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Profughi, migranti, immigrati: appunti per un incontro

LA RIFLESSIONE
Profughi, migranti, immigrati: appunti per un incontro

Tempo di lettura: 10 minuti

di Daniele Lugli

Profughi

I profughi sono quelli che scappano da guerre e persecuzioni in Medio Oriente e Africa e vengono anche da noi in cerca di rifugio. L’afflusso è accelerato negli ultimi mesi. Molte preoccupazioni vengono espresse. C’è chi parla di invasione e peggio dopo gli attentati. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr) negli ultimi anni ne sono arrivati un milione in Europa e un milione e mezzo è atteso per il prossimo anno. Dopo un’effimera apertura di nuovo ogni paese si difende dall’invasione, Che non c’è. Da noi arriva solo chi ha messo assieme la somma ingente da consegnare ai trafficanti per un viaggio costoso e pericoloso. Gli altri si sono fermati prima: per restare alla guerra siriana, Turchia. Giordania, Libano, fino a divenire in questo un quarto della popolazione.

Che debbano essere accolti non v’è dubbio. Lo impongono la nostra Costituzione e leggi pur restrittive conseguenti, visto che molti sembrano non avvertirne, “a prescindere”, la necessità.

Abbiamo sistemi dedicati, lo Sprar (Sistema di protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati) e i Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria). L’accoglienza dunque va fatta e costa di più, in tutti i sensi, farla male piuttosto che farla bene. C’è chi si impegna per una opzione e chi per l’altra. . Nella nostra provincia sono accolti con lo Sprar 92 richiedenti asilo/rifugiati, (8 con disagio mentale e 4 minori non accompagnati) e 500 nei Cas. Come sempre straordinarietà ed emergenza prevalgono sull’ordinario. Altri arrivi sono previsti. Operatori preparati e buona collaborazione tra le istituzioni evitano i guai che altrove si presentano e che “giovani scellerati e vecchi malvissuti” vorrebbero importare. Il problema non è comunque semplice. Dal rifugio occorre uscire per riprendere, intraprendere, una vita accettabile fuori dal paese d’origine, il più vicino possibile alle proprie aspirazioni e capacità. Già l’accoglienza dovrebbe aver presente questo sbocco, il che non avviene per molti motivi.

Migranti

La parola ci riporta alle nostre origini comuni, a come si è popolata la terra, partendo dall’Africa. Siamo tutti homo sapiens (anche se l’aggettivo appare spesso immeritato) e dunque tutti africani. Se proprio vogliamo parlare di razze, questa è la nostra. Già oltre centomila anni fa questo flusso si è originato e non si è più fermato, prima diretto a oriente e quindi, decine di migliaia di anni dopo, all’Europa, soppiantando il vero europeo, l’ Uomo di Neanderthal. Siamo tutti parenti e tutti differenti, ho imparato da Guido Barbujani. Dubito che riportarci a un comune migrare, dal quale veniamo, possa aiutarci a comprendere chi è costretto a farlo ora: parenti serpenti!.

Immigrati

Vengono qui per molte ragioni – anche per il cambiamento climatico, l’ha ricordato il principe Carlo – ma con un’unica aspirazione: stare meglio. Lo sappiamo bene noi italiani (e ferraresi) che abbiamo riempito di little Italy il mondo. Solo nel 1980 il numero degli immigrati ha superato quello degli emigrati. Da allora il ritmo è cresciuto. Vengono da Paesi il cui Pil pro capite è un decimo della media europea. In cinquanta anni gli immigrati sono quadruplicati in Europa e decuplicati in Italia. La loro presenza ha cambiato e cambierà ancora le nostre città e i nostri paesi, le nostre abitudini e convivenze. Sta a noi che il cambiamento sia in meglio e non in peggio, con una buona legge sull’acquisto della cittadinanza per chi la vuole e una buona ospitalità per chi studia e lavora in Europa, ma intende tornare al Paese d’origine.

Problemi ce ne sono tanti. Almeno sgombriamo il terreno da quelli falsi. Gli immigrati non pesano sullo stato sociale in Europa e particolarmente in Italia. Il loro apporto in imposte e contributi previdenziali è di 16 miliardi e mezzo l’anno, la spesa pubblica che li riguarda non supera i 12 miliardi e mezzo: ci sono 4 miliardi di differenza. Se i servizi appaiono insufficienti e in calo non è dovuto agli immigrati ma al taglio della spesa sociale. La loro presenza non aumenta la disoccupazione. Fanno i lavori, nel mercato legale, illegale e criminale che i cittadini italiani abbandonano. La disoccupazione, derivata dalla crisi economica e da politiche che del lavoro si disinteressano, colpisce tutti a prescindere dall’essere nati o no in Italia. Gli immigrati sono anzi i primi. Lo si vede dal rallentamento degli afflussi, dalle cancellazioni anagrafiche, perfino dai pur minimi ritorni volontari assistiti, che indicano chiaramente una tendenza: una metà riguarda persone che hanno perso il lavoro e non hanno speranza di ritrovarlo. Sono numeri piccoli, ma la tendenza è chiara dai 228 del 2010 si passa ai 2000 del 2015 in Italia e in Emilia dagli 11 del 2009 ai 109 del 2013.

I problemi di convivenza restano tutti e non sono piccoli. Una misura necessaria sarebbe abbassare un po’ l’egoismo, almeno come l’intende Oscar Wilde: non consiste nel vivere come ci pare, ma nel pretendere che gli altri vivano come noi. Una guida preziosa è il “decalogo” per una convivenza interetnica tentato da Alex Langer. Lo si trova commentato in un bel quaderno del Movimento Nonviolento (Aa.Vv. La nonviolenza per la città aperta). Leggi buone e buone applicazioni servono perché tutti, italiani e no, abbiano possibilità di curarsi, abitare, lavorare, studiare nelle migliori condizioni. Allarma ad esempio che nella scuola, col suo ruolo decisivo di costruzione del futuro, si registri un sensibile progresso, tra le rilevazioni fatte nel 2003 e nel 2012, nella capacità di comprensione di quello che si legge da parte dei quindicenni italiani, + 29%, mentre i loro coetanei figli di immigrati risultano peggiorati, -16%. Una buona scuola è attenta ad evitarlo.

Serve che la società tutta si meriti l’aggettivo civile, che spesso l’accompagna. Cosa vuol dire civile l’hanno mostrato Valeria e i suoi cari fin nel funerale.

Guerra

Per strana e asimmetrica che sia una guerra si dovrebbe sapere almeno chi è il nemico (una società off shore dell’Arabia Saudita?) e chi l’alleato. Sembra una reazione pavloviana. Ci si mette a sbavare. E a vaneggiare di guerra, come se non se ne fossero già provate le deleterie conseguenze su altri teatri. E’ un quarto di secolo che va avanti questa guerra mondiale a pezzi. Sappiamo tutti, l’ha detto un poeta, cos’è la guerra: persone che non si conoscono e si massacrano agli ordini di persone che si conoscono e non si massacrano. Carneficina di massa e non guerra un filosofo del diritto pretende che i suoi allievi la chiamino. Così è più difficile accompagnarla a qualificazioni che la giustifichino: difensiva, umanitaria, chirurgica, giusta, santa… Provare per credere. Enzo Bianchi ha detto che il solo dio rintracciabile a giustificare la guerra, in corso ed invocata, è il denaro. Credo abbia ragione.

Contro la guerra si fa la pace. E intanto si smetta di ammazzarli a casa loro. Dalle aggressioni ci si difende usando le risorse più appropriate. Per la pace e non per il riarmo è giusto sforare i patti. Un’altra difesa è possibile. C’è una proposta di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta. Dentro ci sono buone proposte che hanno alle spalle esperienze di intervento in situazioni di conflitto, per prevenirne le manifestazioni più violente (e non per secondarle o provocarle credendole nel proprio interesse), per attenuarne le conseguenze peggiori e avvicinarne la conclusione, se non è riuscita la prevenzione, per riconciliare e ricostruire quando la guerra finisce. Lo sanno i militari più consapevoli che non possono far fronte loro a queste necessità.

Sicurezza

Bella cosa essere sicuri: sine cura, cioè senza preoccupazioni come quando si è in salute e tra amici. Così ci vuole la nonviolenza: affettuosamente aperti alla esistenza, alla libertà e allo sviluppo degli esseri. Ma se ci accorgiamo di non essere tra amici? Qualcosa si va rompendo nel tessuto della nostra convivenza? Se uno strappo evidente minaccia di allargarsi? Quando succede in una stoffa mettiamo intanto una spilla, di sicurezza appunto, e poi ci vuole qualcuno capace di rammendarla. Non possiamo gettare la stoffa della nostra convivenza. Siamo noi i fili di quella stoffa. Occorre ripararla dunque. Benvenuta la spilla, ma non può fare tutto. Non serve metterne ancora e ancora, Si fanno solo buchi aggiuntivi. Bisogna ricucire. Una sicurezza affidata a polizia, carabinieri, forze armate è pretesa di rammendare moltiplicando le spille. La sicurezza è un lavoro di tutti.

Ma ci sono conflitti culturali insanabili. Si cita la condizione della donna. Il nostro parlamento ha fatto una legge sulla famiglia decente solo nel 1975. Grazie alla Corte costituzionale sono scomparsi nel ’68 e nel ’69 il diverso trattamento penale dell’adulterio dell’uomo e della donna, nel ‘71 il divieto di propaganda anticoncezionale e nell’81 la previsione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. Mentre parliamo di violenza sulle donne non è male ricordare il nostro recente passato di diseguaglianza anche nei diritti. Alle donne immigrate dobbiamo garantire gli stessi diritti delle nostre concittadine.

Ho sentito pure dire che i luoghi di culto di musulmani sarebbero una minaccia alla sicurezza. Non dubito vi siano predicatori che dicono cose ributtanti. Succede anche in altri luoghi. Diceva don Primo Mazzolari Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello non la testa. Mi piace pensare che il devoto musulmano si ripeta Mi tolgo le scarpe per rispetto non per pensare con i piedi. Dobbiamo impegnarci perché questo avvenga. Anche in tal modo si evita che il terrorismo che viene dall’esterno si saldi a quello che viene dall’interno e si ammanti di motivi religiosi. Vanno compresi i motivi di un rifiuto così radicale della nostra società. che non mantiene la promessa di giustizia e libertà scritta nelle nostre leggi. Abbiamo proclamato diritti inviolabili, che poggiano unicamente sull’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà. Ma i giovani non vedono dal mondo adulto esempi di solidarietà se non da esigue minoranze, magari dileggiate come buoniste. Vedono per lo più una feroce competizione nella quale si vince a discapito degli altri (competere vuol dire chiedere assieme, non necessariamente volendo la reciproca distruzione). Si comprende come l’illusoria potenza del terrore possa esercitare un’attrattiva. Almeno non contribuiamo con il nostro odio. Diceva Etty Hillesum Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo, lo rende più inospitale. Cioè più insicuro.

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