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Rosi Braidotti fra tardo capitalismo, etica e resistenza

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Quando si pensa alla “filosofia” solitamente la si identifica con una disciplina accademica, occupata di qualche questione oscura di metafisica, logica o qualsivoglia altra problematica potenzialmente separata se non addirittura drammaticamente lontana dalla realtà. Insomma, una sorta di incredibile lusso intellettuale che privilegerebbe i privilegiati tra i già privilegiati stati occidentali.
Non è di questa filosofia bensì di una moderna se non “postmoderna” critica dell’ideologia (Ideologiekritik) che si fa appassionata alfiere la filosofa femminista Rosi Braidotti, star degli “studi di genere” e volitiva assertrice di una nuova “filosofia impegnata” che smetta di orientarsi al passato, di occuparsi di “filosofi morti,” piuttosto che accetti di affrontare ciò che si chiamava una volta “lo spirito del tempo.”

Come ha eloquentemente sostenuto in una gremitissima lezione di filosofia presso il berlinese Institute for Cultural Inquiry (Ici Berlin), è tempo che la filosofia assuma su di sé compito di analizzare, esaminare e infine giudicare l’evoluzione del “tardo capitalismo” che non è solamente l’ultima versione del capitalismo di marxiana memoria bensì una vera e propria “mutazione” rispetto al capitalismo classico. Non diversamente da ciò che nel film Matrix si chiamava (riferendosi all'”umanità”) un virus che si espande esaurendo le risorse vitali? Braidotti descrive il “tardo capitalismo” come una mutazione letale del capitalismo classico che ovvero non tende più semplicemente allo sfruttamento dell’uomo per il profitto ma allo sfruttamento di ogni forma vitale secondo una varietà di formulazioni politiche ed economiche che declinano il concetto foucaultiano di “biopotere” in termini piuttosto tenebrosi: un capitalismo che avanza implacabile come un bulldozer, ovvero come una macchina che non ha più uno scopo se non se stessa, quindi un complesso volitivo di potere e desiderio (un altro punto centrale della biopolitica di Foucault) che potenzialmente tende allo sfruttamento totale e definitivo di ogni risorsa vitale e ambientale arrivando addirittura a produrre “nuove forme vitali” in vitro, in laboratorio.

Rispetto a questa diagnosi alquanto sconfortante della postmodernità, Rosi Braidotti oppone una “soggettività nomade” che non è semplicemente una “teoria filosofica” (Rosi Braidotti direbbe: “una metafora”) bensì una autentica pratica vitale che si oppone a ciò che Spinoza (il vero eroe del pensiero nomade) chiamava il vero male etico: il nichilismo maniaco-depressivo che nulla sia possibile se non ciò che è effettivamente dato nel qui è ora – ovvero un presente dominato da desideri inconsci manipolati se non inculcati dalle multinazionali del “tardo capitalismo” come consumo, shopping, tecnolgIa e così via.

Al contrario, Rosi Braidotti invoca una filosofia che impropriamente si potrebbe chiamare una “psicoanalisi della filosofia” cioè una pratica di pensiero che sia da un lato un inno alla vita e dall’altro una firma di resistenza contro ciò che il “tardo capitalismo” costruisce, produce e inculca in modo cieco.

La psicoanalisi a cui Braidotti pensa è sopratutto quella di Jacques Lacan – che ammette che l’inconscio sia effettivamente, per ragioni strutturali, un amalgama linguistico indecifrabile se non in minima parte ma allo stesso tempo ritiene che una via d’uscita sia da individuare nella capacità di negoziare con l’inconscio appunto rinunciando ad una soggettività costruita su stereotipi e aspettative “maschiliste,” “patriarcali,” è così via – aprendosi invece ad una soggettività nomade: cioè la consapevolezza che siamo infranti, plurilingui, multipli e plurali.

Si tratta di un aggiornamento della tradizionale critica dell’ideologia che richiede la capacità di estraniarsi dalla “realtà” quanto basta per poter gettare uno sguardo critico su ciò che ci circonda: una realtà di cui il tardo capitalismo rappresenta solo una delle possibili varietà. Contro questa Braidotti propugna una filosofia che sia fondata su due pilastri concettuali: resistenza (al tardo capitalismo) e etica (del dono contro l’etica del profitto). Diversamente dai post strutturalisti francesi come Derrida e Lacan, questo impegno etico non vivrebbe in una sorta di malinconica rassegnazione per un’alterità (politica e culturale) che non si “incarnerà” mai effettivamente in questo presente bensì una vigorosa affermazione di sé, seguendo il riso omerico di Nietzsche così come la filosofia di Deleuze e Guattari. Sarebbe quindi in questo l’aspetto più “affermativo” cioè “positivo” o “creativo” di questo pensiero nomade.

Eppure nonostante l’incredibile energia dialettica e argomentativa di Rosi Braidotti non si può mancare di osservare che il tardo capitalismo, per quanto efficace e “globalizzato” perché impone meccaniche produttive sfruttatrici, sia tuttavia ancora una forma politica e sociale per i privilegiati dei privilegiati dei privilegiati – mentre il resto dell’umanità soffre di condizioni di vita che potremmo appena definire premoderne.

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