30 Ottobre 2021

PRESTO DI MATTINA
Si misero in cammino gli alberi

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 15 minuti

bosco foresta alberi sentiero

Si misero in cammino gli alberi.

Nella parabola biblica narrata nel libro dei Giudici (9, 8-15), gli alberi come gli uomini camminano dialogando. Essi parlavano tra loro per accordarsi e trovare un capo che potesse guidarli. A raccontare questo apologo è Iotam, il più piccolo dei figli Gedeone. Visse nel tempo difficile che seguì all’insediamento delle dodici tribù degli israeliti nella terra di Canaan, un’epoca in cui non vi era ancora la monarchia in Israele (cira 1000 aC).

I Giudici erano infatti come governatori inviati da Dio quando la situazione per la gente si faceva critica e invivibile. Spesso erano chiamati a liberare una o più tribù minacciate dalle battagliere popolazioni vicine.

Alla morte di Gedeone, che non voleva che i suoi figli fossero re ma continuassero a fare i giudici, uno dei figli, l’ambizioso e crudele Abimelec, trovando il favore degli abitanti di Sichem, si fece eleggere loro re. Solo Iotam, che si era nascosto, scampò all’agguato mortale che Abimelec tese ai suoi fratelli. Così Iotam, con l’allegoria degli alberi in cammino, mise in guardia i signori di Sichem dalle conseguenze che una tale loro decisione avrebbe portato.

Riunitisi in assemblea gli alberi prima chiesero all’ulivo se volesse regnare su di loro, ma questi non volle rinunciare al suo olio. Allora si rivolsero al fico ma anche questi non volle rinunciare alla sua dolcezza. Poi chiesero alla vite ma pure lei non volle rinunciare alla gioia che veniva agli uomini dal suo vino. Così, alla fine, la proposta fu girata al rovo il quale disse agli alberi: «Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano». Un apologo, questo, che Martin Buber [Qui] ha ritenuto il testo più antimonarchico della letteratura universale.

Viene allora a proposito il vangelo della domenica 17 ottobre, in cui tutte le chiese locali e le comunità cristiane, le parrocchie ed i battezzati sono stati invitati da Papa Francesco ad un sinodo globale; a camminare insieme dialogando con uno stile evangelico, itinerante e accogliente.

L’invito è a mettersi in ascolto non a partire dai vescovi, come era d’uso nei sinodi precedenti; ma iniziando la consultazione dalla base, dai battezzati, perché ciò che riguarda tutti deve coinvolgere tutti e anche includendo quelli extra-ecclesiae, che vorranno averne parte ed essere ascoltati, perché anche fuori dalla chiesa c’è salvezza.

Il Risorto precede infatti i suoi nella Galilea delle genti e il suo Spirito come «vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). In un momento di grande difficoltà nell’evangelizzare, come per i cristiani di oggi, si narra negli Atti degli Apostoli che a Paolo giunto a Corinto [Qui] – porto di mare e, per la sua posizione, città cosmopolita, frequentata da gente di differenti etnie, culture e religiosità – apparve in sogno il Signore che gli disse: «Non aver paura! Continua a predicare, e non tacere, perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Anzi, molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo» (18,9-10).

Il vangelo domenicale di Marco dunque riportava le parole con cui Gesù mette in guardia i Dodici e i discepoli, come fece un tempo Iotam con gli abitanti di Sichem, dal potere esercitato come dominio e sopraffazione e non come umile servizio al bene comune, alla fede e alla crescita umana di tutti: «Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (10, 42-45).

Meno male, ho pensato, che «la chiesa ha nome sinodo»; così la definì Giovanni Crisostomo [Qui], (Esposizione sui Salmi, 149,1) poiché la sua vocazione è quella del “convenire” e della corresponsabilità “camminando insieme”.

La sorgente della comunione ecclesiale infatti scaturisce nel convenire dell’assemblea attorno al vangelo e alla mensa eucaristica: è l’aspetto liturgico della sinodalità; nel camminare insieme poi si attua questa comunione: è la dimensione evangelizzante della sinodalità.

Il Crisostomo fu vescovo e patriarca di Costantinopoli nel IV secolo e lo zelo e la rettitudine pastorale gli furono causa di forti opposizioni e sofferenze da parte dello strapotere imperiale; subì infatti due volte l’esilio prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero ed in esilio morì.

È con questo stile sinodale aperto all’intero popolo di Dio, medicina anche al clericalismo e al tradizionalismo, con lo stile del camminare ascoltando e riflettendo insieme per giungere ad orientare nuovamente la chiesa con decisioni comuni, che papa Francesco intende continuare il processo di riforma della chiesa in uscita missionaria, interagendo non solo con le aperture e le convergenze positive del processo di globalizzazione della società, ma pure ponendo sotto gli occhi di tutti le grandi esclusioni e le marginalizzazioni che si generano anche dentro la chiesa al fine di poterle affrontare.

Si tratterà così non solo di non escludere, ma di promuovere fattivamente la partecipazione, in vista di un consenso della fede di un maggior numero di battezzati, invitando per questo a “dare” e “prendere la parola” coraggiosamente, come una prassi sinodica permanente per la vita in Cristo e nella chiesa.

Ricordava il vescovo mons. Luigi Maverna a conclusione del nostro sinodo inter-diocesano (1985-1992): «L’esperienza del sinodo è stata altamente qualificante ed ha incoraggiato in molti la disponibilità ad una sinodalità permanente. Il sinodo può essere considerato un cammino sempre aperto e aperto ad una sempre più alta partecipazione. Se da una parte è un punto di arrivo, nel momento culminante della celebrazione, dall’altra è un punto di partenza, per una esplicitazione operativa dei temi trattati, per l’attuazione delle proposte e delle indicazioni emerse. Il sinodo ci affida una responsabilità: portare a maturazione la coscienza comunionale, missionaria, progettuale. Meta che implica un cambio di mentalità» (Archivio CedocSFR documento del 04/06/1993). Mi vien da dire allora che la sinodalità come «l’amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non la si rifà senza posa» (proverbio africano).

«Gli alberi si misero in cammino»: e m’incammino anch’io sentendomi già in sintonia spirituale e simpatia con questi nostri fratelli e sorelle in cammino, pazienti, generosi, splendenti e carichi di mistero che sono gli alberi: «L’albero diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero» (Romano Guardini, Religione e rivelazione, Milano, 2001, 22).

«Un albero è una cosa primordiale – scrive ancora Guardini nel Diario – pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!». Così la sinodalità è esperienza primigenia della chiesa primitiva, fu strumento efficace per superare tendenze settarie e barriere ideologiche come accadde al primo sinodo di Gerusalemme riunitosi per aprire la chiesa al mondo.

È tuttavia pur sempre misterioso il cammino degli alberi, ma se il nostro sguardo mantiene le proprie radici nel cuore, l’occhio che vede dal cuore può scorgerne il cammino. Quando gli alberi in inverno si fanno più silenziosi e pensierosi ed il desiderio di correre li rende un poco tristi, pensano al cammino delle foglie attraverso il cielo, che il vento distacca e porta via. Le guardano, le rincuorano e, prima di partire, ad esse chiedono un piacere: “Raccontate al vento tutte le cose che vedete e sentite nel vostro viaggio così, quando lui ritornerà dalle nostre parti, noi sapremo delle storie nuove”.

Ma gli alberi camminano oltre che con le foglie, anche con le radici; non nel cielo, ma nelle profondità della terra: e quando ritorna l’inverno si raccontano le storie che hanno vissuto per scacciare la tristezza ed aspettare la primavera che farà crescere il tronco, allungherà i rizomi, rimetterà in cammino i rami che allargandosi sempre di più potranno abbracciarsi con quelli degli altri alberi. La sinodalità è esperienza pasquale come il passaggio dall’inverno ad una nuova primavera, così fu l’azione dello Spirito anche al Concilio Vaticano II.

Ciò che può far partire la sinodalità nelle nostre comunità e farci decidere di camminare insieme sarà un desiderio ardente, spirituale di vedere le proprie radici. Le nostre radici spirituali infatti continuano a narraci le parole di Dio che ci chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Esse ci educano a porre, nei confronti del nostro prossimo, un’altra domanda; quella che dischiude la nostra coscienza al valore dell’alterità, della fratellanza: “Qual è il tuo dolore, quale il male che ti affligge?”

A questo punto stando in compagnia degli alberi, mi sono ricordato – pensate un po’ – della storia de Il Barone rampante di Italo Calvino [Qui] come a un buona metafora per rintracciare significati e immagini di cammini sinodali.

Come un sughero dalle acque profonde della memoria sono risalite alla superfice della coscienza le vicende di Cosimo Piovasco di Rondò raccontate dal fratello minore Egidio. Tutto iniziò dalla villa d’Ombrosa, in terra ligure, dimora settecentesca del Barone Arminio Piovasco di Rondò, complici le finestre aperte della sala da pranzo che inquadravano i folti rami del grande elce, il leccio del parco.

I due fratelli arrampicavano insieme, ed Egidio ci ragguaglia circa il senso del loro arrampicare: «Così Cosimo saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme. Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù». Quel gioco di camminare sugli gli alberi si trasformerà in una esperienza di vita permanente.

Un giorno tutto mutò per Cosimo a causa di una ripicca che fu salutare. Per non cedere e sottostare ad una ingiusta punizione, costretto a mangiar lumache, egli scelse la libertà e l’andò a cercare in un altro mondo. Quel nuovo mondo inesplorato si trasformò per lui in un percorso di formazione e maturazione personale, un’educazione alle relazioni, alla socialità e all’impegno civile.

Stando su un albero nei pressi della cattedrale riuscirà persino a partecipare alla festa della “Messa grande d’Ombrosa”. In quel nuovo mondo, lui di nobile lignaggio, conoscerà i ragazzini popolani, si innamorerà pure, farà amicizia con il bandito Gian de’ Brughi; tra gli alberi costruirà un biblioteca che sposterà continuamente asserendo che i libri sono come gli uccelli e non devono essere impagliati, ma muoversi liberamente.

Studierà filosofia, guiderà un attacco contro i pirati turchi, aiuterà dei nobili spagnoli, i quali vivevano anch’essi sugli alberi in una città chiamata Olivabassa, e formerà perfino una squadra di vigili del fuoco per prevenire gli incendi boschivi.

Il giorno del distacco – narra Egidio – «con un balzo dalla finestra salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, Cosimo era sull’elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall’albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento».

La scelta di Cosimo non fu una fuga dalla realtà, ma il desiderio di assumere un punto di vista nuovo e più penetrante per scorgere un’opportunità nuova, un’alternativa che lo facesse uscire non solo oltre le mura di casa, ma da se stesso attraverso l’incontro con l’altro mondo.

Simile sarà l’esperienza della sinodalità: un guardare in modo diverso, perché “insieme”; con sguardi da più prospettive e contesti sulla complessità di oggi, per osare, passare oltre e scorgere il nuovo che lo Spirito già intravede per coloro che si ritroveranno nel suo nome. Se insieme sentiranno il suo soffio e guarderanno là dove si muoveranno le foglie al suo passaggio, essi seguendolo di ramo in ramo, da un albero all’altro, troveranno la via.

Narra ancora Egidio del fratello: «Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero. Mentre il nostro, di mondo, si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi».

A vivere connessi chiama la sinodalità, come gli alberi che cammino insieme congiungendosi con le radici e i rami, scambiandosi le loro storie i loro pensieri e desideri, attraverso le loro foglie portate dal vento: «Io non so se sia vero quello che si legge nei libri – annota ancora Egidio – che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra».

Vivere sugli alberi, non diversamente dall’esperienza della sinodalità, è come vivere nel luogo dell’altro. Non è certo un’impresa facile; implica il dono di sé in umiltà, la creatività che nasce dalla pazienza di abitare spazi esistenziali nuovi, stando un poco indietro, lasciandosi guidare, un modularsi poi sui ritmi e sui tempi degli altri provando ad intrecciare, come cesti di vimini, stili di vita diversi.

Continuando la narrazione Egidio ricorda del fratello che «nei suoi giri solitari per i boschi, gli incontri umani erano, se pur più rari, tali da imprimersi nell’animo, incontri con gente che noi non s’incontra. A quei tempi tutta una povera gente girovaga veniva ad accamparsi nelle foreste: carbonai, calderai, vetrai, famiglie spinte dalla fame lontano dalle loro campagne, a buscarsi il pane con instabili mestieri. Dapprincipio, il giovinetto coperto di pelo che passava sugli alberi faceva loro paura, ma poi egli entrava in amicizia, stava delle ore a vederli lavorare e la sera, quando si sedevano attorno al fuoco, lui si metteva su un ramo vicino, a sentire le storie che narravano».

Sinodalità è allora come quando si è attorno ad un falò e si narrano storie dove a turno si va ad alimentare il fuoco; è un servizio chiesto a tutti che educa alla corresponsabilità, grazie a questo umile ministero i volti si illuminano al fuoco, si mostrano chiari uscendo dal buio e così si impara a fidarsi gli uni degli altri.

Ci saranno momenti gioiosi, ma ci sarà pure il peso della sinodalità; occorrerà ricordare allora che questo è un peso di amore, che portò anche Gesù in cammino con i Dodici. Quando si ama si porta anche la pesantezza di coloro che si amano. Il peso dell’amore non è tuttavia simile al peso di una pietra, questo porta verso il basso mentre quello di amore è simile al peso di un fiamma, che porta verso l’alto.

Guardando ancora attorno ad un fuoco notturno ti accorgi che non c’è una fiamma uguale all’altra, né per colore, intensità o forma; esse, distinte ma mai disgiunte, vivono una singolare comunione in movimento, a volte sembra una lotta impetuosa che aggroviglia, a volte invece una gioiosa danza che attrae e incanta, facendo convenire in dono ciò che portiamo dentro.

Fiamme che si alzano, si abbassano, si spengono, si riaccendono, sfavillano e fumano, crepitano, scoppiettano come in un’assemblea ora burrascosa ora mite. Tutte però sono concordi in una cosa: nel voler riscaldare la notte e illuminare i camminanti in ricerca di una destinazione sconosciuta e pur sperata.

Un testo di Yves Bonnefoy [Qui] ci indica la soglia dell’ignoto che sempre dobbiamo attraversare e il luogo irriducibile dell’altro in cui dobbiamo entrare con le scarpe in mano: «L’albero esiste senza di me. La vita sotto tale forma è libera da me, senza che da me dipenda o sulla quale io abbia progetti. Davanti all’albero la mia possibilità è quella di entrare direttamente in contatto con il non conosciuto, il diverso da me» (in A. Corbin, La douceur de l’ombre, Fayard, Dunont 2021, 7).

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