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Cultura e grado di civiltà di un Paese non si esprimono unicamente attraverso il suo patrimonio d’arte e di monumenti, ma anche attraverso la qualità dei luoghi dove il sapere si perpetua di generazione in generazione, attraverso un processo di trasmissione dall’adulto al giovane. Scrivo questo, anche se nutro personalmente consistenti dubbi che il sapere sia a proprio agio accanto a termini come perpetuare e trasmettere, ma certamente questi denotano al meglio il profilo dell’edilizia scolastica di cui ognuno di noi ha certo avuto esperienza.
Un Paese che per decenni ha riciclato conventi, orfanotrofi, caserme, seminari in edifici scolastici testimonia la considerazione, l’attenzione e la cura che ha per le sue bambine e i suoi bambini, le sue ragazze e i suoi ragazzi, nella sostanza la sua perenne miopia nei confronti del futuro.
Eppure già nel 1899, in apertura di “Scuola e società” John Dewey scriveva: «Quel che i genitori migliori e più saggi desiderano per il proprio figlio, la comunità lo deve desiderare per tutti i suoi ragazzi. Qualsiasi altro ideale per la nostra scuola è ristretto e privo di attrattiva; a lungo andare distrugge la nostra democrazia». Che la nostra comunità sia stata e forse continui ad essere matrigna con i ragazzi è conclusione che lascio alle riflessioni di ciascuno.
Mario Lodi, nella Lettera a Katia, con cui apre “Il Paese Sbagliato”, scrive il 2 ottobre del 1964: «[…] Pensavo a quante aule simili a questa ci sono ancora nel mondo per farci vivere i bambini nell’età che più di ogni altra ha bisogno di spazio, di verde, di sole e di moto. Scatole di mattone. C’è una terribile somiglianza fra le celle di una vecchia prigione e le aule delle scuole: c’è la stessa ossessiva fissità delle strutture percettive (colori, forme, superfici), la stessa monotonia psicologica.» Mario Lodi continua osservando, che mentre il detenuto in cella è libero di pensare ai fatti suoi, le nostre aule, le nostre classi sono la negazione di ogni libertà. L’insegnante comanda, abitua gli alunni a ripetere ciò che egli dice, premiando quelli che meglio si adeguano. Non c’è nulla come le istituzioni per comprendere quanto è tenuto in considerazione l’uomo. Il maestro di Vho conclude che chi ha inventato le nostre scuole non pensava certo alla libertà del suo prossimo.
Esagerava Mario Lodi? Temo di no. Ancora oggi chi visita una delle nostre classi è come se le avesse vedute tutte.
Non sono in grado di misurare i margini di un possibile cambiamento dell’edilizia scolastica al servizio di una concezione radicalmente nuova dell’apprendimento e della sua relazione con l’uso dello spazio da parte di alunni e insegnanti. Perché il ritardo del nostro Paese, ancor prima che sulla riflessione pedagogica, è sulla grave negligenza nella cura della sicurezza degli edifici che ospitano i nostri studenti grandi e piccoli.
A dirlo sono gli esperti che nelle loro audizioni in Parlamento hanno evidenziato come nel nostro Paese vi sia una gravissima situazione di scarsa sicurezza delle scuole. La crisi ha reso tutto più difficile e le scuole, unitamente agli ospedali, sono gli edifici pubblici che devono garantire il massimo di sicurezza perché contengono quanto abbiamo di più prezioso: i nostri figli.
Perciò i miliardi stanziati in questi giorni dal governo Renzi consentiranno solo la messa in sicurezza, la manutenzione, consentiranno di fare rammendi che restano tali anche se il sarto è Renzo Piano.
Ci hanno ridotti come dei poveri che non si possono permettere l’abito nuovo di cui avrebbero necessità, ma devono continuare a rammendare sempre quello vecchio. E in tanto chi continua a pagare sono i nostri giovani, costretti a studiare in ambienti poco adatti alla loro crescita e all’apprendimento, umiliati a subire anche questo svantaggio rispetto ai loro coetanei europei di Danimarca, Olanda, Svezia e Finlandia.
È qui la questione democratica che pone Dewey. Per cui dovremo attendere ancora molto per il Profumo (sì, il ministro, ricordate?) del convegno organizzato a Roma nel 2012 “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio. La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.
Ora, se non c’è innovazione pedagogica, e in giro se ne vede davvero poca, difficilmente ci può essere innovazione nell’edilizia scolastica. Il modello industriale di scuola con gli alunni nei banchi, costretti ad apprendere tutti la stessa cosa nello stesso modo e nello stesso tempo non regge più. Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo ha il suo modo e il suo tempo per imparare, le intelligenze dei singoli sono diverse e ognuna ha il diritto di trovare lo spazio adeguato per esprimersi. Noi anziché innovare ci inventiamo l’acqua calda: i Bes (i bisogni educativi speciali), mentre nel nord Europa è già una realtà il tramonto delle aule, dei banchi e delle campanelle.
Se la scuola è strategica per l’uscita dalla crisi e per il futuro del Paese, ciò di cui questo governo si deve urgentemente fare carico è un piano di rinascita che consenta alle nostre scuole di divenire il luogo dove le giovani generazioni, ciò che il Paese ha di più prezioso, non solo abbiano il diritto di sognare il loro futuro, ma possano acquisire strumenti di qualità per pensare di poterlo realizzare. Didattica, ambienti di apprendimento, preparazione e diversificazione professionale di insegnanti e operatori della scuola sono gli ingredienti su cui da subito occorre intervenire. Si può, restituendo centralità, protagonismo e fiducia alla scuola attraverso lo strumento dell’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e di sperimentazione sancita dalla legge n. 59 del 1997 (la legge Bassanini) e che i governi successivi hanno in tutti i modi osteggiato, svuotato di ogni forza di cambiamento, fino a privare scientemente le nostre scuole delle risorse umane e finanziarie a loro indispensabili.

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