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Ad alcuni giorni di distanza da quanto accaduto all’incontro targato Pd sulla riforma della scuola con la presenza della ministra Stefania Giannini, la cosa che desta sorpresa, almeno a me, è la reazione di alcuni in difesa degli urlatori. Ridotta all’osso la questione si può riassumere così: poche decine di persone particolarmente contrarie alla riforma hanno ritenuto, per tutti gli altri, che fosse inutile sentire non solo la ministra, ma anche chiunque altro sull’argomento. Hanno ritenuto fosse talmente tempo perso da alzare il tono della protesta e della rabbia fino a causare l’annullamento della serata.
L’hanno fatto anche mostrando cartelli con sopra scritto: “Ladri di democrazia”. Ci può essere più di un fondato motivo per contestare, anche duramente, il metodo (oltre al contenuto) con cui è stata condotta in porto la riforma della “Buona scuola”, ma è legittimo domandarsi se in questo caso i ladri di democrazia non siano stati altri. Se le cose stanno così, sorprende che il mondo sindacale ferrarese, o almeno una parte, sia corso in aiuto di una causa che appare persa come poche altre.
Qui non si discute del merito della vicenda, perché non c’è stata nemmeno occasione per approfondire i temi della protesta, ma della modalità scelta, che fa a pugni con le parole libertà e democrazia. E se altri lo hanno fatto precedentemente non è giustificabile che si continui a farlo. Perché allora il sindacato, almeno in parte, si schiera senza battere ciglio con chi decide per tutti se sia il caso di ascoltare una voce, oppure con chi, nel sacrosanto diritto di tenere un’assemblea, ne fa subire le conseguenze a turisti arrivati a Roma da ogni angolo del pianeta per vedere il Colosseo, trovando i cancelli chiusi?
È comprensibile che a parlare con passione di certe cose possa andare il sangue alla testa, soprattutto quando si ha più di una ragione per pensare di non essere rispettati o che le cose stiano prendendo una piega sbagliata, ma se si fa piazza pulita anche dello spazio nel quale tutti hanno libertà di parlare la cosa cambia. Non ha torto Beppe Severgnini quando, ospite da Lilli Gruber, ha detto che il sindacato ultimamente sembra fare di tutto per rendersi antipatico. Il problema è che in tempi nei quali la democrazia non gode di una salute di ferro bisogna stare attenti perché, la storia insegna, c’è sempre il rischio che prima o poi qualcuno ne approfitti per buttare il bimbo insieme all’acqua sporca.
E ci si potrebbe anche chiedere cosa ci fa l’Anpi in difesa degli urlatori? Non è forse l’associazione che ricorda e diffonde in Italia la storia dei partigiani, cioè di chi è dovuto salire in montagna proprio per affermare quei valori democratici che qualcuno, quelli sì ladri, aveva rubato, provocando conseguenze disastrose che ancora fanno accapponare la pelle?
Una cosa ancora. Gli schiamazzatori si sono presi dei fascisti e delle merde. Sul secondo termine non è il caso di soffermarsi, tanto è palese il gorgo salviniano nel quale la discussione è trascinata, come precipitata, per fatale ironia, in una sorta di catino tutto ferrarese: sotto il livello del mare. Il termine fascista, invece, si presta ad alcune considerazioni. Occorrerebbe fare attenzione all’uso delle parole: molti pensano che siano gratis e prive di peso specifico, mentre in realtà bisogna cacciarsi nella testa che sono come il cameriere… prima o poi il conto lo porta sempre. È sbagliato usare un termine a sproposito. Ha ragione Fiorenzo Baratelli a farlo notare, fa troppo comodo dire sempre in questi casi: “fascista”. Si deve avere il coraggio e l’onestà di riconoscere che la mancanza di cultura democratica è un limite che ha abitato – e abita purtroppo ancora – sia nella cultura di destra che in quella di sinistra. Anche nella grande famiglia della sinistra hanno albergato culture, mentalità, visioni, teorie, scorciatoie (anche violente e armate), che in nome delle élites, delle avanguardie, dell’intellighenzia, hanno ritenuto di avere la verità ultima in tasca (scientifica, qualcuno direbbe con timbro ottocentesco), ritenendosi in dovere – non solo in diritto – di parlare e decidere per tutti. Non sono tutti fascisti, perché alcuni atteggiamenti hanno trovato – e trovano – anche nell’alveo della sinistra il terreno di nascita e di crescita. Può far comodo buttare sempre la palla nell’altra metà campo, ma con la storia non si scherza, se si vuole ascoltarne davvero la lezione.

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Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).

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