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Reporter o scrittore? Confessioni di un aspirante giornalista

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Tempo di lettura: 6 minuti

“La prima cosa che salta agli occhi è il sorriso. Sempre il sorriso, ovunque il sorriso. Come se quel viso non fosse mai triste, preoccupato, furioso. Se non si apriva in un sorriso, era piuttosto assorto, concentrato. Imbarazzato. “Non disturbo?”, chiedeva quando senza preavviso o anche su appuntamento passava in redazione, si avvicinava a una scrivania, entrava in un ufficio. E di nuovo il sorriso: di scusa, lievemente vergognoso. Un sorriso di difesa, che spianava la strada alla ritirata”. Arthur Domoslawski, La vera vita di Kapuściński.

Ho letto Ebano di Ryszard Kapuściński a Parigi, dodici anni fa circa, in un momento estremamente positivo e vivace del mio percorso di vita personale e professionale.
Oggi, scopro un bellissimo e interessante libro che non solo mi ricorda quella lettura e mi fa riflettere, ancora una volta, sulla bellezza del viaggio e la fortuna di poter scrivere sugli incontri fatti e i luoghi visitati, ma che mi fa anche pensare al limite, a volte molto esile e sottile, se non poco tangibile, fra il reportage e la letteratura, a un forte legame che a volte li rende complici.

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Copertina di ‘La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?’ (Arthur Domoslawski, Fazi 2012)

Il libro di cui parlo è La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?, del polacco Arthur Domoslawski (Fazi editore), che ho scoperto, per caso, nella mia continua e febbrile ricerca di letture interessanti sul tema dei reportage di viaggi.
Non mi soffermerò sulle polemiche che hanno accompagnato il libro (tipo fatti inventati / amplificati o informazioni avute grazie a una collaborazione con i servizi segreti polacchi), ciò che m’interessa è ben altro. Ad affascinarmi di questa biografia, una storia personale che si legge come un romanzo d’avventura, è, in primis, la prefazione all’edizione francese di Jan Krauze, che descrive Kapuściński come un reporter che ha superato i limiti del giornalismo per approdare alle rive di un altro regno, quello della letteratura. Kapuściński è stato allora un grande reporter o un grande narratore? Ha mai avuto la tendenza a esagerare o a inventare fatti e storie? Fino a che punto si possono modificare i fatti per scrivere un reportage? Dove termina il reportage e comincia la letteratura? Qual è la relazione tra la realtà e le parole, tra la storia e la letteratura?

Questo libro apre mille riflessioni, mi fa rileggere e ripensare i miei reportage di viaggio, le mie interviste con testimoni di fatti o situazioni presentate ai miei fedeli e instancabili lettori.
Il dibattito sui limiti degli elementi narrativi nel reportage, del resto, non è nuovo: da oltre cinquant’anni esiste una categoria letteraria specifica, conosciuta in inglese come “faction”, per le opere che uniscono la descrizione dei fatti alla letteratura.
Kapuściński aveva un punto di vista originale sul tema dell’obiettività. In un’intervista citata da Domosławski, afferma “Non credo nel giornalismo neutrale, nell’obiettività formale. Il giornalista non può essere un testimone indifferente, ma dovrebbe possedere quell’abilità che la psicologia chiama empatia. Il cosiddetto giornalismo obiettivo non è praticabile in contesti di guerra. I tentativi di obiettività in queste situazioni portano alla disinformazione”.
L’uomo e il suo sentire restano, dunque, al centro di ogni storia. I protagonisti veri.
Kapuściński viene poi considerato anche un anticipatore della tendenza “glocal”, per aver saputo dare valore alle storie locali, mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e velocemente, nel quadro della globalizzazione del secondo millennio. Un pioniere quindi della parola, del viaggio, dei fatti nel viaggio e del viaggio nei fatti, degli eventi nella vita di ogni uomo incontrato su strade polverose, della volontà di dare volto e voce a chi non l’ha e di produrre una qualche forma di cambiamento nel mondo.
Se poi leggo e rileggo le belle pagine di Ebano, mi ricordo ancora dei lunghi e intriganti passaggi sull’Africa, sulla concezione africana del tempo, sulle descrizioni di paesaggi eterni e sterminati. I racconti, le immagini, le sensazioni e le descrizioni si mescolano ai fatti, ci si perde nella loro fusione quasi totale. Kapuściński (e, ammetto, che mi ci ritrovo quando scrivo), da la prova del dono dell’empatia: è un turco fra i turchi, un africano fra gli africani.
Lo vedo passeggiare, attento ma senza prendere note, osservare la vita degli uomini “fino alla frontiera della finzione”, che finisce per trascinarlo via con sé, facendo del reporter un romanziere riconosciuto ben al di fuori del suo paese. Mi vedo un lui, mi domando, ancora, quanto la fantasia possa sposarsi con la realtà, come le due dimensioni possano confondersi.
Se penso ai miei viaggi maliani, fatico a separare i fatti dalle emozioni e dai racconti raccolti per le strada, parlando con un anziano e affaticato tuareg.
Kapuściński non lascia che tracce, ossia delle parole. Come un dito su un alone annebbiato di un vetro, un io solitario che partorisce idee nelle camere d’albergo, viaggiando su un treno o su un bus sgangherato nella foresta. Mi sento pure io un po’ un io solitario che cerca di lasciare tracce di emozioni attraverso la parola e, ciò, sulle linee marcate di vite reali. Perché credo che, alla fine, un buon reporter debba essere un buon scrittore e raccontare la vita e la storia come in un libro. D’altra parte, anche Graham Greene affermava che “una ragione meschina, forse, per la quale i romanzieri cercano di mantenere le distanze dai giornalisti è che i romanzieri si sforzano di scrivere la verità, mentre i giornalisti di scrivere la finzione”.
Il vero reporter, allora, è forse un buon romanziere-scrittore?

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