7 Novembre 2020

PRESTO DI MATTINA
Tattiche e strategie

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 9 minuti

D’estate, il marciapiede di mattoni sconnessi davanti a casa diventava il giardino di mia nonna Bianca. Noncurante del parco e delle belle aiuole dei vicini affollate di iris, gigli e rose multicolori, lei, a fine maggio, seminava sul marciapiede gli ‘amici del sole’ (Portulaca porcellana o ‘fiore del giorno’). Lo faceva così come veniva, tenendo in una tasca del grembiule il mangime dei polli e nell’altra le sementi che aveva raccolto l’anno prima. Come il pròdigo seminatore della parabola non temeva gli uccelli del cielo, né la superfice respingente dei mattoni. Confidava che almeno alcuni semi cadessero tra gli interstizi del selciato, tra pietra e pietra, mescolandosi subito alla terra dopo una passata di annaffiatoio. Poi, in breve tempo, dai piccoli germogli ne spuntavano altri e si diramavano dappertutto moltiplicandosi con rapidità. Così, in piena fioritura, il marciapiede diveniva una tessitura variopinta a trame larghe come vie di un boulevard floreale. Ed io, senza farmi vedere, a volte, saltellavo dentro agli spazi vuoti come nel gioco della campana, in cui si procede su un piede solo, raccogliendo però, al posto di un sasso, un fiore che riponevo poi sulla finestra per mia nonna.

Allora non sapevo che il fare è già un dire e che le pratiche del quotidiano aprono spazi esistenziali e comunicativi che arricchiscono di senso la coscienza. Nell’acume di opera si aprono varchi nell’immediatezza di una situazione inattesa, si scovano vie d’uscita alternative, si acutizza l’astuzia come intelligenza pratica, che muta le contrarietà in un vantaggio, ribalta una perdita in un beneficio; accrescendo la capacità decisionale si fa del quotidiano un luogo d’invenzione.

Aprire spazi era del resto lo stile di mia nonna. Là dove c’era accumulo, accavallamento, occupazione, lei creava spazio per ciò che doveva accadere, disponendosi all’inatteso. Era in fondo la stessa strategia con cui fronteggiava le mie domande, replicandovi con altre domande che aprivano un varco là dove sembrava non ci fosse risposta alcuna: «e tu cosa faresti nel posto dell’altro?». E così insinuava che c’erano ancora margini, degli interstizi in me, in cui celare risposte non prefabbricate; un senso ulteriore oltre il già detto e il già fatto; un dire e un fare inediti nascosti nelle pieghe delle parole conosciute o tra le frange delle azioni già compiute.

Imparavo da lei a praticare con creatività i luoghi ristretti della casa e del cortile, alla ricerca di connessioni nuove, combinando tra loro cose vecchie. Per imparare a leggere, alternavo ai libri di testo il calendario di cucina di frate indovino, il libro delle ricette e quello delle preghiere della nonna, scritto a grandi lettere. Una volta, con i fratelli abbiamo perfino appeso alle travi di una stanza che serviva da sgombero una corda per fare un’altalena con la pladura ormai inutilizzata (una specie di vasca di legno con i manici, in cui si lavava e pelava il maiale prima di farne salami). Salito a bordo a volte pensavo all’olandese volante, a volte a Moby Dick.

Dopo la scuola, finiti i compiti, iniziava la caccia al tesoro. Le tre galline della nonna erano proprio stravaganti, galline vagabonde, facevano le uova in posti impensati: sotto la legnaia o sopra al forno del pane, in una siepe al limite della campagna. Cambiavano sempre posto, e io mi sentivo come un bracconiere. Seguivo gli indizi finché non riuscivo a scovarle. Solo quella che chiamavano la regina faceva sempre l’uovo sul cuscino di una seggiola in cucina, vicino alla stufa, e nessuno si meravigliava di quella differenza; anzi nessuno osava neppure occupare quella sedia, anche quando era vuota.

Oggi questi ricordi mi aiutano a riflettere sullo stile della chiesa in questo tempo di minorità e transizione. Ricordi che si rimescolano ai testi di Michel de Certeau, anch’essi seminati ora negli interstizi del mio fare, tra una pratica pastorale e un’altra, tra un salmo e una visita ai malati.
Ricorda De Certeau che l’essenziale risiede nella pratica comunitaria e nello stabilire relazioni: nell’esercizio fatto insieme per liberare spazi, invece che occuparli, in attesa di ciò che sta venendo, per accogliere ciò che ancora è assente: un nuovo stile, nuove pratiche di chiesa in riforma missionaria. Non si tratta certo di restaurare il passato, non siamo più in regime di cristianità, direbbe papa Francesco, «perché la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune», si trova a vivere in una pluralità diversificata e complessa; serve allora far emergere le differenze tra oggi e ieri e, in questo «cambiamento d’epoca», incoraggiare la gente a prendere la parola e articolare istanze, esperienze, attese attraverso la narrazione dei vissuti e delle pratiche comunitarie poiché non si tratta di cambiare il vangelo di sempre, ma di comprenderlo in un mondo in cambiamento.
Decisiva sarà anche una differente pratica dell’autorità nella chiesa nel rispetto della diversità e dignità dell’altro, coinvolgendolo come soggetto attivo nella forma di una relazionalità non unidirezionale, docente e discente, ma pluriforme, poliedrica, che declini la peculiarità di cui è portatore combinandola con le particolarità degli altri in stile meno gerarchico e più comunionale. Questa è la sfida, tanto per le comunità cristiane quanto per il singolo credente: articolare tentativi e pratiche di sinodalità per riscoprirsi popolo di Dio in cammino con la gente.

«Mai senza l’altro… L’altro mi manca»: con tali espressioni Michel de Certeau fa presente pure che le differenze, là dove non vi è unione sono inerti, non sono più un fermento, ma contrapposizione. Pertanto una comunione, se non rinasce continuamente dalle differenze che la problematizzano e la mettono in questione, resta uno sterile e inutile ideale, un alibi per non rischiarsi nella fatica della relazione. Se essa non abita tra le pieghe del vissuto d’altri e non passa attraverso gli interstizi, affrontando i conflitti e resistendo nei luoghi chiusi per tentare di trovare un passaggio, non inventerà spazi nuovi di corresponsabilità, né muterà i conflitti in crisi di crescenza e luoghi di trasformazione.

Riforma, come formare di nuovo, dice il «legame all’altro, nell’apertura ad una pura differenza chiamata ed accettata con gratitudine». Così lo stile e le pratiche di chiesa vanno cercate nel quotidiano, nei luoghi dove ci si incontra come su un confine, che ad un tempo differenzia ed unisce. Nei «clivaggi» ‒ direbbe De Certeau ‒ in spazi sconnessi, nelle fenditure in cui ricevere, per articolarli, il dire e il fare di ciascuno, confrontando la parola e l’agire, frequentando pure quelle fratture, quelle anomalie e assenze in cui irrompe e si fa trovare come uno straniero l’eccedenza di un Dio e di una Parola più grandi della nostra capacità di contenerli, misurarli, afferrarli.

Con L’invenzione del quotidiano ‒ un classico della sociologia ‒ Michel de Certeau individua nella «gente comune» una intelligenza creativa, generativa di astuzie e stratagemmi; inventiva di tattiche forgiate nel quotidiano, fatte di ordinarietà e consuetudini, per bypassare le strategie commerciali dei produttori volte a orientare i consumatori all’acquisto. Mutando contesto, e “camminando nella città” de Certeau analizza le pratiche creative in riferimento alle aree urbane. Così sono messi a confronto da una parte coloro che, con una strategia a vasto raggio, predispongono mappe e percorsi per visitare luoghi predefiniti, e dall’altra coloro che alterano quelle traiettorie e sensi unici obbligati in cui li vorrebbero incanalare gli urbanisti. De Certeau collega le strategie alle istituzioni, mentre le ‘tattiche’ sono utilizzate dagli individui per creare degli spazi propri negli ambienti definiti dalle ‘strategie’. I singoli si ricavano così uno “spazio altro”, scoprendo percorsi alternativi, inventandosi scorciatoie trasversali rispetto a quelle programmate.

Queste pratiche alternative affiorano per l’apparire di un riferimento, di una immagine che rimanda a sensazioni, ricordi e forme, catturate da odori o suoni, che lungo il cammino, spuntano all’improvviso e così si riscopre la libertà creativa del navigatore di mutare rotta. Scrive de Certeau: «Queste tattiche rivelano anche fino a qual punto l’intelligenza sia indissociabile dagli affanni e dai piaceri quotidiani che sottende, mentre invece le strategie nascondono sotto la parvenza di calcoli obiettivi il rapporto col potere che le sostiene, custodito dal luogo proprio o dall’istituzione», (L’invenzione del quotidiano, Roma 2001, 16). Questo modello sociale che utilizza i concetti di strategia e di tattica può diventare criterio di discernimento anche per le pratiche ecclesiali. Come a dire che una riforma missionaria della chiesa non può prescindere dal situarci nel luogo dell’altro, sensibili a lui prima che a noi stessi o alle istituzioni che rappresentiamo. «Credere non è adottare un programma – scrive de Certeau – è, innanzitutto, trovare la parola. I credenti considerano la loro vita sotto una nuova luce quando diviene la loro risposta a qualcuno. Percepiscono dentro di sé ciò che non avrebbero mai conosciuto senza il misterioso interlocutore che glielo rivela» (Esperienza cristiana e linguaggi della fede, Roma 1968, 20). Allo stesso modo una chiesa in situazione di riforma «deve incessantemente discernere nel mondo ciò che testimonia; deve sempre cercare con gli uomini ciò che insegna loro. Non ha mai la proprietà definitiva ed acquisita della verità, è costantemente strappata da ciò che possiede, in nome di ciò che crede e di ciò che vive. Dio non cessa di esiliarla al di là di se stessa attraverso gli incontri e le solidarietà che dapprima disorientano, ma che poi ricordano e rinnovano quanto essa fa già “in memoria” e come segno dell’alleanza eterna» (Dalla partecipazione al discernimento Impegno cristiano dopo il Concilio Vaticano II, Roma 1968, 90).

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