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Riflessione sull’antifascismo

Da Giulia Bassi

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”. Un’arma di distrazione di massa, scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1973 in una lettera ad Alberto Moravia.

«Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascimo, non se ne può più. È un dibattito di una inconcludenza totale, fondato sul nulla. Pensiamo piuttosto al fatto che i nostri ragazzi escono da scuola senza sapere bene chi erano Hitler e Mussolini». A parlare così non è un intellettuale di destra, ma uno dei più rinomati maitres à penser della cultura di sinistra: Massimo Cacciari, filosofo, scrittore, ex deputato del Pci, ex sindaco di Venezia al tempo dell’Ulivo.

E a Macerata le manifestazioni antifasciste avvenute dopo l’arresto di Luca Traini hanno prodotto un boom di voti per la Lega.
Lega che, con mossa davvero intelligente, ha portato a Palazzo Madama il primo senatore nero.
Credo che ci sia da riflettere sulle profetiche parole di Pasolini e sulle attualissime considerazioni di Cacciari.
Forse l “antifascismo rabbioso” di cui parlava Pasolini ha fatto il suo tempo ed è divenuto controproducente.
Forse è il caso di ripensare un modo nuovo di essere antifascisti, più consono ai nostri tempi e maggiormente in grado di essere compreso dalle nuove generazioni, che non vedono un nuovo Mussolini all’orizzonte nè le squadre d’azione all’opera.

A meno di voler scambiare per squadrismo il gesto fanatico di qualche imbecille isolato, com’è capitato a Firenze.
I tempi nuovi richiedono strumenti nuovi e un linguaggio nuovo. Se non si capisce questa lezione e si organizzano le manifestzioni antifasciste come mezzo secolo fa ( con vecchi slogan e i pensionati in prima fila) si scompare dai radar degli “under 50”.

E’ questo che si vuole?

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