Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > ALTRE STORIE - n.5 del 3/7/17 > Quando si infrange la legge a fin di bene: una storica sentenza

di Achraf Kibir

La solidarietà non è mai stata associata in nessun codice occidentale con il termine delitto e il ‘delitto di solidarietà’, in Francia così come in Italia, non esiste in quanto tale. Non è altro che uno slogan politico.
Nessun testo di legge menziona questo termine, anche se in Francia è chiaro il riferimento all’articolo L 622-1 del Ceseda (Code de l’Entrée, du Séjour des Etrangers et du Droit d’Asile), datato 1945, il quale dispone, tra l’altro, che “tutte le persone che aiutino in maniera diretta o indiretta, facilitino o tentino di facilitare l’entrata, la circolazione o il soggiorno irregolare di uno straniero in Francia” rischiano fino a 5 anni di detenzione e 30.000 euro di multa.
Se la ratio di questo testo era la lotta contro le reti clandestine di trafficanti di esseri umani, il suo utilizzo improprio verso militanti di associazioni e semplici cittadini benefattori si è guadagnato a pieno titolo l’appellativo ossimorico.

L’espressione ‘delitto di solidarietà’ è apparsa per la prima volta nel 1995 quando il Gisti-Groupe d’Information et de Soutien des Immigrés, pubblicò un manifesto che parlava provocatoriamente di “delinquenti della solidarietà” in seguito alla moltiplicazione dei processi contro francesi venuti in soccorso di clandestini.
Ulteriori mobilitazioni hanno permesso l’introduzione di alcune deroghe alla legge L 622-1, in particolare l’immunità familiare nei casi di un legame parentale o coniugale con il clandestino (leggi Toubon del 1996 e Chevenement del 1998). Ma la vera svolta arriva nel 2003 quando viene escluso il rischio penale per gli aiuti a stranieri in situazione di “pericolo attuale o imminente”.
Dopo le elezioni di Nicolas Sarkozy nel 2007, quando le associazioni a sostegno degli immigrati hanno cominciato a denunciare il ricorso sempre più massiccio a questo articolo contro i loro membri, la polemica sul ‘delitto di solidarietà’ è tornata a far discutere.
Di fronte alla politica del Ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale, guidato da Eric Bresson, migliaia di persone si sono dichiarate ‘delinquenti solidali’ e hanno preteso a gran voce la soppressione di questo delitto. Tuttavia un disegno di legge presentato dal Partito Socialista nel marzo 2009 per depenalizzare le forme di assistenza offerte a un migrante in caso di pericolo per la sua integrità fisica non ha visto la luce a causa del rigetto dell’Assemblea Nazionale. Nel luglio dello stesso anno il ministro Bresson ha ricevuto i rappresentanti delle associazioni più attive sul campo, ma si è rifiutato di toccare l’articolo L 622-1, pur rilasciando una circolare in cui chiedeva ai procuratori di dare un’interpretazione più ampia alle condizioni per le quali il sostegno agli immigrati clandestini è giustificato.

Una finta svolta con il Governo di sinistra?
Dopo la vittoria di François Hollande nel 2012, Manuel Valls, allora ministro degli interni aveva promesso di mettere fine al ‘delitto di solidarietà’, chiarendo l’ambiguità del testo che sanzionava l’aiuto disinteressato offerto a stranieri in situazione irregolare. Non c’è stata tuttavia l’abrogazione del delitto per come speravano le associazioni. La legge del 31 dicembre 2012, pur non abrogando il famoso articolo L 622-1, ha ampliato le cause di immunità penale, stabilendo una distinzione netta tra le reti di trafficanti e i cittadini benefattori uniti ai membri delle associazioni. Il testo precisa inoltre che nessuna azione può essere promossa se l’offerta “non ha dato luogo ad alcuna contropartita diretta o indiretta e consiste a fornire servizi ristorativi, di alloggio o cure mediche desinate ad assicurare condizioni di vita dignitose allo straniero o a preservare la sua dignità o integrità fisica”.
Questa riscrittura non ha convinto le associazioni. Il presidente del Gisti ha parlato di “riformetta per dare il contentino alle associazioni”. Inoltre, il testo evoca l’aiuto al soggiorno, ma non cita l’assistenza all’entrata o alla circolazione sul territorio francese, il che mette ancora in pericolo le persone che trasportano migranti.
Parlare di soppressione di ‘delitto di solidarietà’ resta delicato in quanto nessun testo di legge riporta questo termine.

Gli ultimi casi rilevanti sul ‘delitto di solidarietà’
“La nostra legge non punirà più coloro i quali, in buona fede, vogliano dare una mano”, aveva dichiarato il ministro dell’Interno davanti alla commissione del Senato il 25 luglio del 2012.
Fattispecie recenti mostrano, tuttavia, che le modifiche fatte da Manuel Valls hanno più un valore di facciata che una reale consistenza normativa. Più di quattro processi hanno avuto luogo sotto il quinquennio Hollande, a dimostrazione che l’ultima riforma non ha impedito che gente di buon cuore possa aiutare persone in difficoltà.

Fernand Bosson, consigliere municipale ed ex sindaco del comune d’Onnion (Alta-Savoia), è stato giudicato, il 7 aprile 2016, dal tribunale di Bonneville per aver ospitato una famiglia kosovara alla quale era stato negato il diritto d’asilo. L’imputato è stato infine dichiarato colpevole, ma dispensato dalla pena. “Ho semplicemente dato un tetto a una famiglia” ha dichiarato, nel corso del processo: ha accolto per due anni una coppia e i loro due figli in una casa sfitta di sua proprietà. Il procuratore, che aveva chiesto una sanzione simbolica di 1500 euro, ha riconosciuto che Fernand Bosson è “un uomo onesto, che ha accolto questa famiglia mobilitandosi in maniera lodevole”, ma ricorda che “ha in ogni caso violato la legge”.

Non ovunque però i procuratori sono così comprensivi. Pierre-Alain Mannoni, processato per aver trasportato alcuni cittadini eritrei arrivati dall’Italia, è stato rilasciato venerdì 6 gennaio dal tribunale di Nizza, nonostante il procuratore avesse richiesto sei mesi di reclusione (con condizionale) nei confronti dell’insegnante-ricercatore di 45 anni: il tribunale gli ha accordato l’immunità penale, ritenendo che avesse agito per preservare la dignità delle persone trasportate. “È una grande vittoria per tutte le persone che aiutano e che necessitano di aiuto” – ha dichiarato Pierre-Alain uscendo dall’aula di tribunale.
Otto, invece, sono i mesi di carcere richiesti dal pm francese per Cédric Herrou, divenuto il simbolo dell’aiuto ai migranti alla frontiera italo-francese. L’agricoltore e militante è stato accusato, tra l’altro, di aver forzato le serrature di centro vacanze dismesso di proprietà della Sncf (la principale società ferroviaria francese), e di avervi ospitato una cinquantina di cittadini eritrei nell’ottobre 2016. Il processo, che ha visto la sua udienza finale il 10 febbraio, si è concluso con il rilascio dell’agricoltore e con una sanzione amministrative simbolica di 3000 euro, che rassicura Cédric e tutti gli altri francesi volenterosi a perseverare nella loro lotta. “Continueremo ad agire. E non è sotto la minaccia di un prefetto né a causa degli insulti di uno o due politici che ci fermeremo.”

Al di là delle questioni tecniche sul diritto d’asilo, i respingimenti e i rimpatri, i nostri rappresentanti politici devono assumersi le loro responsabilità di fronte alle nostre carte costituzionali e accogliere dignitosamente le persone che mettono piede sul nostro paese.

Lo Stato sei tu Cédric, chapeau.

Khadija, richiedente asilo maliana, abbraccia il suo benefattore Cédric Herrou all’uscita del Tribunale di Nizza dopo la sentenza. Foto di Laurent Carré per Libération

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