Home > LE STANZE > Chiara_Ricchiuti > Qualcosa di buono

La zuppa di ogbono è uno dei piatti tipici nigeriani, prende il nome da una specie di mango africano e viene spesso accompagnata con del semolino. Gli ingredienti sono manzo, pesce fresco e pesce secco, olio, erbe aromatiche e, appunto, l’ogbono. A realizzarla è stata una delle squadre che si sono sfidate durante la “Chooking Challenge”organizzata in Caritas, a cui hanno aderito le quaranta ospiti del Centro di Accoglienza femminile della Caritas Diocesana di Ferrara e Comacchio , un gruppo di volontari e di partecipanti attratti dall’idea di competere cucinando i piatti tipici del loro paese di provenienza. Ad ogni ricetta è stata associata una presentazione creativa, con cui le squadre, servendosi di cartelloni, cantando o improvvisando danze tipiche, hanno raccontato il loro piatto. Cinque giudici,due regazzi italiani, due gambiani e una ragazza francese, dopo aver assaggiato tutte le pietanze, hanno decretato le squadre che hanno conquistato il podio, assegnando i premi e dando il via alla festa.
“Crediamo che sia necessario per le realtà che si occupano di accoglienza lo sviluppo di programmi che non abbiano come unico obiettivo quello della soddisfazione dei bisogni materiali ed urgenti per i migranti, ma che siano la base per la creazione di rapporti interpersonali”.
Volontaria durante il laboratorio di cucitoA parlarmi è un operatore del centro Caritas di Ferrara, Claudio Masiello, coordinatore del progetto “Un’occasione per noi”, di cui fanno parte le cene solidari come la gara di cucina del 7 febbraio.
“Il primo evento che abbiamo organizzato è stato la festa di Capodanno, serata ideale per riunirsi, mangiare insieme e conoscerci, in un’atmosfera di festa e serenità. È stato il nostro primo evento e abbiamo avuto un discreto successo: dei circa quaranta partecipanti, quasi tutti erano volti nuovi e alcuni si sono interessanti molto ad alcuni progetti e ora collaborano con noi”.
Non solo cucina, tra i progetti da sviluppare quest’anno è in programma un campo estivo, aperto a tutti i giovani che desiderano due settimane di volontariato e servizio al prossimo, un laboratorio espressivo, che permette alle ragazze ospiti della struttura di migliorare il loro italiano ma anche di imparare ad esternare le loro emozioni e a legare tra di loro, superando diffidenze e difficoltà linguistiche.
“Un laboratorio simile era già stato creato lo scorso anno: inizialmente era stato pensato come incontro letterario ma in seguito, notando i diversi livelli di scolarizzazione e di interesse, abbiamo pensando a qualcosa che stimolasse maggiormente la creatività. Fogli bianchi, pennarelli e le note di Little Miss Sunshine (dolcissimo film del 2006, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris) sono state le fondamenta per conoscerci meglio e, insieme alla lettura di alcune poesie, abbiamo anche approfondito alcune tematiche, come l’amicizia, ma anche la nostalgia di casa”.
L’idea classica del volontario, piazzato dietro un bancone di una mensa a distribuire piatti caldi si sgretola nella mia mente per far spazio a qualcosa di nuovo. Non c’è pietismo nelle parole di Claudio, né nei suoi racconti, nessuno dei volontari di cui mi parla sembra essere lì per pulirsi la coscienza e pensare “il mio l’ho fatto”. I momenti di formazione sono necessari, per imparare la lingua e i costumi di una cultura nuova ed estranea, ma non sono sufficienti. Poter aver a che fare con giovani italiani è molto utile per le ragazze ospiti, ma è sbagliato pensare che questo sia univoco: chi si mette in gioco in questa esperienza impara molto, su se stesso e su Paesi e tradizioni di cui ha sentito parlare di sfuggita in televisione.
“Quando abbiamo ideato il progetto- continua Claudio – abbiamo cercato di pensare a laboratori che potessero essere utili e divertenti. Ho distribuito un questionario per comprendere cosa avrebbero trovato più utile le ragazza di Casa Betania (nome del centro d’accoglienza femminile) e ho avuto la massima adesione per la proposta di un laboratorio di cucito. L’età media delle ospiti è di 25 anni, molte nei loro paesi cucivano, quindi realizzare delle classi di primo cucito, non professionalizzanti, ha avuto due risultati importanti: insegnare qualcosa di pratico a chi non l’aveva mai fatto ma anche far riprendere qualcosa di conosciuto, un’azione che può ricordare la propria casa e la propria terra”.
Così nasce il laboratorio di cucito e riciclo creativo, tenuto dalle creative e bravissime operatrici de “la Bottega di Utilla”, a cui è possibile aderire, anche se i posti sono limitati, contattando la struttura. Requisiti per partecipare? La voglia di imparare, chiacchierare, in italiano, inglese o francese, conoscere e mettersi in gioco.
“Mi piacerebbe che venissero in Caritas persone giovani, con inventiva, capacità di adattamento e voglia di conoscere realmente delle realtà diverse, per poi farsi un’idea in maniera autonoma. Siamo anche sempre in cerca di progetti innovativi e nuove idee”.
Uno dei problemi fondamentali, che può partire dalla Caritas di Ferrara ma che è molto più complesso e ampio, è la disinformazione. I cittadini non sanno cosa accade nelle strutture, alcuni pensano ci sia solo la mensa o che sia un dormitorio. Così come un grave ostacolo è la diffidenza, pregnante nel nostro Paese, in cui la paura verso il diverso, verso ciò che non si conosce, è predominante e lo straniero è divenuto capro espiatorio per ogni problema, facile prenda della stanchezza, della disperazione e della rabbia ch divora le viscere della nostra bella Italia.
“Quello che manca, a parer mio, e che noi a Ferrara stiamo cercando di realizzare, è una rete sociale di supporto, importante quanto l’aiuto pratico, a volte anche più di questo. Sapere che c’è qualcuno a cui rivolgersi in un momento di difficoltà, non doversi affidare solo alle istituzioni, permette di sentirsi più sicuri e meno soli. Questo è possibile solo avvicinandosi, mettendosi in gioco. Per fare un esempio, uno dei ragazzi che viene in Caritas era riuscito a trovare lavoro presso un’agenzia pubblicitaria, ma aveva necessità di un cellulare con fotocamera per testimoniare il suo lavoro. Il suo, dopo un breve periodo non funzionava più e, trovandoci a pranzo uno accanto all’altro, mi ha chiesto se ne avevo uno da prestargli. Tutti noi abbiamo un telefono “d’emergenza”, un vecchio modello abbandonato in un cassetto. Ora ha il mio, quando non ne avrà più bisogno lo riavrò, in cambio mi ha salvato da un diluvio riaccompagnandomi a casa, e a me va bene così!!”

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