudini che sono la gioia del Cristo e il pianto dei poveri, insieme trabocchino in noi mentre siamo in cammino.

E ciò che era all’inizio di questo scritto si riversa pure alla fine nelle parole poetiche di Avraham Ben Yitzhak: le sue beatitudini; una si getta nell’altra e traboccano insieme in quella successiva e si fanno pure cammino in chi le legge, le ascolta e pratica.

Una la sento di grande forza per me: quella del seminatore che non cessa mai di seminare ma proprio per questo andrà oltre ogni confine esistenziale a portare la Parola, di solco in solco, scendendo come il seme in esso e tracimando poi in un altro solco: «Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano».

Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano.
Beati i generosi la cui splendida giovinezza aumentò la luce dei giorni
e la loro prodigalità
e si spogliarono dei propri ornamenti – sui crocevia.
Beati i fieri la cui fierezza oltrepassò i confini della loro anima
e diventò come l’umiltà del biancore
dopo il levarsi dell’arcobaleno in mezzo alle nuvole.
Beati quelli che sanno che il loro cuore griderà dal deserto
e sulle loro labbra fiorirà il silenzio.
Beati loro perché saranno raccolti nel cuore del mondo
coperti dal manto dell’oblio
e la parte loro riservata sarà il tamìt* senza parole.
(Poesie, 85)

*[il sacrificio quotidiano al tempio], .

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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