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Caro direttore,

la recente presentazione del tuo ultimo libro ‘Responsabilmente liberi’ mi dà lo spunto per qualche considerazione. Parto dall’inquadramento dei tuoi scritti che ha proposto Fiorenzo Baratelli – quello della razionalità, che si lega all’etica e alla morale, richiamandosi soprattutto a Kant – e dal concetto che ne deriva “per li rami”, direbbe Dante, di “civile conversazione”, frutto dell’Illuminismo, oggi rinnegato per far posto alla canea, all’invettiva, all’offesa, alla violenza preconcetta.
Sono convinto, con Baratelli, che oggi la civile conversazione (che è poi un rapporto umano tra le persone, rispetto dell’altro, capacità di ascolto, esercizio che deve tendere dialetticamente al “giusto mezzo” indicato da Aristotele come virtù etica) sia da raggiungere, in politica e nella società, con il conflitto. Cioè con una lotta – non saprei definirla altrimenti – culturale, che può assumere i connotati di un movimento di resistenza e di rivolta civile, in diverse forme (mai violente, sia chiaro!). Ci soccorre, ed è di piena attualità, il pensiero di Antonio Gramsci.

Se questo movimento saprà suscitare sentimenti profondi nella Grande Indifferenza – così per me si esprime oggi lo spirito del tempo – troverà seguaci: anzitutto per difendere la nostra autonomia intellettuale – e quindi la nostra libertà – e la nostra sopravvivenza (leggi: dignità dell’individuo e futuro dell’ambiente e del pianeta) avrà seguaci.
La libertà e la responsabilità del singolo – alla base, credo, dei tuoi scritti – è una questione antica, teologica e filosofica, da declinare nei tempi moderni. Temo che i condizionamenti pervasivi di cui soffriamo abbiano modificato negli anni in moltissime persone i concetti di bene e di male, instaurando progressivamente un relativismo etico che impedisce – secondo me da Nietzsche in poi con ragionamenti progressivamente stravolgenti – di scegliere con ragione l’uno o l’altro (semplifico, ovviamente).

Quello che ieri era illecito moralmente ed eticamente oggi non lo è più: il campo della discrezionalità e dell’arbitrio si è allargato pericolosamente, anche nell’informazione (vedi ad esempio le regole stracciate dal giornalismo dei quotidiani tipo ‘Libero’, la connivenza tra giornalismo e potere, gli effetti ventennio berlusconiano altamente diseducativo, ecc.). C’è bisogno di un nuovo sistema di diritti e di doveri?
Purtroppo sappiamo che non è avvenuto – per colpa di tanti, anche della sinistra, inutile qui riaprire processi – un vero rinnovamento etico dei costumi. Un Rinascimento morale. Viene in mente Franco Fortini, e la sua profetica affermazione: “Tutto è diventato gravemente oscuro”.

Dunque, vivere nella selva di oggi significa resistere, rifiutando con ogni energia le grida e le bestialità, il pensiero unico e le idee imposte; mostri da combattere, ognuno come può e sa fare meglio. Agendo, come ha insegnato Hans Jonas, in modo che le conseguenze di ogni nostra azione “non distruggano la possibilità futura di un’autentica vita umana sulla terra”.
Mi pare un punto di (ri)partenza. Forte? debole? Non lo so. Sono certo però che la battaglia è sui valori, e per l’affermazione di comportamenti rispettosi dell’altro e del bene comune. Forse in questo modo possiamo recuperare una nuova razionalità e una qualche prospettiva, per noi e per chi viene dopo di noi.

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