10 Novembre 2020

QUEL PARADIGMA CHE ABBIAMO ADDOSSO
e l’incapacità di guardare con occhi diversi

Giovanni Fioravanti

Tempo di lettura: 5 minuti

Ragazzotto, sui banchi di scuola ad apprendere il latino, nulla mi tormentava di più che portare a memoria i paradigmi dei verbi irregolari: fero, fers, tuli, latum, ferre; volo, vis, volui, velle; eo, is, ivi(ii), itum, ire e tutti gli altri. Divenire, volere, andare, paradigmi della vita, paradigmi dell’emigrazione.
A scuola non ce lo avevano insegnato che il paradigma ce lo abbiamo addosso e che tutto dipende da come coniughiamo la vita. Ancora ci è difficile apprendere a coniugare i paradigmi irregolari della nostra esistenza.

“La vita non vive”, dichiara l’epigramma con cui si apre Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, di Theodor Adorno. Non più la grande etica, ma l’etica minima, non più la gaia scienza, ma la triste scienza. Non abbiamo sconfitto la miseria né ieri né oggi. Le letture della gioventù che si infervorava a immaginare di lottare per tempi nuovi che non sono mai venuti, di una generazione che neppure ha saputo celebrare il funerale alle sue utopie.
Tutto ripercorre il pentagramma dodecafonico di Schönberg in un sistema in cui le regole del tonale sono saltate. Tanti Pierrot Lunaire che non si accorgono di essere immersi in un mondo di incubi.

Pare che la vita non ci accompagni, ma ci preceda sempre, sia costantemente un passo più in là di dove ci troviamo. Ormai le nostre protesi digitali ci aiutano ad inseguire una vita irraggiungibile, in cambio ci offrono ologrammi in quantità. Dosi narcotizzanti che impediscono d’accorgersi che siamo parte della macchina, ingranaggi a nostra volta, incapaci di agire da soggetti.

La vita, come scriveva Adorno del secolo che ha conosciuto due conflitti mondiali, il fascismo e il nazismo, è diventata apparenza, la dissoluzione del soggetto, senza che un nuovo soggetto sia nato nel frattempo dal suo grembo.
Il ventunesimo secolo
anziché diventare il secolo della conoscenza come aveva promesso, è divenuto il secolo delle malattie, il male di vivere ha prodotto la sua trama di infezioni.

Sovranismo, la minaccia dell’altro, le isole da difendere, i muri da costruire, i confini da presidiare. La modernità promessa dall’illuminismo ancora annega nell’irrazionalità, nell’ignoranza e nei fanatismi. Gli dei hanno preso il posto degli uomini, non solo quelli delle confessioni, anche quelli delle religioni laiche predicate dai devoti guardiani della tradizione, dei propri territori, delle proprie arroganze e presunzioni.
I nostri gesti si sono fatti brutali e spietati nell’indifferenza dell’ordinarietà che compone il bozzolo delle nostre esistenze tutte coniugate alla prima persone singolare del presente.

Ancora non sapevo da ragazzo che “paradigma” era una promessa di cambiamento.
Sono i paradigmi a cambiare il panorama della conoscenza e, proprio come all’epoca di Galileo costretto all’abiura, è al cambiamento di paradigma che continua la resistenza del nostro tempo, di quanti non s’avvedono d’essere pianeti con gli altri pianeti che muovono le loro orbite intorno al sole.
Ma la malattia del presente è la povertà di pensiero, la debolezza nel mettere insieme sistemi di pensiero capaci di vincere il tempo, contesti valoriali, prospettive da fare proprie. L’indeterminatezza e la pochezza dominano la nostra epoca di vita da spendere più che da vivere. La tirchieria dei giorni anziché la generosità del tempo. Si sono consegnate le chiavi della polis ai mediocri, ai contratti e ai notai, alle contingenze e ai rattoppi, privandola del respiro lungo del cambiamento. Tutto è provvisorio nell’urgenza  di riparare le lacerazioni, ci sta l’ambiente, ci sta la sostenibilità, ma non c’è posto per l’altro.

Siamo sempre al Finale di partita, quello di Beckett, a combattere tra l’assoluta mancanza di senso e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo.
Ciò che sconforta è che siamo giunti a questo punto della storia con le armi spuntate, con le nostre ideologie da riporre negli archivi del tempo, con occhiali che ci hanno impedito di vedere, col continuare a coltivare il passato per risanarci col balsamo della memoria e delle illusioni tradite. È quel cercare senso dove il senso non si produce più. Dove il senso non serve più alla comprensione. Ora alla conoscenza si guarda con sospetto nel nuovo secolo che in nome della conoscenza si era aperto. Più nessuno è portatore di un paradigma capace di ribaltare le nostre coscienze, di conquistare l’intelligenza, di rimettere al centro l’umanità degli uomini e delle donne.
Tutto si confonde e si omogeneizza nel mito del popolo con il diritto di respingere il cammino dell’altro che si mette in viaggio. Viandante della vita a modo suo, mentre noi difendiamo i luoghi in cui ci siamo accomodati.

Per leggere tutti gli articoli della rubrica La Città della conoscenza, la rubrica di Giovanni Fioravanti, clicca [Qui]



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L’autore

Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.
Giovanni Fioravanti

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