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Il caso Expo e l’inchiesta Aemilia: la zona grigia come le nebbie del Nord

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Il caso Expo e l’inchiesta Aemilia: la zona grigia come le nebbie del Nord

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L’Expo, “storia esemplare di come vengono gestiti i grandi affari in Italia”, e “il brusco risveglio”, o ancora peggio , la “perdita dell’innocenza” della nostra regione dopo l’operazione Aemilia: questi i due poli attorno cui ha ruotato l’incontro “La mafia esiste”, in programma per il secondo giorno degli Emergency Days in viale Alfonso I d’Este. Ospiti: Gianni Barbacetto, direttore di Omicron (Osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord) e Marco Maroni, firme de “il Fatto Quotidiano”, che insieme hanno scritto “Excelsior – Il gran ballo dell’Expo” e Elia Minari, regista della video-inchiesta “La ‘ndrangheta di casa nostra” e coordinatore di Cortocircuito, associazione culturale antimafia di Reggio Emilia nata nel 2009 dall’impegno di una ventina di studenti redattori di un giornale studentesco indipendente e di una web-tv.

Dal libro inchiesta di Barbacetto e Maroni emerge come la manifestazione milanese possa essere considerata il paradigma della gestione italiana dei grandi eventi: “l’anormalità e l’emergenza” , come ha affermato Barbacetto, dettano legge. Il che “può essere forse giustificato in caso di terremoti o alluvioni, ma non c’è nessuna scusa per un evento che ha già nel proprio nome l’anno di realizzazione: Expo Milano 2015”. Dal 2008, quando Milano si aggiudica la manifestazione battendo Smirne, al 2011 “non si muove foglia – dice il giornalista – perché i politici si contendono il controllo, soprattutto l’allora sindaco Letizia Moratti e il governatore Roberto Formigoni”. E mentre la politica litiga, chi è già pronto a buttarsi sugli affari sono i boss: “in tutte le intercettazioni – continua – non c’è un boss che non cerchi di trovare il canale per entrare all’Expo”.

Poi, dal 2011 fino all’inaugurazione, “ecco l’emergenza: si sospendono numerose norme del Codice degli appalti, si nomina un commissario straordinario”, affermano gli autori. Marco Maroni precisa che “per circa l’80% dei soldi spesi per Expo non è stata prevista una gara d’appalto. Fra questi ci sono circa 750.000 euro per un software anticriminalità che non ha mai funzionato Il lavoro è stato affidato nel 2012 e non è mai stato portato a termine, perché l’azienda è fallita dopo pochi mesi dall’acquisizione del lavoro”.

Dunque il ritardo e l’emergenza diventano strumentali al raggiungimento di “un alto grado di discrezionalità” per le decisioni, sottolinea Barbacetto. Ecco perché Nando Dalla Chiesa – ex componente della commissione parlamentare antimafia, presidente onorario di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e ora presidente del comitato antimafia voluto da Pisapia a Milano – sulla gestione di Expo ha scritto di “legalità contro efficienza” e di “uno scontro tra diritto formale, da un lato, nella debolezza dei protocolli di legalità in cui si esplica, ed economia reale, dall’altro, ossia quanto di fatto avviene sulla “terra”, nei cantieri”. Alla chiusura del libro, affermano gli autori, “erano circa 64 le aziende allontanate dai cantieri di Expo o delle opere collegate con le interdittive prefettizie, ora siamo arrivati a circa 80”. Fra queste Barbacetto cita il caso dell’azienda che si occupava del cablaggio del centro di controllo dell’area di Expo, dove operano le forze dell’ordine gestiscono la sicurezza dell’evento.

Per i due giornalisti del Fatto su Expo grava “il peccato originale” di essere stata realizzata, primo caso nella storia delle esposizioni universali, “su terreni privati”. “La prima Expo milanese, quella di fine Ottocento, ci ha lasciato aree come Parco Sempione o l’Acquario”; le esposizioni si fanno da sempre su “terreni pubblici” perché diventano l’occasione per “la riqualificazione di quelle aree”: si fanno investimenti per il futuro della comunità. Per Expo 2015 il futuro è molto incerto: “il sindaco Moratti e il governatore Formigoni hanno deciso di utilizzare terreni privati, appartenenti al Gruppo Cabassi e alla Fondazione Fiera”, spendendo circa “160 milioni di euro”; ora il valore dei terreni è stimato in “340 milioni di euro, ma la gara per aggiudicarsene la gestione è andata deserta”. “Il rischio – sottolinea Barbacetto – è che diventi il più grande squat d’Europa”. In altre parole Expo è stata considerata l’ennesima occasione per avere visibilità e alimentare le proprie clientele, consegnandola “ai grandi affari e agli immobiliaristi”, mettendo da parte le idee e i contenuti, e così si è dato spazio alla corruzione, “vero varco dell’inserimento criminale”, come ha affermato Nando Dalla Chiesa.

Ed eccoci arrivati al “brusco risveglio” e alla “perdita dell’innocenza” della nostra regione: sono espressioni usate da Santo della Volpe e Lorenzo Frigerio nell’ultimo dossier “Mosaico di Mafie e Antimafia. Un terremoto di nome Aemilia”, curato dalla Fondazione Libera Informazione Osservatorio sull’Informazione per la Legalità per l’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna. Si riferiscono al clima in regione dopo l’operazione Aemilia, portata a termine a fine gennaio 2015 e coordinata dalla Dda di Bologna con 160 arresti, oltre 200 indagati – dei quali 83 nella sola Emilia Romagna – e sequestri di beni per un valore di oltre 100 milioni di euro fra immobili, società, mezzi e terreni. I reati contestati vanno dall’associazione di tipo mafioso e dal concorso esterno in associazione mafiosa all’estorsione e usura, al caporalato, e poi trasferimento fraudolento di valori, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti, ricettazione.

Elia afferma che Cortocircuito è nata dalla “voglia di capire e di approfondire, analizzando i documenti e gli atti”, perché si sia arrivati ad avere anche in Emilia quaranta interdittive prefettizie antimafia e perché i costi delle opere pubbliche siano lievitati. “Da studente – racconta – mi sono chiesto perché le feste di fine anno del liceo che ho frequentato si tenessero in una discoteca che secondo la Prefettura era un luogo di smercio di sostanze stupefacenti e nel quale veniva riciclato denaro dell’ndrangheta”. Eppure nella video inchiesta “La ‘ndrangheta di casa nostra” dei ragazzi di Cortocircuito amministratori e cittadini sembrano voler negare la cosa. E’ un ritornello già sentito a suo tempo per mafia e camorra, quando si diceva che parlarne significava denigrare un territorio. Rimane il dubbio se sia ancora mancanza di informazione e strumenti di analisi, rifiuto di riconoscere il radicamento della criminalità organizzata, oppure malafede. La sintesi più efficace di questa realtà è forse il titolo di un’altra inchiesta di Elia e dei suoi compagni: “Non è successo niente. Quaranta roghi a Reggio Emilia”. Il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, lo stesso dell’operazione Aemilia, usa invece queste parole: “Trovo maggiore difficoltà a fare indagini antimafia in Emilia Romagna che a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Qui è più difficile distinguere il buono dal cattivo, perché qui si intrecciano”. Ed è notizia del 10 giugno che il prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto, ha nominato una commissione per effettuare l’accesso nel comune di Brescello, sì proprio quello di Peppone e don Camillo. Obiettivo della commissione è prendere visione di tutta la documentazione del comune per valutare eventuali infiltrazioni mafiose.

È chiaro che non siamo più nell’Emilia Rossa dei fratelli Cervi (vedi). L’Emilia Romagna, come tutto il Nord, si sono tinti di grigio. Non è però la nebbia della Valle Padana, anche se come lei avvolge e confonde, è quella zona grigia di corruzione e connivenza in cui si crea il sistema di relazioni che è il capitale e la vera forza delle mafie al Nord.

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