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Umanizzare il destino
ebrei candelabro sassi
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Cosa è stata l’esperienza del Chassidismo/Hassidismo [Qui] (dall’ebraico ḥăsīd, ḥăsīdīm, “pii”) per gli ebrei del XVIII secolo, dispersi e perseguitati nell’Europa centro-orientale? Non è stata una dottrina, e tanto meno un’ideologia. Semmai è stato uno stile di vita, un modo di stare nella difficile e immiserita realtà quotidiana di quel tempo, tenendola comunque aperta agli altri, ai loro bisogni materiali e spirituali.

Un modo di vedere con uno sguardo mistico, di fraternità con lo slancio e il grido del cuore più che con l’ascesi, immedesimandosi negli occhi dell’altro, per accorgersi di una presenza di grazia, di una luce, di una gioia, nascoste proprio là dove non ce lo si aspetterebbe mai; un esserci nelle vicende e nelle storie degli impoveriti e dei disprezzati, in quei destini cui sembrava precluso ogni futuro, esistenze senza speranza perché private della gioia di vivere.

Agli ebrei isolati, schiacciati, la cui vita era stata confinata ai margini, in un contesto in cui l’Europa era sottosopra per le guerre tra gli stati, per il cambiamento delle frontiere e delle idee, il movimento degli hassidim ha ridato allo smarrimento dei singoli il senso del divino nascosto nell’umano e la fiducia di appartenere comunque alla comunità anche se dispersa, in diaspora perché «Dio passa attraverso l’uomo. Il bambino che dorme, la madre che lo accarezza, il vecchio che ascolta il brusio degli alberi: Dio è vicino a ognuno, in ognuno Dio è presente» (E. Wiesel, Celebrazione hassidica. Ritratti e leggende, Milano, 181).

«La leggenda hassidica [è stata il] tentativo di umanizzare il destino», ha scritto Elie Wiesel [Qui] (ivi, 87). Ad iniziarla fu il mistico, veggente ‒ il “Maestro dal buon nome” ‒ Israel Baal Shem-Tov [Qui], che seppe rincuorare moltissimi grazie al suo sorprendente appello alla gioia nascosta e da cercare nel fondo oscuro di ogni disperazione.

Era un uomo del popolo. Non aveva titoli, né amici influenti, né una vasta conoscenza del Talmud. Anzi, non essendo figlio di un rabbino, si atteggiava a illetterato, ignorante. «che salmodia alcune preghiere fondamentali con difficoltà e quasi controvoglia». Ma proprio questo abbassarsi gli aprì la strada presso tutti i diseredati, che si riconoscevano in lui attingendo alle visioni ardenti della sua fede in Dio: «Nel suo universo, i mendicanti sono i principi, i muti sono i saggi. Vagabondi dotati di poteri percorrono la terra, la riscaldano e la cambiano. È questo l’hassidismo: l’accento sulla presenza, e anche sul cambiamento. Nell’hassidismo tutto è possibile, tutto diventa possibile per la sola presenza di un essere che sappia ascoltare, amare e offrirsi» (ivi, 10-11).

Agli ultimi ed emarginati del suo popolo, il “Maestro dal buon nome” assicurava che ognuno di loro viveva nella memoria di Dio, costantemente alla sua presenza. Abitato da una luce divina nessuno di loro era escluso dai drammi e dalle feste del loro popolo, ciascuno a suo modo e secondo le proprie possibilità vi partecipava.

Dio infatti è oltre ogni frontiera: più grande delle classificazioni, distinzioni, degli uomini qualunque siano; egli si volge là dove lo si onora, è là dove lo si celebra con e nella vita, oltre ogni formalità rituale e liturgica. Non bisognava perdere il coraggio né la speranza, perché loro non erano inferiori a quelli che volevano imporsi con i loro titoli e con la loro scienza. Nessuno infatti può vantare diritti e privilegi sugli altri perché tutti, allo stesso titolo, apparteniamo a Dio.

Ciò che infatti occorre veramente imparare e che «il cercare è più importante del trovare; la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità d’umiltà; cominci con il sottomettersi a Dio: crescerà e sarà libero.

Diceva loro che a volte deve bastare il “credere che ci sia segreto” (senza sapere di credere) e anche che l’uomo ha bisogno di poco per elevarsi e realizzarsi; basta che lo voglia, che lo voglia con tutto il cuore.

«La tristezza deve essere combattuta con la gioia e non con un’accresciuta tristezza. L’uomo che si guarda non può non sprofondare nella malinconia, ma quando apre gli occhi sulla creazione intorno a sé conoscerà la gioia. E questa gioia conduce all’assoluto, alla liberazione, a Dio» (ivi, 31-32).

Il Chassidismo, movimento della fratellanza e della riconciliazione ‒ ricorda ancora Wiesel ‒ costituì l’altare su cui fu immolato un intero popolo: «A volte il bambino che è in me mi dice che il mondo non meritava questa Legge, questo amore, questo messaggio di spiritualità, questo canto che accompagna l’uomo sulla sua strada solitaria, il mondo non meritava le favole e le parabole che gli hassidim gli raccontavano, per questo furono i primi a essere designati per la voragine. Questi hassidim di cui mio nonno condivise il destino nella vita e nella morte, io li ho conosciuti. Commoventi per la semplicità, innamorati della bellezza, sapevano adorare. E avere fiducia. In allegria sapevano dare, ricevere, sapevano spartire, partecipare. Nella loro comunità, nessun medicante pativa la fame lo shabbath. Nonostante la loro miseria e la costante minaccia che pesava sui figli e sugli anziani, non rivendicavano né esigevano nulla da nessuno, nulla dagli altri, non pensavano che tutto fosse loro dovuto. Eternamente sorpresi dal più piccolo segno di bontà, di compassione, rispondevano con la gratitudine. Non potevano quindi sopravvivere in una società in cui regnava la crudeltà fredda, organizzata e impersonale» (ivi, 9-11).

In questi racconti la realtà viene capovolta, e ciò che non si vedeva appare e riemerge dal fondo di essa: nell’assenza si scorge la presenza; nell’empietà la compassione; nella malattia la guarigione; nella povertà la ricchezza; nella stoltezza la sapienza e al fondo dal dolore, occhi stupiti, vedono rinascere la gioia e, al fondo di una indicibile empietà, fiorire la grazia della pietà:

«Sembra sorprendente che gli hassidim siano rimasti fedeli a se stessi all’ombra del filo spinato e dei carnefici. Nei ghetti celebravano la vita e la santificazione. Nei vagoni chiusi che li portavano a Birkenau gli hassidim danzavano la sera del Simkhat-Torah. Mi ricordo di alcuni che, nel blocco 57 a Auschwitz, si ostinavano a volermi insegnare a cantare. È un miracolo? Un miracolo mal riuscito? Forse, ma c’è ben altro. C’è la scintilla scoccata nei Carpazi e che non si è spenta. Anzi ravviva il fuoco in noi. L’hassidismo si consolida a Gerusalemme e risorge ovunque nella diaspora ebraica» (ivi, 41).

Similmente, non dobbiamo neppure dimenticare gli Tzadikim Nistarim (i giusti nascosti) che appartengono a tutti i popoli, adoperatisi per ribaltare le sorti già segnate degli ebrei. È dedicato a loro, “Giusti tra le Nazioni”, il Giardino dei Giusti a Gerusalemme, ove si ricordano tutti coloro che durante l’Olocausto hanno rischiato la vita per mettere in salvo gli ebrei dalla persecuzione.

Il Talmud e la mistica ebraica ricordano che in ogni generazione ci sono almeno 36 giusti nascosti. Essi vivono tra di noi, nessuno li conosce e nemmeno loro stessi sanno ciò che li accomuna, ovvero la capacità di riconoscere la sofferenza degli altri e di condividerla, portandola su di loro.

Incalzato e interrogato interiormente da questa “leggenda chassidica”, vite e storie intrecciate che hanno inteso “umanizzare” il destino contrario, oppositore, nemico e persino sciaguratamente malvagio, indicibilmente disumano, le cui vicende e memoria continuano ad essere narrate anche oggi, mi sono chiesto perché dopo tanti anni le leggo e rileggo senza stancarmi, anzi con accresciuto stupore e commozione più della prima volta?

Ho pensato che amo queste storie perché continuano ad umanizzare anche la mia fede e il mio ministero pastorale. Ti aprono gli occhi ogni volta perché tu riconosca il dolore della gente accostandoti a loro un poco, chiedendo loro cosa li affligge e provando a fartene carico e così un nuovo tratto di strada si apre per loro e per te.

Umanizzare è ricominciare sempre di nuovo a consolare, a “riscaldare” come dice Wiesel. Ed è pure credere contro ogni speranza al cambiamento. Con la stessa forza espressa da una bella frase di Bebe Vio la tiratrice di scherma campionessa alle paralimpiadi di Tokio deturpata e mutilata dalla meningite: “Se sembra impossibile allora si può fare”.

Umanizzare è rifiutare la disperazione, è anche assumere le proprie contraddizioni: «l’umiltà dentro l’orgoglio, la semplicità lungo il superamento, Khesed (amore) all’interno di Din (giudizio), la carità nella giustizia: non c’è scelta, non si può che imporre un significato a ciò che forse non ne ha e attingere gioia in una tristezza senza nome e senza fine», (ivi, 39).

Così si umanizza se stessi anche imparando dalle storie di ospitalità degli hassidim che trovano spazio all’altro, proprio là dove non sembra essercene più; che aprono ciò che è stato chiuso, rialzano chi è caduto e ‒ come dice un detto rabbinico ‒ se qualcuno eserciterà veramente l’ospitalità verso qualcun altro questi otterrà gli stessi privilegi e l’umanità dei suoi ospiti.

Godrà pure dell’umanità di Dio, della sua presenza, la stessa di quando egli visitò Abramo alle Querce di Mamre e fu da lui ospitato. Di qui, da questo gesto di ospitalità nacque a Sara e ad Abramo, coloro che non potevano più generare per la vecchiaia, nacque Isacco, il figlio della promessa, l’inizio di una discendenza numerosa come la sabbia che è sul lido del mare e come le stelle nel cielo.

E tuttavia, questo cammino di umanizzazione implica una lotta. Sì, è necessario scovare un nemico insidioso, furtivo, direi invisibile, fine come la polvere che si vede solo controluce, aprendo le finestre e lasciandone filtrare i raggi.

È l’orgoglio usurpatore: quello che scalza il posto all’altro, ne occulta la presenza, ne immobilizza l’azione, demolisce la socialità, inquina la religiosità rendendola mostruosa, idolatrica; tenta di eclissare la presenza di Dio anche agli occhi dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi cerca giustizia e persegue la pace e per esse è perseguitato, di chi ancora percorre un cammino di misericordia e riconciliazione. Ma per quanto duri, oltre il suo tempo, un’eclissi non basterà ad oscurare per sempre la presenza dell’Altro e degli altri. Questa presenza nascosta diverrà così un lievito generativo di trasformazione e cambiamento dello sguardo e delle pratiche umane.

La polvere dell’orgoglio ricopre tutto fino a rendere inconoscibile ogni cosa; uniforma la realtà, rivestendola di una coltre che annulla la dignità dell’umano e il valore delle cose; è così maestra ai suoi alunni di ignoranza. Ricopre infatti il loro volto con un velo di orgoglio. Ne basta un velo appena, come una cataratta che opacizza a poco a poco la coscienza, si accumula poi ispessendosi fino a portare alla cecità totale: “L’ignoranza è orgoglio, e l’orgoglio è ignoranza” (Detto Sufi).

Contro di essa muovono le storie degli hassidim, che mi avvincono l’animo perché sono fatte della stessa stoffa della fede. Sono come un sassolino impertinente, resistente, non rassegnato. Non diversa è la fede: una pietruzza da nulla che incastratasi tra lo stipite e il battente della porta della vita la tiene aperta, giusto lo spazio sufficiente a far passare un soffio d’aria, uno spiraglio, un respiro appena in cui palpita un alito di umanità. È allora umanità che si respira.

Disse il Baal Shem Tov: «Un uomo dotato tende all’orgoglio e non se ne accorge. Solo se si lascia umiliare, si rende conto di quanto sia pieno di orgoglio. L’orgoglio è come un uomo, che viaggia in una carrozza e si addormenta. Il cocchiere sale su una montagna e, all’improvviso, si trova su un vasto altipiano. Quando il viaggiatore si sveglia e gli si dice che si trova su una montagna, fa fatica a crederci. Solo quando inizia la discesa, comincia a rendersi conto di quanto fosse salito in alto».

E Rabbi Noah di Lekhivitz disse: «L’uomo viene spesso chiamato “piccolo mondo”. Questo appellativo si spiega così: se un uomo è “piccolo” ai propri occhi, egli è veramente un “mondo”. Ma se un uomo è “un mondo” ai propri occhi, allora è veramente “piccolo”» (D. Lifschitz, La Saggezza dei Chassidim, 651).

Come allora non sentirsi parte di questo piccolo (ma grandissimo) mondo degli hassidim per non celebrarlo, narrando sempre di nuovo le loro storie, tramandandone la memoria?

Scrive Elie Wiesel nella prima pagina del suo libro:
«Mio padre, Spirito illuminato, credeva nell’uomo.
Mio nonno, fervente hassid, credeva in Dio.
Mi hanno insegnato l’uno a parlare, l’altro a cantare.
Amavano entrambi le storie.
E a volte quando racconto odo le loro voci.
Quei sussurri, di là dal turbine, vogliono
ricongiungere il superstite alla loro memoria».

Siate tutti in benedizione, ora e sempre.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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