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Professionisti della disoccupazione, “lavorare non mi conviene”

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“Sì probabilmente mi offriranno un contratto a tempo indeterminato, ma se mi danno mille euro al mese non mi conviene accettare. Con quello che ho lavorato quest’anno infatti posso vivere quasi un altro anno con la disoccupazione”. Così risponde Giovanni quando gli chiedo se pensa che gli rinnoveranno il contratto di lavoro in scadenza.
Sgrano gli occhi e gli chiedo di spiegarsi meglio.

Perdita involontaria dell’occupazione, due anni di iscrizione all’Inps e almeno 52 settimane lavorate nei due anni precedenti la richiesta. Questi sono i requisiti necessari per fare domanda dell’indennità di disoccupazione Aspi che dal 1 gennaio 2013 sostituisce il vecchio sussidio di disoccupazione ordinario.
Nulla viene detto sul fatto di aver già fruito di una precedente indennità di disoccupazione, anche negli stessi due anni a cui si fa riferimento per i requisiti.

E così è possibile che Giovanni Villa, della provincia di Ferrara, 37 anni, elettricista che ha precedentemente lavorato per una decina d’anni come dipendente, da dieci anni a questa parte viva di lavoretti a termine e indennità di disoccupazione: un anno di lavoro, anche a intervalli, e 8 mesi di indennità di disoccupazione.
Accettare un lavoro a tempo indeterminato per lui vorrebbe dire legarsi a un datore di lavoro e a uno stipendio senza più la possibilità, alla scadenza del contratto, di decidere se lavorare ancora e quindi accettare un altro contratto a termine, o godere dell’indennità dell’Inps per qualche mese.
Perché mentre la scadenza di un contratto di lavoro a termine rientra nella “perdita involontaria dell’occupazione”, e costituisce quindi un requisito per ottenere l’indennità, le dimissioni volontarie da un contratto a tempo indeterminato, nel caso Giovanni si stanchi del tipo di lavoro o non si trovi più bene sul posto di lavoro, non danno questa possibilità.
E’ vero, l’indennità di disoccupazione non è molto alta, non può superare 1192,98 euro al mese per il 2014, ma Giovanni vive con i suoi genitori, “vuoi mettere quasi ottocento euro al mese per non fare niente, contro mille per dover andare a lavorare tutte le mattine?!” mi dice. “E quando finiscono gli 8 mesi dell’indennità, se non trovo niente, c’è mio cugino in campagna che ha sempre bisogno di una mano e un contratto a termine per qualche mese me lo fa di sicuro”, aggiunge.

Anche Chiara Salvini, della provincia di Milano, 34 anni, ragioniere diplomata, vive così da sei anni: qualche lavoro interinale e qualche mese di indennità di disoccupazione. Chiara convive con Paolo, il suo ragazzo, che ha un lavoro a tempo indeterminato e una casa di proprietà, ma chiarisce che non si fa mantenere: dividono tutte le spese a metà.
A differenza di Giovanni lei ci ha provato a ottenere un contratto a tempo indeterminato, ma dopo i primi anni di mancati rinnovi nonostante gli apprezzamenti delle sue capacità da parte dei suoi superiori, si è rassegnata. Forse un contratto per lei ci sarebbe, ma vorrebbe dire una vita da pendolare, un viaggio di più di un’ora per raggiungere Milano, senza contare il traffico, mentre un contratto interinale si trova quasi sempre in qualche ditta vicino a casa. “Questo contratto mi scade a settembre”, mi dice, “con i risparmi tiro fino a Natale e poi farò partire la disoccupazione da gennaio, così fin dopo l’estate sono a posto e mi faccio le vacanze tranquilla”.

Come Chiara e Giovanni molti altri giovani si sono rassegnati a questa vita da precari, non avranno mai accesso a un mutuo, non potranno mai contare su una stabilità economica nel caso in cui decidano di costruirsi una famiglia, vivono con i genitori o con qualcuno che possa tamponare gli inevitabili “buchi” tra un contratto e l’altro, ma intanto gli anni passano, un contratto interinale dopo l’altro, un’indennità di disoccupazione dopo l’altra.

Poi c’è Marco Landi, 35 anni della provincia di Varese, che ha lavorato come informatico per 15 anni, dipendente di una ditta chiusa a causa della crisi. Durante i mesi dell’indennità di disoccupazione Marco si è dato davvero da fare per cercare un lavoro, a lui l’idea di essere disoccupato non piaceva per niente. Due mesi prima della scadenza del periodo di indennità ha deciso di aprire partita Iva per fare il venditore porta a porta. Si è presentato allo sportello dell’Inps per fare regolare comunicazione di questa sua intenzione, con la conseguente sospensione del sussidio, e si è sentito rispondere: “complimenti, lei è una delle poche persone oneste che fa questa comunicazione, sa, tutti se ne fregano e prendono lo stesso il sussidio per tutto il periodo”.

Sia chiaro, non si vuole qui discutere l’importanza dell’esistenza di un aiuto sociale fondamentale come l’indennità di disoccupazione.
Ma le attuali regole per la richiesta dell’Aspi equiparano un lavoratore, che ha lavorato come dipendente per decenni e si ritrova disoccupato suo malgrado, a chi nei due anni precedenti ha avuto due contratti a termine di sei mesi ciascuno e prima non ha mai lavorato, o ha tenuto un comportamento simile. La durata dell’indennità è la stessa per entrambi e anche l’entità del sussidio potrebbe essere simile, se le retribuzioni fossero paragonabili.
Tutti i Giovanni e Chiara di questo Paese si trovano quindi davanti alla scelta tra un lavoro cosiddetto “fisso”, almeno finché la ditta non chiude o non decide tagli, e una vita di lavoro precario alternati a lunghe “vacanze” a spese dell’Inps. Giovanni e Chiara non sono evasori o lavoratori in nero, rispettano in tutto le regole della legge Fornero, ma hanno trovato un modo di sopravvivere sfruttando un sistema che consente loro di farlo.

Viene da chiedersi come sia possibile che i contributi dei lavoratori a tempo indeterminato, con uno stipendio medio di poco più di mille euro al mese, possano coprire le indennità di disoccupazione ripetute di tutti i giovani che hanno fatto una scelta di vita e di lavoro di questo tipo.

(a.m.)

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