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La favola del grande scrittore
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Ambra Simeone

c’era una volta un grande scrittore, che era talmente grande che ogni volta che lo chiamavano per andare a parlare in un posto, dove volevano che leggesse i suoi libri, in quel posto lì, poi, tutti quanti parlavano di lui e del giorno che avrebbero letto i suoi libri.

questo grande scrittore, come era noto da sempre, fin da quando aveva scritto la sua prima pagina di narrativa, fin da quando aveva pubblicato col suo primo grosso editore, un editore di una grande città, forte dell’esperienza e del primato detenuto da decenni, era noto che non si muovesse da casa sua in quella stessa grande città, una bellissima magione degna della sua apprezzata considerazione, che non si muovesse neppure di un passo, se prima il comune di quel piccolo paese, dove si volevano leggere i suoi libri, non avesse pagato, in anticipo, un gettone di presenza di almeno cinquecento euro, con vitto e alloggio anch’essi gentilmente offerti, ma non compresi nel gettone, perché quel gettone era una cosa a parte, era solo per la presenza e null’altro, così che subito dopo, quando si leggevano le sue narrazioni, i compaesani di quel posto lì, di quel sindaco lì, così illuminato, gridavano, ah, che meraviglia, ah, che ospite d’eccezione!

dicevano così i rappresentanti che subito si mettevano in moto o in azione, o meglio scendevano in campo, (sì, questa qui è la metafora più calcistica possibile, quindi va bene, non ditemi nulla, che oggi le metafore calcistiche vanno tanto di moda) che quindi allora, quei rappresentanti delle associazioni di paese, poche sì, ma molto solerti quando si trattava di ospitare il grande intellettuale, a trovare sponsor e location adatte, ed erano pronte a mettere a disposizione del comune e del sindaco, tutto il loro meglio, o anche il peggio, visto che si erano date battaglia fino al giorno prima, ma ora invece tutte unite per un unico fine, tutte a mostrare il loro lavoro, pitture, musiche e fotografie, pronte da usare per accompagnare l’evento culturale dell’anno, uno all’anno, con tanto di nomi, firme, loghi e marchi, che mentre la scena maestra era tutta per il grande romanziere, almeno il retroscena poteva cadere su di loro, sulle quattro piccole associazioni indigene, come si diceva nei telegiornali locali, che si erano date così tanto da fare, perché era davvero, davvero importante mostrarsi così, in questo modo o in qualunque altro, pur di rientrare nel mondo dell’arte che conta, così dicevano i rappresentanti di queste associazioni locali, di quel posto lì.

e lo gridavano tutti in coro anche i paesani, ah, che meraviglia, ah, che ospite d’eccezione, che magari per i grandi eventi di cultura quell’anno lì, il sindaco aveva speso in tutto trecento euro, mentre il resto del gettone lo avevano trovato le associazioni con gli sponsor dei negozi del paese, ma solo per quel grande autore, e poi più nulla, che in fondo quello là, era il solo e unico evento del paese e così tanto atteso dalla cittadinanza, e ne era consapevole, il sindaco, che quel grande scrittore, sarebbe stato amato da tutti, persino dai bambini, perché studiare Pirandello o Montale, in quella scuola di quel paesotto lì, in un antico edificio non ristrutturato risalente alla metà degli anni sessanta, forse quei bambini, di studiare quella roba lì, in quell’antico e non ristrutturato edificio, con le crepe sui muri e i balconi fatiscenti che disseminavano bocconi di fascinoso e antico marmo, risalenti a quei magnifici e mai dimenticati anni Sessanta, un po’ forse si erano stancati, e invece lui che spettacolo che aveva organizzato, questo bravo sindaco!

si diceva persino che per giorni e giorni, ovunque andasse il grande narratore, tutti lo chiamassero nostro, e non perché fosse davvero loro, né perché avessero la minima intenzione di approfittarsi della sua eccessiva gentilezza e disponibilità, ma solamente per una forma di deferenza, un po’ come ci si dà del signore tra soldati, soprattutto nei film americani, così che sembrava davvero uno di loro, sembrava, e a tutti faceva un po’ piacere sembrare un caro amico o un parente di quel grande scrittore, perché diventava davvero uno di loro, cioè un po’ di tutti, e un po’ di nessuno, però non ditelo mai ad anima viva, che uno dei suoi più cari e fidati amici, di quelli veri, non di quelli inventati, mi disse un giorno in estrema confidenza e quasi in confessione che, alle volte, al gran letterato, lo indisponeva un po’ questa invadenza da parte di tutti, questa dimostrazione inspiegabile di affetto, che sentiva troppo esagerata, magari contraffatta, così pensava, per cui molti sindaci di molti paesotti, molte associazioni e molti cittadini, dove lui aveva letto i suoi libri, si volevano far grandi anche loro vicino al primo affabulatore, quasi che si sentissero un po’ tutti quanti scrittori, un po’ tutti quanti critici, insomma un po’ tutti quanti migliori di quel che erano veramente.

e questo non stava molto bene pensai, pensai così d’un tratto che alla stregua di questa offesa, fatta al gran letterato, di essere così invidiato e così apprezzato, di creare così tante aspettative e sogni, ma con così grande invadenza e intraprendenza, alla stregua di tutto ciò, forse, e dico forse, sarebbe stato meglio non invitarlo proprio a prendersi quel gettone e quel vitto e quell’alloggio, in quei paesotti di provincia, dove tutti sono un po’ peggiori di quello che sono, e che volevano solo rubargli la scena, benché tutto ciò era dovuto all’ignoranza di certo, e di non perder tempo con questi sindaci e curati di campagna, che abbiamo capito che vogliono solo farsi belli assieme a lui, e su di lui, cercando di dividersi la sua fama, la sua solo, per sentirsi migliori di quello che sono.

ma d’altronde cosa poteva fare, il magnanimo scrittore? rifiutarsi di fronte a così tanti e solerti inviti, richiesti con così tanta gentilezza e competenza, ma soprattutto così ben pagati? neanche per sogno, negare tutto questo, a quei contadinotti, a quei ragazzi di provincia che tanto ambivano a diventar famosi, un giorno o l’altro con quella scrittura così imberbe? o semplicemente perché erano stati a cena con lui? no, no, era meglio tirare avanti e far regalo di sé agli altri, seppur con qualche riserva, mi aveva detto uno dei più cari amici, di quelli veri e non di quelli inventati del grande, grandissimo scrittore.

ma che gran signore, quest’uomo magnanimo, un uomo di cultura con la C maiuscola, che stavolta avevo persino pensato che fosse un po’ meno simile a quel signore che ci si dà tra soldati, e più vicino a quello dei tempi andati, che ci si dava tra uomini anch’essi andati da tempo, e che durante gli eventi culturali, uno all’anno come aveva ben programmato il sindaco assieme al curato, incantava gli spettatori, e faceva sognare gli insegnanti dei gruppi scuola, con i bambini che in quell’occasione non mancavano di esser ripresi come fossero nel mentre di una lezione di classe, bambini vedete che vocaboli sta usando il nostro grande scrittore? prendete nota che domani vi interrogo, diceva l’insegnante, presa subito da un moto di autorevolezza, a dover istruire quelle menti ancora così vuote, ma che prima di allora aveva sempre considerato abbastanza piene, invece quel giorno proprio no, perché forse, e dico forse, quel giorno, lei, si sentiva come tutti gli altri, e cioè migliore di prima.

ma che soddisfazione vedere il primo cittadino così indaffarato a organizzare ogni minimo particolare, le cene, il pernottamento, il gettone, l’unico gettone dell’anno, che bellezza vederlo così presente tra le genti, lui che adesso promuoveva il suo evento, il più bello mai organizzato dalle altre amministrazioni precedenti, ah, sì com’era impegnato adesso, tanto che alcuni cittadini si erano finalmente rincuorati a vederlo vivo e vegeto camminare per strada o alla tv locale, a promuovere l’evento con al seguito la buona presenza del gran personaggio perché, caso strano, il sindaco si era dato per morto tutto l’anno, proprio quando chiedevano di lui in comune, che c’erano certi affari che proprio non ricordava, ma che invece i cittadini avevano ben memorizzato e a cui, non si sa bene perché, tenevano molto di più che all’arrivo dell’unico evento culturale dell’anno.

pazienza, ora dovevano aspettare tutti, le ore, i minuti e i secondi, di tre giornate, tre in tutto, che erano riservate all’ospitalità da riservare al grande autore, altrimenti che figura ci facevano con tutta la cittadinanza? che importava se poi il letterato si faceva attendere, coccolare, vezzeggiare, lusingare e poi dopo li considerava un po’ tutti ignoranti, invadenti, questi paesani? almeno quei giorni lì si sentivano tutti più importanti, persino la ragazza che penna alla mano si faceva autografare il libro che aveva letto, e nel frattempo gli regalava quello che lei aveva scritto e pubblicato con un piccolo, piccolissimo editore.

e l’intellettuale, grande sì, ma forse un po’ snervato  aveva firmato la copia, e aveva di certo gradito il libro dicendole che sì, lo avrebbe letto e le avrebbe fatto sapere cosa ne pensava, appena avrebbe avuto del tempo, che importava se fosse passato un mese o un anno? la ragazza era sempre lì, in quel paesotto che amava e odiava, e pensava a quando il grande erudito le aveva dedicato il suo libro, dicendo a tutti in paese che lui aveva la copia del suo di libro, e che lo stava leggendo attentamente, perciò quando le chiedevano, ti ha scritto? che ne pensa del tuo romanzo? lei continuava a dire, a quei contadinotti di paese, che ci voleva certo del tempo per capire bene la sua storia, e che lui a breve si sarebbe fatto sentire, dopotutto era un uomo impegnato, che il tempo gli era prezioso.

(I° premio concorso italo-russo “Raduga” 2015)

© Ambra Simeone

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