4 Giugno 2018

Primo giorno del governo Salvini: Conte e Di Maio che fine hanno fatto?

Francesco Monini

Tempo di lettura: 6 minuti

Il giorno della festa della Repubblica e della Costituzione è stato anche il primo giorno del nuovo governo Giallo-Verde. Un solo giorno è bastato per capire chi è il vero premier, non Conte e nemmeno Di Maio, ma l’ipercinetico Matteo Salvini. In Sicilia ha licenziato le Ong umanitarie e minacciato i migranti. Tutti d’accordo? No, a Roma gli ha risposto la Cei a nome del papa e dei vescovi italiani, mentre a Ferrara Massimo Maisto ha difeso i diritti delle coppie arcobaleno e la scelta dell’accoglienza diffusa.

Il 2 giugno non è stato solo la festa della Repubblica – folla, battimani e applausi per il mega-tricolore sceso dal cielo – è stato anche il primo giorno del nuovo governo che aveva appena giurato davanti a Mattarella, la mano sul testo costituzionale.
Ora, diranno i più fiduciosi, che si può combinare in 24 ore? Mica si può ribaltare l’Italia dalla sera alla mattina? Anche Di Maio l’aveva detto: “Dateci un po’ di tempo, non giudicateci prima ancora di cominciare”. Giusto, ragionevole, aspettiamo pure. Però la giornata e le “sparate governative” del 2 giugno vanno raccontate. E meditate.
Il ministro della famiglia Lorenzo Fontana (lo ricordo in un recentissimo ‘Porta a porta’: gongolante, ma con evidenti problemi di sintassi) ha dichiarato, testuale: “Le famiglie arcobaleno non esistono per la legge”. Intanto, Matteo Salvini si è precipitato in Sicilia, nella doppia veste di Capopopolo e di Vicepremier: qualche comizio infuocato, ma anche l’incontro con i prefetti. Salvini ha stoppato Fontana (veronese e un po’ troppo Liga Veneta), ha detto che la legge sulle unioni civili non si tocca, ma ha aperto il suo cuore agli astanti: “Per me una famiglia deve avere un papà e una mamma”. Tanto per chiarire il concetto.
Matteo Salvini – per chi non l’avesse capito è lui il dominus del governo, altro che Di Maio o l’avvocato Conte – non è però persona ordinaria; la sua tempra, il suo vitalismo, il suo portentoso eloquio sono noti al pubblico. Lui può fare il capopopolo e contemporaneamente il ministro dell’interno. Può sparare sul quartier generale e, dal medesimo quartier generale, buttare olio bollente sugli assalitori. Può recitare molte parti in commedia: dategli ‘Sei personaggi in cerca d’autore’ e lui li interpreta tutti e sei.
Così Matteo (quello nuovo che le elezioni ci hanno dato in sorte) dall’estremo lembo della penisola lancia due proclami, anzi avvertimenti, anzi minacce. “Stop agli sbarchi” e quindi stop alle Ong che salvano i migranti in mare. Ci era riuscito, in parte, Minniti e lui vuol portare a termine il lavoro (sporco). Proprio in quelle ore arrivavano le notizie di due nuovi naufragi, davanti alla Turchia e alla Libia: decine di morti, adulti e bambini. Quanti morti conteremo quando Salvini farà piazza pulita delle ultime barche umanitarie rimaste a solcare il Mediterraneo?
Salvini ha un’altra promessa elettorale da mantenere. “I migranti regolari non hanno nulla da temere, i loro figli sono come i miei figli, ma per i clandestini è finita la pacchia: si preparino a fare le valigie!” Non dice che per avere un permesso di soggiorno in Italia passano anche due anni. Non dice che quelli che chiama clandestini, sono i cosiddetti “migranti economici”. Quelli che scappano dalla fame e che rappresentano più del 90% del totale. Non racconta che la vita di un migrante non è propriamente una pacchia.
Insomma, sono bastate 24 ore per mettere in chiaro cosa dobbiamo aspettarci dal governo “a trazione leghista”, nonostante qualche irrilevante obiezione avanzata da un paio di ministri pentastellati. Matteo Salvini ha già allargato le spalle. Detta la direzione di marcia. E il povero avvocato Conte? Beh, per ora sembra che abbia fatto una telefonata ad Angela Merkel.

E’ giusto registrare due reazioni, una nazionale e una locale. Due prese di posizione nette contro questa deriva: morale e ideale prima ancora che politica.
Su tutti i media il segretario della Cei (Conferenza Episcopale Italia), rilancia l’impegno inderogabile a salvare vite umane e all’accoglienza dei disperati che arrivano sulle nostre coste. La Chiesa di Papa Francesco si schiera apertamente contro l’intolleranza e i respingimenti e propone la via concreta del dialogo interculturale, della solidarietà, dell’integrazione sociale. Non si tratta solo di una lodevole posizione umanitaria, ma di una visione alternativa che propone un piano antitetico rispetto alla propaganda sovranista e identitaria. L’unica strada che possiamo percorrere se vogliamo affrontare seriamente i problemi dell’oggi e costruire un’Italia unita e solidale.
A Ferrara il dibattito e lo scontro fra queste due visioni – respingere e negare il confronto con la realtà, oppure affrontare i problemi e accogliere e integrare i nuovi arrivati – si ripropone nei medesimi termini. Ecco allora ‘Il Resto del Carlino’, ormai programmaticamente deciso a dar voce alla pancia del Paese, sempre più allineato alla Destra più ignorante e retriva, che dedica nella sua edizione cittadina due pagine al Gad che “spera in Salvini” per liberarsi dal disagio portato dai neri. Per fortuna non tutti sono convinti delle virtù taumaturgiche di San Matteo Salvini e del suo ruspante referente in loco Naomo Lodi. Occorrerà lavorare in profondità per far rinascere una quartiere e i suoi residenti da troppo tempo lasciati a se stessi. Da questo punto di vista la prima autocritica dovrebbe partire dai rappresentanti del governo locale.
La seconda reazione ferrarese – questa volta lodevole – al primo giorno del ministro dell’interno, sta nella dichiarazione rilasciata da Massimo Maisto, vicesindaco, assessore alla cultura e alle pari Opportunità. Con parole nette Maisto ha difeso la “scelta dell’accoglienza diffusa” fatta al Comune di Ferrara, che ha dato in effetti risultati importanti anche se necessariamente non definitivi. Poi, in veste di assessore alle pari opportunità, si è opposto all’attacco del ministro Fontana alle famiglie arcobaleno. Vorremmo che Maisto proseguisse su questa strada. Magari che fosse lui stesso a lanciare l’idea di una sorta di Piano Marshall – sociale, economico, culturale – per la zona Gad.

Ci aspettano momenti difficili, in cui l’ideologia della chiusura, del rifiuto, addirittura della difesa della razza alzerà sempre più la testa, rimbalzando sui media e nelle piazze. L’ultima polemica Salvini-Saviano ne è la più recente riprova. E’ questo il momento – prima che sia troppo tardi – in cui è importante avere il coraggio di opporsi a questo pericoloso piano inclinato e invertire la marcia. E non sarà sufficiente acclamare Mattarella, sventolare le coccarde tricolori, celebrare la festa della Repubblica e i settant’anni della nostra Costituzione. Servono parole e azioni, molto lavoro e molto impegno, buone pratiche e buona volontà.



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L’autore

Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “ferraraitalia”, ora “periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.
Francesco Monini

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