13 Agosto 2022

PRESTO DI MATTINA /
Una casa nella tua casa

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 15 minuti

 

«Quanto sono amabili le tue dimore,
Dio delle costellazioni.
Il passero si fa la sua casa
e la rondine si fa il nido
con i suoi piccoli presso di te.
Cuore e sensi danzano
nell’attesa del Dio vivente.
Beati quanti hanno la loro casa
nella tua casa»
(Sal 84; traduzione di D. M. Turoldo).

L’autore della Lettera agli Ebrei ci invita a fissare lo sguardo su Gesù: «il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa.

Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio.

In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, (thérapos) per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo» (3, 1-6).

A Pietro che domanda a Gesù se la parabola che parla dell’economia domestica del regno di Dio, circa la necessità dei servi di vegliare sulla casa anche quando lo sposo tardasse a venire e di prendersi cura di tutti coloro che l’abitano, Gesù risponde:

«State pronti. Chi è dunque l’amministratore (oikonómos) fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?» (Lc 12, 42).

Chi è dunque questo economo ed amministratore di quella casa di Dio che siamo noi? Chi può attribuirsi anche nella chiesa il titolo di oikonómos fidato e prudente?

Certamente un servo con dignità, un AD (amministratore delegato), un CEO (chief executive officer), un thérapos, termine che compare una sola volta in tutto il nuovo testamento ed è riferito a Mosè, degno curatore in tutta la sua casa, che guidò il suo popolo verso una casa promessa.

Lasciamo per il momento la risposta in sospeso.

L’economia del dono

Economia: la parola è composta a partire da: oikos” o “oikia casa, dimora, edificio e dunque, per estensione, una famiglia allargata anche ai servi e agli schiavi; e da nemein che significa dispensare, e dunque amministrare o anche abitare.

Prendiamo atto che non solo nelle parabole del vangelo – quante di esse riguardano i modi di amministrare e i tipi di amministratore – ma in tutta la scrittura e nella comprensione della storia della salvezza l’ambito economico e il termine economia hanno un valore decisamente rilevante.

Corrispondono e includono tutto il disporre e l’agire di Dio nella creazione e nella storia per eseguire e portare a compimento il suo disegno di amore verso di noi.

Per questo anche i Padri della chiesa, nei primi cinque secoli, considerarono l’economia della salvezza un paradigma decisivo, non solo per la comprensione, ma anche per la comunicazione alle altre culture, soprattutto all’ellenismo, del senso e dell’orientamento della storia umana.

Orientata e guidata – così essi predicavano – in senso provvidenziale, verso un compimento, un’unità pur nelle mille frammentazioni e dispersioni e perdite: una storia abitata da Dio e dunque storia fatta di tante storie di liberazione dal male e di salvazione.

Un’economia del dono è quella narrata nelle Scritture: dal dono della creazione, al dono dell’amicizia con Abramo, dal dono della liberazione dal giogo del dio faraone al dono dell’alleanza con un Dio che cammina con il suo popolo.

Un’economia, quella del dono, che raggiunge il suo culmine con il Figlio unigenito degno di fede in tutta la sua casa, da cui fluisce il dono dello Spirito che fa di noi la sua casa.

Così incontriamo strada facendo tra le pagine della Bibbia altrettanti modelli di economia domestica, adeguati di volta in volta alle vicende storiche. L’unico dono è caratterizzato infatti da tante tappe in rapporto agli avvenimenti umani e, soprattutto, in rapporto alla libertà dell’uomo, che potrà accoglierlo o rifiutarlo, corromperlo, perderlo, nasconderlo o invece investirlo, moltiplicarlo come i talenti d’argento o le mine nelle parabole di Gesù.

Vi è nel vangelo ben chiara la distinzione tra differenti economie tra cui il cuore deve scegliere: quella ove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano, e quella che segue le regole del mercato del dono: «Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21).

Del dono, o ne sarà il dissipatore, sfruttandolo a suo vantaggio, escludendo gli altri, o al contrario l’amministratore si metterà al suo servizio e ne sarà custode accorto e previdente dispensatore, condividendolo con quelli della casa:

«Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente» (Lc 12, 43-46).

L’economia della grazia è storica

Per il martire e filosofo del II sec. Giustino [Qui], l’οικονομια è fondamentalmente la vita terrena di Cristo, dalla sua nascita fino alla sua passione ed alla redenzione dell’uomo operata nella Pasqua.

Vita terrena che, preparata dall’inizio dei secoli, annunciata nell’Antico Testamento, fonda l’unità dei due Testamenti. È il disegno del Padre che si realizza in Cristo e nello spirito viene donato alla comunità dei credenti.

L’economia della grazia nella storia ha il suo sacramento: l’eucaristia, “fractio panis”, che è il dono del pane condiviso: il Crocifisso risorto.

Economia è allora tutto ciò che esiste in Dio, nel suo mistero, come nel segreto di un seme esiste, è presente misteriosamente il disegno futuro della pianta che dovrà realizzarsi ed anche l’energia, la forza vitale, lo spirito per attuarla, svilupparla e compierla.

Pensate: tutto racchiuso in un seme. Come in un granellino di senape così è pure l’economia del Regno dei cieli, che da Gesù viene comunicato a noi, il dono di una casa che Dio vuole fare di sé.

La grazia della sua intimità, del suo mistero che egli dispensa fuori di sé, aprendo la sua vita come si apre un seme nella terra e poi alla sua superficie verso il cielo; o come una dimora nella creazione, o dispiegandola come una tenda di nomadi o di pastori nella storia umana di liberazione e di salvazione.

Economia che ha avuto inizio a partire dalla vita intra-trinitaria, immanente, dalla loro relazione di amore, dalla donazione del Padre, del Figlio e dello Spirito nella reciprocità del loro amarsi; come a dire dall’economia del loro amore non gelosamente custodito, ma che ha messo su casa nel mondo, tra gli uomini.

Con economia, pertanto, si intende la messa in opera, la realizzazione del disegno di Dio attraverso fasi successive della storia umana; un’economia succede ad un’altra.

Si iniziò con una economia della creazione – e vide che era cosa buona – fu affidata ad un amministratore – e vide che era una cosa molto buona. Quando però gli amministratori divennero molti, dovette correre subito ai ripari con un’economia dell’arca per salvare il salvabile da una bolla speculativa di malvagità umana e ricominciare daccapo – dopo il crollo in borsa – con un nuovo patto economico siglato da un arcobaleno.

Seguì poi l’economia dei patriarchi che è una economia di alleanze basata su rapporti di amicizia: Abramo, l’amico di Dio, Isacco, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli.

Da questa si passò all’esodo, un’economia di migrazione, nomade nel deserto, con Mosè a sovrintendere. Fu un’economia di austerity, di sopravvivenza, anche se non mancò mai l’acqua dalla roccia, la manna e le quaglie, la nube e il fuoco, e alla fine l’ingresso nella terra promessa.

Un’economia di brusche oscillazioni, caratterizzata da diagrammi alti e bassi, perdite rovinose e guadagni stellari, tradimenti e fedeltà, avvilimenti ed esaltazioni, tutto questo segnò la storia economica successiva.

Non venne però meno la fedeltà, mai si spezzò quel filo rosso del dono di sé che induceva a mettere in comune i propri beni: segno del continuo farsi della prima pasqua di liberazione; criterio economico basilare che da schiavi rende liberi, da servi figli, da stranieri familiari.

Ci fu un’economia regale di guerra e di pace al tempo del re Davide e di Salomone. Non mancò una economia per il tempo della deportazione e per il tempo del ritorno dall’esilio e la ricostruzione.

Un’economia di speranza, di consolazione sarà quella portata avanti dai profeti; di prossimità e resistenza nel dolore innocente e di restituzione sovrabbondante quella nella vicenda di Giobbe; una economia sponsale quella del Cantico dei cantici dove tutto sarà in comune: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio; egli pascola tra i gigli. La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Ct 6, 3).

Economia pure del dialogo orante supplice o grato nei salmi. E poi quella promessa di una economia stabile, duratura, per sempre, rivolta a Davide, che voleva edificare un tempio al Dio che ancora abitava sotto una tenda e, per questo, aveva accumulato ricchezze ingenti.

Ma al profeta Natan fu rivolta questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Il Signore ti annuncia che lui farà a te una casa»: una casa nella tua casa.

L’economia dell’Emmanuele

Una nuova economia (new economy), interconnessa, intanto si andava preparando con il profeta Isaia: l’economia dell’Emmanuele.

Al tempo del re Acaz la città era assediata, non aveva via scampo. Il re Acaz fu sollecitato a chiedere un segno di sicura speranza e di salvezza. Ma lui non lo chiese con il pretesto di non tentare il Signore, in realtà si fidava più dei suoi economi che di Dio.

Allora Isaia gli ripose: «il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene».

È un continuo passaggio da un modello economico a un altro, una grande duttilità di adattamento, alle situazioni, di interconnessioni tra antico e nuovo, dalla preparazione alla realtà, dalla profezia ai tempi messianici, dalla Pasqua in Egitto a quella con i discepoli a Gerusalemme, è proprio così ancora oggi: un’economia di passaggio, di pasqua in pasqua sarà fino al suo compimento nella pentecoste dell’ultimo giorno.

Il Concilio Vaticano II a più riprese e in diversi contesti ha recuperato e reintrodotto questa terminologia nel pensiero teologico parlando di unpropositum (LG 16; PO 22; AA 9; AG 3; 17; GS 34) o d’un consilium divino (LG 2; AA 5; GS 44) da attuarsi come un’oeconomia (LG; 55; DV 2; 14); termine caro alla tradizione patristica orientale che viene tradotto in latino con il termine dispensatio (DV 14).

Per il concilio l’intenzione di Dio, il suo proposito e consiglio si origina e culmina nel «mistero di Cristo», che è il mistero del suo amore nel Figlio (PO 13; DV 2). L’economia della salvezza equivale al rivelarsi e dispiegarsi di questo mistero di amore nella vicenda umana, fino a compenetrarne tutta la storia (DV 2); (SC 35; OT 16).

«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4).

Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé.

Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto» (DV 2)

L’economia della salvezza è storica e si compirà al fine della storia. È il mistero dell’Emmanuele di un amore con noi, di una economia “pro nobis”. Tutta l’economia domestica di questo amore riversato nella storia si presenta e si svolge come ci ricordano le parabole di Gesù nello stile e nella pratica di un servizio.

L’economia è a servizio della vita e non viceversa. Così come Gesù ha assunto la forma di servo, parimenti l’autentica vita cristiana ed ecclesiale si sostanzia in una diakonia, in un servizio.

«Chi è più grande colui che sta a tavola o colui che serve eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve»; e così facendo ci rivela l’identità di un Dio che si fa servo dei servi, non più servi ma amici, anzi figli.

«Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (Lc 12,37).

Stringersi le vesti ai fianchi da parte di Dio rimanda alla notte pasquale in Egitto, ma soprattutto al gesto di Gesù che nell’ultima cena si cinse di un asciugamano e si mise a lavare i piedi ai discepoli. Tutta l’economia domestica del vangelo è servizio e tende a rendere partecipi tutti della mensa pasquale.

Riprendiamo allora la domanda iniziale: “Chi è dunque questo economo ed amministratore di quella casa di Dio che siamo noi?”

Non è il Cristo perché egli parla di un altro, da lui impariamo a praticare l’economia dell’incarnazione, della riconciliazione, del perdono e la pastoralità che è l’economia del buon Pastore.

Se la Pentecoste appare come il compimento della Pasqua e secondo il pensiero patristico come il fine ultimo dell’economia trinitaria della salvezza, si può anche affermare che il Cristo è il grande precursore dello Spirito Santo, colui che è preposto a svolgere l’economia pneumatica.

Eccolo allora l’amministratore affidabile e prudente, l’economo promesso da Gesù ai suoi è il santo Pneuma. Egli infatti – dice Gesù – «non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16, 13-14).

Sant’Atanasio [Qui] afferma: «Il Verbo ha assunto la carne affinché noi possiamo ricevere lo Spirito Santo; Dio si è fatto “sarcoforo”, portatore della carne (sarx) perché l’uomo possa divenire pneumatoforo portatore dello spirito (pneuma)».

E per Simeone il Nuovo Teologo [Qui]: «Tali erano lo scopo e la destinazione dell’intera economia mediante il Cristo: che tutti i credenti ricevessero lo Spirito Santo». Egli «pubblica le economie del Padre e del Figlio, secondo ciascuna generazione, in vista degli uomini, come vuole il Padre. (Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV, 33, 7 s).

Si potrebbe allora dire: Quell’economia che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, questa ha preparato Dio per coloro che lo amano. Solo lo spirito dell’uomo conosce i segreti, i progetti che sono in lui, così anche l’economia di Dio nessuno l’ha mai potuto conoscere se non lo Spirito di Dio che ce l’ha fatta conoscere rendendoci partecipi.» (Cf. 1Cr 2, 9-11)

Un’economia cosmica

Conceda Dio a coloro che desiderano l’amore
di essere pronti
a vivere delle sue ricchezze,
perché Amore li conduca all’amore
vivranno così liberi
da dire: “Io tutto all’amore e l’amore tutto a me”.
Cos’altro potrebbe fermarli?
Perché in loro potere stanno
il sole, la luna e le stelle!

(Hadewijch di Anversa [Qui], Canti, Bologna 2022, 114)

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