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Robot tax, non è possibile tassare il futuro

di Achraf Kibir

La storia non insegna. Le ricette economiche di oggi sono troppo spesso solite cercare soluzioni per il domani con gli strumenti di ieri e il ragionamento può essere esteso ad altri campi. Neppure Bill Gates fa eccezione alla regola. Qualche giorno fa ha dichiarato di essere favorevole all’introduzione di una ‘robot tax’ per finanziare i contributi assistenziali e previdenziali. “Restituisse a segretarie e contabili quanto loro ha fatto perdere con il suo pacchetto Microsoft Office”, ironizza qualche utente nei social.

L’idea di base è chiara: lottare contro i sistemi meccanizzati e gli autonomi che relegano in secondo piano il ruolo dell’uomo nel mercato del lavoro e minacciano l’impiego. Dejà vu. Il dibattito storico più rilevante a riguardo risale al XIX secolo quando, in Gran Bretagna, i luddisti attaccarono fortemente le prime macchine della rivoluzione industriale perché, a detta loro, minacciavano il lavoro poco qualificato. Oggigiorno, in seno ai partiti conservatori di mezzo mondo, alcuni esponenti politici hanno raccolto il testimone del luddismo per criticare il concetto tecnologia nel suo insieme, attaccando indiscriminatamente le casse automatiche, la domotica e l’intelligenza artificiale.
Numerosi però sono gli studi che contraddicono queste convinzioni: un recente rapporto della società di consulenza McKinsey & Co. mostra che il 25% dei nostri impieghi sono stati creati da Internet. E non mancano neppure i casi concreti. Si pensi per esempio all’introduzione dei bancomat nel settore bancario. Negli Stati-Uniti, il numero medio di impiegati per filiale è passato da 20 a 13 tra il 1988 e il 2004. Un primo dato allarmante, che non maschera però l’effetto indiretto di un tale cambiamento. Abbassando il numero di impiegati, i bancomat hanno abbattuto i costi delle filiali, permettendo alle banche di aprire in più punti e rispondere alla domanda di agenzie ‘sotto casa’ sempre più in crescita. Così, durante lo stesso periodo, il numero di filiali è cresciuto del 43%, aumentando sul netto il numero totale di impiegati. Lo abbiamo constatato, il principio della distruzione creatrice disegna inoltre logiche virtuose, per cui la riduzione dei costi e la diversificazione spaziale del servizio favoriscono la domanda.

Non bisogna infine dimenticare l’aspetto concreto della faccenda. Se gli effetti economici possono essere contestabili e non univocamente positivi, l’apporto presente e futuro della robotizzazione non può essere considerato una minaccia, bensì una grande opportunità: i rami della robotica sono tantissimi e in costante e continua evoluzione. Forse non ce ne accorgiamo, ma da qualche anno a questa parte stanno migliorando direttamente e considerevolmente le nostre vite, l’esempio più lampante è quello dei robot impiegati in campo medico. E siamo solo all’inizio.

L’idea di tassare i robot, e in generale gli strumenti innovativi, si rifà ad un’antica ideologia che vanta la più grande sfiducia nei confronti della tecnologia. Ora, non solamente questa idea è ormai obsoleta, ma è nociva per la nostra crescita e, al contrario delle credenze comuni, produce effetti negativi sull’impiego. È tempo di finirla con la mania di tassare il futuro per cercare di arginare, inutilmente, il fiume sempre in piena del progresso.

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