19 Dicembre 2014

Provincialismo riformista

Francesco Lavezzi

Tempo di lettura: 6 minuti

province

Mentre prendiamo atto che Giorgia Meloni dice di sentirsi pronta per fare il sindaco di Roma, tocca parlar ancora di Province.
C’è ormai largo consenso nel far risalire l’attacco mortale agli enti che stanno fra i Comuni e le Regioni a una sorta di diktat partito dall’Europa e indirizzato ai cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).
Cari Maiali – pare essere stato il ragionamento – il vostro quadro di finanza pubblica non è più compatibile né sostenibile, perciò dovete stringere la cinghia cominciando a rivedere al risparmio il vostro assetto istituzionale. Altrimenti niente risorse.
Così l’attacco in Italia è stato messo a punto, già dal governo Monti, contro le Province che rappresentano notoriamente l’1,2 per cento dell’intera spesa pubblica nazionale.
Solo che il professore è stato bacchettato dalla Corte costituzionale, perché una riforma istituzionale non può essere fatta con logica emergenziale, cioè con decreto legge, ma dentro un disegno, un’architettura.
Tanto per rimanere in terreno edile, lo direbbe anche Calzinazza, il manovale nel film Amarcord di Fellini, che una casa si inizia dalle fondamenta e non dal tetto.
E invece, fa notare chi se ne intende, è dai tempi di Berlusconi che il Legislatore pretende di partire dal livello ordinario per cambiare equilibri definiti dalla Costituzione, infischiandosi del principi delle fonti del Diritto, che sorregge l’intero nostro ordinamento giuridico.
E’ pur vero che in Italia se si vuole cambiare la Costituzione si sa quando si comincia e non quando e se si finisce, ma così facendo si entra in un campo minato.
Tecnicismi? Mica tanto.
La legge Delrio (n. 56 del 7 aprile 2014), chiamata anche Svuota Province perché ne riduce funzioni e compiti, introduce un regime normativo provvisorio, in attesa che si compia l’iter della riforma che porta la firma della ministra Boschi per cancellare la parola dalla Costituzione.
Proprio chi mangia pane e Costituzione è del parere che in questo modo si aprono numerose questioni di incostituzionalità che se fossero sollevate sarebbe un bel casino.
Fosse solo questo il problema.
Prima la Svuota Province dice che le funzioni si devono ridurre essenzialmente a quattro (strade, edilizia scolastica, ambiente e territorio). Poi la Conferenza Stato-Regioni aggiunge che altri compiti possono essere delegati dalle Regioni alle Province, al termine di un lavoro di mappatura da compiersi all’interno di Osservatori regionali (molti dei quali non sono nemmeno partiti).
Nel frattempo il governo fa arrivare in Parlamento il disegno di legge di stabilità, nel quale sono previsti tagli alle Province di un miliardo ogni anno fino a raggiungere la somma di tre miliardi nel 2017.
Giusto il tempo di fare una botta di conti per accorgersi che su circa nove miliardi che costano le Province, 3,5 servono per tenere decenti strade e scuole. Si dice: se vengono a mancare tre miliardi di cosa stiamo discutendo?
Ma non basta.
Un emendamento alla legge di stabilità impone anche una riduzione di personale del 50 per cento entro pochi giorni dalla sua entrata in vigore.
I giornali di mezza Italia scrivono che la traduzione di questa misura sono 50mila fra dipendenti provinciali e delle Città metropolitane che dalla sera alla mattina dovranno trovare un altro posto di lavoro: nei Comuni, nelle Regioni, nello Stato?
In pratica, da un lato la Delrio dice alle Province di tuffarsi da un trampolino, indicando quanti carpiati e avvitamenti si devono compiere, dall’altro si leva l’acqua dalla piscina.
Così il Legislatore sta, di fatto, alzando la tensione tra livelli istituzionali del Paese, in un clima sociale ed economico già duramente surriscaldato dagli effetti di una crisi mai vista prima.
Ad essere comprensivi si può capire che qualcuno possa aver pensato: Provincia più leggera uguale a meno risorse e meno personale. Però in questo modo non ci sono i soldi non solo per le eventuali funzioni che continueranno a delegare le Regioni, ma nemmeno per le quattro superstiti della Delrio.
Gli esperti parlano di momento di grande ipocrisia legislativa ed istituzionale, dal momento che si sta di fatto spingendo dei profili istituzionali, per quanto provvisori, verso uno scenario di possibile interruzione di pubblico servizio che, fanno notare, è un reato penale.
Qualcuno sta provando a non farsi prendere dal panico, rilanciando una Provincia come agenzia tecnica al servizio del territorio (sul modello spagnolo). Una specie di centrale qualificata per acquisti, appalti, forniture e servizi, a disposizione dei Comuni. Un esempio di ottimizzazione di risorse e competenze.
Il problema è che se questi sono i termini, è lecito pensare che la preoccupazione numero uno dei presidenti di Provincia in questo momento sia far quadrare bilanci e pagare gli stipendi, assecondando un fuggi fuggi del personale comprensibilmente preoccupato per i propri destini lavorativi. Ed è altrettanto immaginabile che i primi a trovare nuovi approdi occupazionali siano le professionalità che hanno più mercato.
Il risultato potrebbe essere che le Province sopravvissute a questa emorragia di competenze si riducano di fatto a poco più che delle Caritas, oggettivamente impossibilitate ad essere il supporto tecnico immaginato.
In questo clima è poi sorprendente la preoccupazione, adesso, dei sindacati per le sorti dei dipendenti pubblici in questione, quando i loro stessi leader nazionali, a suo tempo, non hanno esitato ad accodarsi a gran voce al coro di quanti – politici, giornalisti, studiosi, esperti – hanno predicato l’inutilità delle Province.
Ma il bello della questione è l’approdo finale. Già, perché terminato il regime provvisorio della Delrio (non si sa come), chi sopravviverà assisterà a quanto previsto dalla riforma costituzionale Boschi, la quale cancella le Province dalla Costituzione ma consentirà alle Regioni di avvalersi di enti di area vasta.
A quel punto sarà curioso vedere la faccia di chi si prenderà la briga di spiegare, ad esempio, ai cittadini emiliano-romagnoli che sono state cancellate nove Province per sostituirle con decine di Unioni di Comuni. Per risparmiare, è chiaro.
Come se non bastasse, proprio sui giornaloni che più hanno tuonato conto lo spreco delle Province si inizia a leggere che questa riforma non solo le ha svuotate, ma fatte diventare poco democratiche.
Ma va?
E non per colpa dell’astensionismo, ma perché la Delrio le ha trasformate in enti di secondo livello, cioè sono i sindaci che si eleggono tra loro mentre i cittadini non possono più dire come la pensano su come sono tenute le strade, o le scuole dove vanno i loro figli.
Decisamente paiono destinate ad ingrossarsi le file del già affollatissimo club tricolore delle facce da paracarro.



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L’autore

Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).
Francesco Lavezzi

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