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Referendum NoTriv 17 aprile: cosa sapere prima di andare a votare

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Tempo di lettura: 8 minuti

Oggi è appena lunedì, la routine riprende e, se non avessimo il caffè, a stento sapremmo infilarci le scarpe per affrontare questo nuovo giorno. È ancora presto per organizzare il weekend, per decidere se sarebbe meglio una gita fuori porta o un pranzo con tutta la famiglia, eppure possiamo già mettere in agenda un appuntamento da non perdere, che occuperà solo cinque minuti della nostra domenica ma che potrebbe essere fondamentale per il raggiungimento del quorum. Domenica 17, infatti, sarà il giorno fatidico del referendum abrogativo tanto discusso e atteso, in cui verrà chiesto ai cittadini italiani di dichiararsi a favore o contro della norma che  potrebbe consentire alle società petrolifere di estrarre idrocarburi, sempre entro le 12 miglia dalle coste, senza limiti di tempo.

Il referendum, ormai riconosciuto con l’appellativo “No-triv” si terrà esclusivamente nella giornata di domenica 17, dalle sette del mattino fino alle undici di sera. Per votare servirà la tessera elettorale e un documento d’identità e potranno farlo tutti gli aventi diritto nel proprio seggio, invece per i fuori sede che non potranno rientrare nel loro comune di residenza, sarà possibile votare iscrivendosi come rappresentanti di seggio ( a Ferrara è possibile farlo online, cercando su Facebook il gruppo “voto fuori sede ferrara 17 aprilenotriv!”).

trivelle-800x450Importante strumento di democrazia diretta e partecipativa, il referendum permette ad ogni cittadino, che ha il dovere di informarsi e di informare, di dichiarare il proprio volere. La prima cosa da sapere, quindi, è per cosa si scende in campo. Eliminando tutta la burocrazia e i termini settoriali di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, il quesito a cui si dovrà rispondere sarà questo: “Volete che, allo scadere delle concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”

Se si vuole dare un limite alle società petrolifere si dovrà rispondere di Si, altrimenti, se si crede che sia meglio far continuare a trivellare il sottosuolo fino al consumo totale del giacimento, si dovrà segnare il No.

Sembrerebbe una domanda semplice, eppure in questi giorni che precedono la votazione, molte sono le informazioni date dalle fonti più disparate attraverso i media, e spesso queste sono contraddittorie, se non, nei casi più gravi, sbagliate.

Il problema che sembra toccare tutti  in questo periodo di crisi dal quale sembra impossibile uscire è: che fine faranno i lavoratori? Molti volti noti della coalizione che spera il mancato raggiungimento del quorum (50% +1 dei voti) evidenziano con pathos la possibile tragedia di un licenziamento di massa. Qui il primo errore, perché la vittoria del si al referendum non causerebbe l’immediato blocco delle piattaforme. Le società petrolifere potranno continuare ad usufruire dei pozzi fino al termine del periodo fissato dalla concessione, in genere di trent’anni. Nel caso in cui si volesse continuare ad estrarre da quella piattaforma, dopo esami sull’ambiente, sul territorio e sullo stato della struttura, la concessione potrebbe essere prolungata di altri vent’anni.

Va bene, abbiamo sistemato il problema della disoccupazione, ma come andremo avanti senza risorse che in Italia, sono ancora primarie? I numeri sono volati, si è parlato di una perdita del 80% delle forniture di gas e petrolio, di un consumo che andrebbe notevolmente ridotto e di una possibile crisi energetica tale da dover custodire gelosamente anche gli accendini. Ma i conti non tornano. Secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, le piattaforme soggette al referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e circa il 3% di quello del gas.  In pratica, se decidessimo di utilizzare esclusivamente gli idrocarburi estratti da queste piattaforme, questi durerebbero all’incirca sette settimane per il petrolio e sei mesi per il gas, sottolineando che l’85% del petrolio italiano viene dai pozzi a terra e solo un terzo da quelli in mare oltre le 12 miglia.

trivelle-friselleUltimo, non per importanza, dei problemi considerati “inesistenti”, sempre secondo coloro che vorrebbero il fallimento del referendum, è il possibile danno ambientale. L’estrazione dei pozzi riguarda prevalentemente il gas, le fughe di petrolio hanno una probabilità minima e le piattaforme in uso sono costantemente controllate perché rispettino i parametri. Che sia rara o meno la possibilità che il petrolio fuoriesca durante l’estrazione causando un danno simile a quello di soli sei anni fa nel Golfo del Messico (i dati riportavano circa 800 milioni di litri riversati in mare, in un’area di 3200 chilometri quadrati) non ci è dato saperlo, ci toccherà sperare solo che non accada, anche perché questo è un tema che dovrebbe riguardare anche le piattaforme più lontane dalla costa ed ugualmente pericolose. L’inquinamento però non è dato esclusivamente da una catastrofe del genere. Anche la sola ricerca dei giacimenti di petrolio o di gas ha causato danni all’ecosistema marino, colpa del metodo airgun, il più utilizzato dalle società petrolifere perché in grado di fornire un rilievo preciso della stratigrafia dei fondali marini. Come ci lascia intuire il suo nome, il metodo prevede un rilascio di aria compressa che genera onde a bassa frequenza. Gli studi fatti mostrano danni sulla fauna marina, in particolare sui cetacei, sia comportamentali che fisiologici. Inoltre, gli effetti negativi sono stati notati anche sulle attività di pesca, diminuite anche del 50% nelle zone limitrofe alla sorgente sonora.

Un altro danno collaterale, evidenziato dal direttore di Legambiente Emilia-Romagna Guido Kerschbaumen è la subsidenza, ovvero l’abbassamento del suolo. Lungo le coste di questo territorio, esistono 15 concessioni, entro le 12 miglia, di estrazione di gas, per un totale di 47 piattaforme collegate a 319 pozzi di estrazione. La perdita di volume dei sedimenti del sottosuolo ne causa l’abbassamento, tanto che nella fascia costiera dell’Emilia-Romagna negli ultimi 55 anni si è riscontrato un abbassamento della fascia costiera che vai dai 70cm fino ai 100cm. Che il turismo debba essere il petrolio dell’Italia è un ritornello che ha quasi stancato, perché sembra voler restare un motivetto e non divenire realtà, ma di certo distruggere le nostre coste non potrà che peggiorare la situazione.

Non dovrebbe essere la Croazia a spaventarci, unico altro Paese con le piattaforme installate nel Mar Adriatico, poiché il governo croato ha già affrontato il problema è firmato una moratoria contro le trivellazioni. Forse a preoccuparci dovrebbe essere il nostro governo, che afferma di ricevere ingenti somme di denaro dalle tassazioni fatte alle società petrolifere. Eppure sono proprio queste società, secondo Greenpeace, che affermano quanto sia conveniente per loro estrarre in territorio italiano. Attraverso le concessioni, infatti, gli idrocarburi vengono ceduti alle società petrolifere, che devono pagare royalties irrisorie allo Stato, il 7% del petrolio estratto in mare e il 10% per quello estratto dalla terraferma. Come se non bastasse, sono esenti da aliquote i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare e sono gratuite le produzioni in regime di permesso di ricerca (quelle per cui si utilizza il metodo airgun). Le tassazioni che il governo vorrebbe mantenere sono ridicole nei confronti di quelle imposte dagli altri Paesi dell’Unione Europea, come ad esempio l’82% richiesto dall’Inghilterra o il 78% della Norvegia, che richiede anche canoni di concessione.

Il referendum è stato voluto da nove regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto) ma ogni cittadino italiano dovrebbe essere a conoscenza del problema, anche se la sua finestra non affaccia sui mari blu del nostro Paese e l”odore della salsedine è un ricordo d’infanzia.

 

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