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Referendum: realtà o finzione?

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Quanto è importante occuparsi del prossimo referendum costituzionale? Forse tanto, perché, come dice qualcuno, la luna potrebbe uscire dall’orbita terrestre a seconda dell’esito. O forse poco, perché in fondo si sta cercando di cambiare una Costituzione già disapplicata nella maggior parte dei suoi articoli, anche di quelli fondanti e fondamentali.

In ogni caso bisogna prendere atto che siamo già stati catturati dall’argomento e catapultati nella campagna elettorale, complice anche la personalizzazione che questo Governo ha voluto dare all’evento. E che quindi gli schieramenti sono già pronti e hanno cominciato a darsi battaglia.
Da una parte e dall’altra insigni costituzionalisti o semplici giuristi, parlamentari navigati o semplici militanti di partito, industriali e grande finanza oppure semplici cittadini, per finire agli operai e ai volontari, si stanno già affrontando nelle pubbliche piazze, nei giornali o negli spot pubblicitari, tra l’altro in molti casi offensivi della comune intelligenza.

Su Micromega l’ex parlamentare comunista Raniero La Valle scrive un resoconto molto ben dettagliato sulla truffa del referendum e ricorda che cosa c’è in ballo nel mondo mentre noi giochiamo con la Costituzione. Profughi da sistemare, guerre sempre più cruente, una catastrofe ambientale che incombe ed economie nazionali in affanno.
E poi, che avremmo bisogno di capire come dare da mangiare a 7 miliardi di persone, come affrontare la speculazione finanziaria, come approcciarsi nei confronti di ambigui dittatori, uno come il turco Erdogan per esempio. E come dimenticare, inoltre, la crescita zero, la disoccupazione troppo alta, il futuro offuscato dei nostri giovani e via di questo passo.

Del resto anche Paolo Barnard, che solitamente capisce prima degli altri le cose, ci ricorda a modo suo e dal suo blog che la nostra Costituzione è già stata superata con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che ne ha sancito la sudditanza, che non possiamo più decidere sulla legge di bilancio senza il parere di Bruxelles e che gli interessi della UE vengono prima di quelli italiani. Abbiamo perso qualsiasi discrezionalità su spesa e tassazione già prima, e senza bisogno, del referendum. Ad oggi, scrive Barnard, gli art. 4, 11, 35, 36, 41, 42, 43, 47, 54, 87, 81, 90, 97, 98, 100, 117 e 134 sono già diventati carta straccia.

Personalmente affronto l’argomento referendum per strati. Trovo assolutamente fondato quanto scritto da altri e riportato sopra, cioè sapere davvero cosa stiamo affrontando, almeno quanto trovo fondamentale imparare ad esercitare la nostra capacità di intervento nella cosa pubblica ogni volta che ce ne viene concessa l’occasione. Bisogna imparare a non distrarsi e dare segnali di discontinuità. Ma capire anche che se ci si impegna per il No, e questo vince, sarà solo l’inizio e avremo ben poco da festeggiare.

E per dare un contributo e un senso a quanto affermato voglio parlarvi di un documento che si chiama “5 Presidents report”, il sottotitolo è “Completare l’Unione monetaria ed economica dell’Europa” https://ec.europa.eu/priorities/publications/five-presidents-report-completing-europes-economic-and-monetary-union_en. Si tratta di una relazione scritta da Jean-Claude Junker con l’aiuto di Donald Tusk, Jeroen Dijselbloem, Mario Draghi e Martin Schulz, ovvero, nell’ordine, dal Presidente della Commissione Europea, dal Presidente del Consiglio Europeo, dal Presidente dell’Eurogruppo, dal Governatore della BCE e dal Presidente del Parlamento Europeo. Tutti i Presidenti delle Istituzioni europee che fanno la vera differenza nella qualità della nostra vita, e la fanno già, a prescindere dall’esito del referendum costituzionale di dicembre, tant’è vero che già ragionano e scrivono come se la nostra Costituzione non esistesse.

Questa relazione indica le priorità dell’Unione Europea, cioè cosa deve essere fatto nei prossimi anni perché l’Unione Economica e Monetaria diventi sempre più stringente tra i Paesi aderenti, in particolare tra quelli che hanno adottato l’euro. Sono appena 26 pagine, quindi facili da leggere, e tra esse ogni tanto si parla di “decisioni legittimate democraticamente” ma non si spiega mai come questo debba avvenire.
Anzi, l’Unione Politica, che pur si auspica, è solo l’ultima delle fasi, che viene dopo il raggiungimento di una Unione Economica autentica, e quindi i Paesi siano strutturalmente uguali, che si sia completata prima l’Unione Finanziaria, cioè la condivisione dei rischi tra pubblico e privato, e dopo, ovviamente, l’Unione di Bilancio, cioè che sostenibilità e stabilizzazione del bilancio siano ormai una realtà.
L’unione Politica, che chiunque metterebbe al primo posto perché prima di tutto bisognerebbe condividere ideali e visioni di vita, viene relegata all’ultimo posto, a sostegno dell’idea che ormai la Politica nulla conta rispetto al dio denaro e al potere finanziario. In ultimo, e solo dopo che la Grecia sia diventata strutturalmente uguale alla Germania, cioè dopo che molti Paesi da unire siano stati definitivamente trasformati in qualcosa di nuovo e diverso, non richiesto dalle loro popolazioni.

Di questi giorni è la notizia della vendita, proprio in Grecia, delle compagnie di acqua ed energia elettrica, oltre ad un ulteriore taglio delle pensioni. Eventi che seguono la vendita a società tedesche di aeroporti e altre aziende strutturali di quel Paese. Questa è la sintesi della convergenza strutturale degli Stati europei.
Quale Costituzione potrebbe permettere tutto questo? Domanda retorica e quindi si capisce perché bisogna cambiarle, mentre nel pratico sono già state superate dai fatti, grazie all’incapacità dei nostri rappresentanti politici che solo a parole perseguono i nostri interessi.

Lo step dell’Unione Finanziaria raccomanda invece la condivisione dei rischi tra pubblico e privato. Prendere il caso CARIFE e allargarlo all’Europa per una più corretta comprensione, lo Stato che non deve intervenire a sostegno dei cittadini. Qui la curiosità sarà vedere come la Germania si comporterà con il caso Deutche Bank visto che già in passato non ha lesinato aiuti alla sue banche. Del resto, i forti fanno quello che vogliono mentre i deboli devono attenersi alle loro regole.
Il sistema dei 5 Presidents dovrà essere però sostenibile, cioè sostenuto dai pareggi di bilancio e dall’assenza di deficit pubblico.
In pratica lo Stato dovrà occuparsi solo di mantenere il pareggio di bilancio e non spendere in eccesso rispetto alle entrate. Anche se si trattasse di spendere per costruire ospedali e scuole o dare servizi, pensioni e lavoro se non coincidenti con le necessità degli interessi finanziari della futura Unione Europea, l’imperativo è “tenere i conti a posto”.

Addirittura viene prevista un’Autorità per la Competitività, giusto per rendere chiaro che nel recinto gli ossi saranno sempre scarsi e che per emergere bisognerà mordere e lottare, come nella giungla. Magari in un mondo perfetto si sarebbe pensato ad un’Autorità per la condivisione e la cooperazione o per lo sviluppo economico equo e solidale tra i Paesi aderenti.Questo per permettere uno sviluppo armonico tra Paesi con caratteristiche differenti, più o meno forti, più o meno votati all’export o al mercato interno, insomma a compensazioni date le differenze strutturali tra Germania e Grecia o Portogallo o Italia. Ma questo solo in un mondo perfetto ovviamente, non nell’Europa a trazione teutonica, dove il più forte plasma gli altri e se questi non ce la fanno, debbono arrangiarsi oppure perire.

Ecco, in Europa le Costituzioni degli Stati sono già defunte, già superate, ben prima di eventuali referendum o scelte dei cittadini. In Europa già si parla della trasformazione degli Stati, della convergenza verso standard utili pur sempre a pochi, perché i popoli europei, di certo, non hanno alcuna convenienza nell’adottare questi standard economico-finanziari avulsi dalle reali esigenze umane.
Ma tant’è, nessuno se ne sta preoccupando, rincorriamo con un Sì o un No qualcosa che di fatto non esiste già più, mentre dovremmo concentraci su chi ci sta distraendo dai veri problemi, dall’origine dei nostri mali.

E cosa fare allora, restare a casa il 4 dicembre? Non credo proprio!
Si vada a votare, ma con spirito critico, senza pensare che sia davvero determinante per il nostro futuro. Con la giusta consapevolezza però, sapendo che la vittoria del Sì legittimerebbe ancor di più questo tipo di report e di volontà sovranazionali. Ma anche che un No poco informato non cambierebbe realmente le cose, non bloccherebbe i piani della grande finanza internazionale e di quelli che già da anni, ignorando le Costituzioni democratiche dei popoli, modificano il tenore delle nostre vite.

Per il testo del Report https://ec.europa.eu/priorities/publications/five-presidents-report-completing-europes-economic-and-monetary-union_en
Per la relazione di Raniero La Valle http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-sul-referendum/
Per il Blog di Paolo Barnard http://paolobarnard.info/

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