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Salvaguardiamo la satira, terapeutica libertà di pungere

CONTROCANTO
Salvaguardiamo la satira, terapeutica libertà di pungere

(Pubblicato il 7 gennaio 2016)

​È il bambino che punta il dito e grida “il re è nudo”. A un anno dalla strage di Charlie Hebdo si ripropone il dibattito sulla satira. Fastidiosa ma utile, ci mostra ciò che spesso non vediamo. Sbagliato pensare di regolamentarla su base etica, perché l’etica è disciplina individuale del comportamento, autoimposta secondo la logica dell’imperativo kantiano della quale dunque è artefice il soggetto stesso, ciascuno per sé. Quando invece si tenta di imporla la si trasforma in morale, ossia in un vincolo esterno, con il forte rischio di inciampare nel moralismo, cioè nella pretesa di condizionare su base valoriale le scelte di ognuno.
A limitare il comportamento e a tutelare i diritti di ciascuno da eventuali infrazioni opera la legge, cioè il codice giuridico che vincola l’azione definendo ciò che è lecito e ciò che non lo, e prescrivendo di conseguenza le sanzioni per i trasgressori. Al di là della legge ogni altro vincolo si configura come censura.
Oltre questo confine dunque anche l’autore satirico deve essere pienamente libero di esprimersi secondo estro e coscienza, proprio come l’artista. Perché come l’artista sovverte i paradigmi comuni, provoca e può essere urticante. Ma non va per questo sanzionato. La satira, poi, in particolare è sberleffo nei confronti del potere. Di ogni potere. Ed è una manifestazione di dissenso nonché una forma di esercizio del diritto di resistenza a qualsiasi pretesa di egemonia. E siccome la morale si pone sul piano della conformità mentre l’arte e la satira agiscono controcorrente e sono trasgressive, il giudizio non può essere di ordine morale.
Ma il rischio di una sovrapposizione di piani sussiste. La morale, infatti, come la legge agisce sul piano collettivo ma a differenza di essa dovrebbe esercitare la propria influenza solo in termini persuasivi, senza imporre obblighi. Può tentare di condizionare le scelte sulla base della propria capacità argomentativa, ma non può pretendere di definire regole comportamentali generali valide per tutti. Quando lo fa – e spesso ci prova – travalica il proprio spazio, mostra cioè l’ambizione di universalizzarsi, di estendere il proprio dominio su ogni individuo in maniera totalizzante.
Da questa smania egemonica, ecco l’ambizione di dettare le regole. Ed ecco il rischio. Che nel caso specifico si materializza nei limiti che la morale vorrebbe imporre alle espressione della satira. Così affiorano temi che si dovrebbero considerare intangibili: la divinità, la religione, la morte, la diversità… Ma la pretesa di universalismo si scontra con l’evidenza che la morale non è univoca e ogni differente sistema morale ha le proprie priorità e le proprie sacralità. E tende a non riconoscere e rispettare i valori propugnati dai sistemi morali concorrenti. Anzi si pone in aperto contrasto con essi. E li combatte. Talvolta non solo con le armi dialettiche. Lo scontro fra Cattolicesimo e Islam ne è un chiaro esempio.
Se ci ponessimo su questo crinale assecondando il declivio, ognuno avrebbe pretesa di imporre le salvaguardie al proprio credo. Invece, a tutela dell’autentica libertà individuale di pensiero e di espressione di ogni cittadino da esercitare laicamente, senza ricorso ad anatemi, va fatto appello alla coscienza e alla legge: cioè a una primaria valutazione soggettiva di responsabilità e alla eventuale conseguente verifica di accettabilità sulla base del diritto. E parimenti anche l’autore di satira deve potersi esprimere senza vincoli ulteriori, affrancato da pressioni morali, rispondendo di ciò che fa solo alla propria coscienza e alla legge. La sua opera sarà comunque posta al vaglio del pubblico che potrà apprezzarla, criticarla o ignorarla, ma non pretenderne la censura. Solo il giudice, eventualmente, potrà sanzionarla sulla base del diritto, in considerazione delle eventuali violazioni del codice.
Ma ricordando come legalità e giustizia non sempre coincidano è opportuno distinguere i piani della valutazione. E lasciare alla coscienza individuale dei singoli individui ogni considerazione etica, respingendo la radicata tentazione di sovrapporre o sostituire alla valutazione giuridica il vischioso infamante velo del biasimo morale dei presunti tribunali del popolo.

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