26 Marzo 2020

PRESTO DI MATTINA:
Quel folle vento di marzo che spense Oscar Romero

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 8 minuti

Quando l’amico Sergio Gessi  mi ha lasciato in eredità la direzione di questo giornale – Ma che carino! Che screanzato! – ho subito pensato ai tanti (a Ferrara e in tutta Italia) che potevano aiutarmi a dividere il peso di un fardello (credetemi) pesantissimo: quotidiano, complicato e delicato. Cosi ho incominciato a telefonare, a incontrare, a importunare gli amici vicini e lontani (ancora lo sto facendo) per arricchire di voci Ferraraitalia. Cercavo (cerco ancora) chi ha qualcosa di importante, di urgente, di nuovo, di scomodo, da raccontare su queste pagine. 
Cosi – era finito anche lui sulla mia piccola lista – ho telefonato a don Andrea Zerbini. Che conosco da trent’anni, e che vedo e ascolto rarissimamente: matrimoni e funerali. Sapevo qualcosa di Andrea. Che ha una biblioteca di oltre trentamila volumi, che legge tantissimo, che scrive bene. Che quando parla, sceglie parole che non ti capita mai di ascoltare. Tantomeno in chiesa. Sarebbe stato disposto a dividere i suoi pensieri con pagani e pubblicani? Confidavo di sì.
Due settimane fa, dopo aver preso un appuntamento (“Hai una mezz’ora per me?”), sono entrato nella mia infanzia: nella mia vecchia parrocchia. E mentre camminavo nel magnifico chiostro di Santa Maria in Vado e ascoltavo il rumore dei miei passi su quel cotto sbriciolato, mi sono accorto, improvvisamente, che ad Andrea volevo un grande bene. Non chiedetemi il perché. Non so dare una risposta esauriente. 
“Andrea, Scrivi qualcosa sul mio giornale? Quello che vuoi, quando vuoi: un racconto, un pensiero, un commento, un ricordo, anche una profezia se ti viene…”. Beh, mi ha risposto che non è pratico di profezie, ma ha accettato. Dopo quell’incontro (mi ha regalato anche un paio di libri) ci siamo scritti e messaggiati. Poi siamo stati gettati come tutti nella presente tragedia. Ma non si è dimenticato. Due giorni fa mi ha mandato il suo Mattutino. L’inizio, spero, di una collaborazione stabile. Benvenuto  Andrea.
(Effe Emme)

Buon giorno!
Un giorno solenne, oggi, per la Chiesa, che ricorda i suoi ‘Martiri missionari‘. A questi ‘Innamorati e Vivi‘ – come felicemente li si definisce nella presentazione della Giornata di preghiera loro dedicata – andava il mio pensiero stamattina, mentre mi trattenevo un po’, come al solito, sulla terrazza in compagnia delle mie piante. E nemmeno a farlo apposta ho ritrovato l’immagine più viva e autentica dei martiri missionari tra le piante, volgendo lo sguardo al melo fiorito. È particolare, come potete vedere: fa frutti piccoli come ciliegie, i cui fiori, numerosissimi, sono di colore bellissimo: del carminio, un ‘rosso cremisi, scarlatto’.
Peraltro, il vento dell’altra notte ha scompigliato i rami del melo e al mattino li ho trovati – almeno così mi è parso – a forma di croce. E nulla meglio di una ‘croce fiorita’ penso che esprima il martirio dei cristiani.
Così ho subito legato questo pensiero a un antico haiku che recita: “Volano i petali di un fiorito ciliegio strapazzato da un folle vento di marzo”. Un’immagine che mi ha richiamato alla mente il vescovo Oscar Romero, che morì, proprio quarant’anni fa, il 24 marzo 1980, colpito da una pallottola mentre celebrava messa. Morì per il suo popolo in Salvador, mentre infuriava quella follia che era la guerra civile e travolse soprattutto i poveri e i loro diritti. Ma da quel “folle vento di marzo” – come recita l’haiku – i petali di questo Vescovo fattosi ‘Vangelo incarnato’ per il suo popolo, hanno generato, soprattutto nel cuore dei giovani, la volontà di ricordare ogni anno tutti i martiri missionari, a partire proprio da questo vescovo, che papa Francesco ci ha ridonato santo, anche se in realtà la sua gente già lo considerava tale, sin dall’istante in cui egli dette la vita per loro.

Chi ama la vita degli altri prima della propria è un innamorato; come pure chi persegue la giustizia, la misericordia e non il giudizio, chi si spende per i diritti umani, per i diritti della terra e ricerca sempre la dignità dell’altro e, facendo questo, perde la sua vita è un ‘innamorato’. Se nemmeno la paura lo trattiene dall’amare, questi allora diviene testimone, appunto ‘martire vivente‘ di un amore più grande, che attende.
Quand’è che uno è legato e al tempo stesso è libero? Impossibile direte voi; non si può essere allo stesso tempo servi e liberi. Eppure quando uno è ‘Servo per amore‘ – come cantiamo spesso alla messa – non è forse veramente libero? Perché ricordatelo: è l’amore, il dono di sé, la gratuita donazione della propria vita, che compie e realizza la nostra libertà. Senza questo cammino verso l’altro, la libertà si ripiega su sé stessa, rinsecchisce e consuma gli occhi fissando la propria sterilità. Ce lo ricordano le Scritture e in particolare Isaia che descrive il Cristo come Servo, quello stesso Servo che i Vangeli ci descrivono però libero e liberatore.

Ecco perché mi piace pensare che se noi domandassimo ai martiri “quale sapere avete imparato? Che cosa dite di voi stessi?”, essi ci risponderebbero: “Sappiamo l’amore!” O meglio: “abbiamo conosciuto l’amore” (1Gv 4,16), l’amore più grande del dare la vita, e seguiamo l’Agnello ovunque va per il mondo, ancora missionario tra missionari.
Vivi! Siamo ‘Innamorati e Vivi’, perché siamo stati dallo Spirto uniti allo stesso destino di Gesù. Abbiamo subìto la sua stessa sorte di passione e morte. Sepolti anche con lui, ma la condivisione del suo destino, unito alla volontà del Padre di Gesù che ribalta le sorti, che muta la notte in giorno, il lamento in danza, la morte in vita, ha ribaltato anche le nostre sorti: sepolti con ignominia con Cristo, siamo con Lui risorti e vivi mediante la sua risurrezione.
I martiri sono nella Chiesa come dei roveti ardenti. Sono la forma della profezia stessa, senza la quale la chiesa resta muta, insignificante; essi hanno preso su di loro, con gioia non solo il peso della Parola di Dio, ma anche l’umiliazione, la croce di coloro che non hanno voluto lasciare soli di fronte alla violenza omicida e al martirio.
Per accostarsi ad essi occorre togliersi i calzari. E se domandassimo a un martire “qual è il tuo nome? Cosa dirò ai fratelli che mi chiederanno di te?”, credo che essi risponderebbero “Io sono colui che ti fa partire, che ti mette in viaggio verso i fratelli che sono nell’oppressione, che vivono nell’ingiustizia”. Volgi lo sguardo ai martiri e ti verrà il coraggio di farti Servo per amore nella quotidianità della tua famiglia e della tua vita, perché Il Signore si farà presente.
Due piccoli racconti vi scalderanno il cuore, facendovi sentire che Lui è vicino, è fuoco ardente che brucia, senza consumare. Due brevi racconti per comprendere ancor meglio cosa sia essere servi senza perdere la libertà, un servizio che non riduce, ma compie la nostra libertà perché scaturisce dall’amore.
Una volta un pagano interrogò Rabbi Joshua ben Karechah: “Perché Dio ha scelto un roveto per parlare di là con Mosè?”. Il rabbino gli rispose: “Se Egli avesse scelto un carrubo o un gelso, avresti fatto la stessa domanda. Ma non posso lasciarti andare senza risposta. Perciò ti dico che Dio ha scelto il misero e piccolo roveto per insegnarti che non vi è alcun luogo sulla terra in cui Dio non sia presente. Neanche un roveto” (Da Esodo Rabhah 2,5; cfr. Numeri Rabhah 12,4).
E nel commento di Esodo Rabhah 2,5 si legge: “Il Santo, benedetto sia, disse a Mosè: “Non senti che io sono nel dolore proprio come Israele è nel dolore? Guarda da che luogo ti parlo: dalle spine! Se così si potesse dire, io condivido il dolore di Israele”. Perciò si legge anche (Isaia 63,9): “In tutte le loro angustie Egli fu afflitto.” (Da Esodo Rabhah 2,5).
E credo fermamente che Egli lo sia, anche nelle nostre.

Trascrizione del mattutino inviato alla comunità il 24 marzo 2020

Cover: Tratto da wikipedia/commons

 



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