18 Marzo 2017

Risparmi a rischio, la grande paura non è finita

Redazione

Tempo di lettura: 4 minuti

di Alice Ferraresi

Nove euro per azione offerti all’azionista di Popolare Vicenza (circa il 15% del prezzo massimo raggiunto dall’azione). Il 15% del prezzo di acquisto offerto all’ azionista di Veneto Banca. In cambio l’azionista deve rinunciare alle azioni legali. Insomma, chiamarsi contento di portare a casa una perdita dell’85%.
Detta così, uno non aderirebbe mai. Piuttosto mi tengo aperte le porte dell’azione legale, vediamo intanto che succede. Perché dovrei portarmi a casa un misero 15%?
Il perché si capisce guardando non il proprio particolare nel ritratto, ma il quadro complessivo. Se almeno l’80% degli azionisti non aderisce all’offerta, non si fa nulla. E se non si fa nulla, la prima alternativa è: bail in. Infatti la DG competition (Unione Europea) potrebbe non autorizzare la ricapitalizzazione precauzionale già varata per Monte Paschi. Non prima, si intende, di una dimostrazione di solvibilità delle due banche fornita prima ed indipendentemente dalla ricapitalizzazione. Rischia quindi di essere un casino a cascata se gli azionisti (almeno in misura pari all’80%) non aderiscono all’offerta, perchè stavolta le dimensioni delle due banche sono talmente grandi che, se il loro capitale non viene considerato sufficiente a fronteggiare il rischio delle cause legali, va a finire male anche il fondo Atlante, nato (oltre che per assorbire i crediti deteriorati del sistema) proprio per ricapitalizzare le due banche venete – di cui attualmente è proprietario pressochè totale.

L’ipotesi del bail in appare quindi folle, scellerata, ma non impossibile. In questo caso, andrebbe zero a tutti. Non solo (ovviamente) agli azionisti, ma zero agli obbligazionisti subordinati, zero agli obbligazionisti senior e zero anche, se necessario per recuperare valore dalla svalutazione degli attivi marci(o crediti inesigibili), sui saldi di conto corrente sopra i centomila euro. Tradotto in parole povere, un esproprio tale da far collassare l’economia dell’intero nord est. Una Cassa di Ferrara, Marche, Etruria e Chieti moltiplicata per dieci se si guarda ai singoli istituti (qui hanno pagato “solo” azionisti e subordinatisti), moltiplicata per mille se si guarda al sistema, date le dimensioni delle due banche venete. L’effetto che viene in mente è quello di una bomba atomica economica.

La cosa grottesca, se la si guarda dalla prospettiva della provincia di Ferrara, è che ci sono clienti anche importanti che sono scappati da Carife a Veneto Banca per la paura del fallimento della banca ferrarese, e che adesso non sanno più dove scappare. Molti potrebbero tornare all’ovile abbandonato, ora sotto l’ombrello della Popolare Emilia Romagna (dopo un’agonia di tre anni e mezzo). Ma non è così semplice: l’unica liquidità realmente trasferibile in tempo reale è quella sul conto corrente. Il resto è illiquido.

Nessuno può permettersi di dare suggerimenti a cuor leggero, e chi li dà in finanza spesso è interessato, per cui è difficile trovare un operatore realmente indipendente dalle commistioni di affari (in questo ragionamento inserisco anche alcune associazioni di “tutela dei consumatori” che si buttano come sciacalli sul cadavere per fare soldi con le adesioni, garantendo molto fumo e poco arrosto). Tuttavia, in questa situazione di autentica emergenza nazionale del risparmio, che diventa ed è già emergenza dell’economia produttiva, un istinto di sopravvivenza globale spingerebbe a dare un sommesso ed accorato suggerimento: quello di aderire all’offerta (il termine è il 22 marzo). L’alternativa potrebbe essere quella di precipitare in un burrone, e siccome l’economia del nordest è strettamente intrecciata con quella del resto d’Italia, nel burrone rischiamo di finire tutti, esattamente come una locomotiva che trascina con sé nel baratro i suoi vagoni.



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