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BCE, rimetti a noi i nostri debiti
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Ci voleva un flagello biblico (l’epidemia planetaria da Covid-19) per trasformare la fredda scienza economica in una smisurata preghiera. “Rimetti a noi i nostri debiti”, nella parabola del Re buono e del servo spietato, è la decisione cui perviene il padrone compassionevole, che invece di farsi saldare il debito di diecimila talenti, che il servo non può pagare se non vendendo tutta la sua famiglia, gli condona interamente il debito. Peccato che, una volta libero, il servo non rimetta il debito (più modesto) che vanta nei confronti di un compagno, ma anzi gli richieda di pagarlo.

Non illudiamoci: se anche la Banca Centrale Europea condonasse il debito che vanta nei confronti dell’Italia, l’Italia si comporterebbe esattamente come il servo graziato: continuerebbe a chiederci di pagare i nostri debiti. Non possiamo quindi aspirare alla cancellazione del nostro debito da cittadini (o da sudditi, come molti ritengono di essere) verso lo Stato. Tuttavia, sul proscenio economico si è appena affacciata una proposta che sarebbe apparsa folle solo qualche settimana fa: quella che punta a convincere la BCE a rinunciare a parte del suo credito nei confronti dei Paesi dell’area euro. Attualmente, un quarto dei debiti pubblici dei paesi dell’area euro è detenuto dalla Banca centrale europea. Un centinaio di economisti (tra i quali il noto economista progressista Thomas Piketty) hanno lanciato, dalle colonne della stampa internazionale, un appello affinchè la BCE “cancelli” o renda inesigibile questa quota di debito (in parte contratto per far fronte all’emergenza Covid) in cambio dell’impegno dei paesi “condonati” ad utilizzare questa riserva per finanziare investimenti che favoriscano una trasformazione dell’economia in senso ecologico e sostenibile. L’idea venne lanciata a novembre, suscitando reazioni scandalizzate o canzonatorie, dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che disse: “nella riforma del patto di stabilità dovremo concentrarci sull’evoluzione a medio termine di deficit e spesa pubblica in condizioni di crisi e non solo ossessivamente sul debito”. Il deficit è il delta negativo tra quanto uno Stato spende in un anno rispetto a quanto incassa nel medesimo anno, delta sottoposto al rigido sbarramento del tre per cento, sempre più difficile – e forse anacronistico – da rispettare in un periodo in cui gli Stati devono spendere in deficit per non far affogare definitivamente i propri cittadini.

Citiamo dalla lettera aperta: “I cittadini scoprono, con sconcerto per alcuni di loro, che quasi il 25% del debito pubblico europeo è oggi detenuto dalla loro banca centrale. Dobbiamo a noi stessi il 25% del nostro debito. Se rimborsiamo questa somma, dovremo trovarla altrove prendendola nuovamente in prestito per far girare il debito invece di investirla, oppure aumentando l’imposta oppure abbassando la spesa. Eppure ci sarebbe un’altra soluzione. In quanto economisti, responsabili e cittadini impegnati nei diversi paesi, è nostro dovere sollecitare l’opinione pubblica sul fatto che la Bce potrebbe offrire agli Stati europei i mezzi per la loro ricostruzione in chiave ecologicamente sostenibile, ma anche riparare la frattura sociale, economica e culturale dopo la terribile crisi sanitaria che stiamo attraversando.”

La lettera prosegue affermando la consapevolezza che si tratterebbe di una decisione eccezionale, concernendo la cancellazione di un debito pari a 2.500 miliardi di euro. Eppure decisioni simili non sono prive di precedenti: nel 1953 “la Germania beneficiò della cancellazione di due terzi del suo debito pubblico, che le permise di ritrovare il cammino della prosperità ancorando il suo futuro nello spazio europeo. L’Europa non attraversa forse una crisi di dimensioni eccezionali che giustificherebbe misure altrettanto eccezionali?”. Del resto, proseguono i firmatari della lettera, “una banca centrale può funzionare con fondi propri negativi senza difficoltà. Può addirittura emettere moneta per compensare queste perdite: ciò è previsto dal protocollo n°4 accluso al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, giuridicamente e contrariamente a quanto affermano alcuni responsabili delle istituzioni, in particolare in seno alla Bce, l’annullamento non è esplicitamente proibito dai trattati europei. Tutte le istituzioni finanziarie a livello mondiale possono deliberare una rinuncia ai loro crediti…”. Si fa poi riferimento al Quantitative Easing (l’acquisto illimitato del debito pubblico dai paesi dell’area euro), messo in atto da Mario Draghi proprio da Presidente della BCE, per mostrare come una recente prassi di politica monetaria ritenuta borderline rispetto alle regole del trattato istitutivo della BCE sia stata attuata senza provocare alcuno scossone nel forziere dei forzieri, ma anzi abbia prodotto l’ effetto di neutralizzare la speculazione contro le economie europee più indebitate, con un effetto stabilizzatore per il quale Draghi sarà ricordato nei manuali di storia economica come “il salvatore dell’euro”. Peraltro, nonostante ormai i tassi per indebitarsi siano quasi negativi, gli Stati dal 2015 non fanno che tentare di ridurre il livello di indebitamento. Del resto, se la tua famiglia non incassa abbastanza soldi per ripagare i debiti esistenti, saresti un cretino se decidessi di prendere altri soldi in prestito semplicemente perchè sono a tasso zero. Piuttosto, cerchi di tirare la cinghia e cominciare a rientrare dai debiti che hai.

Gli economisti fanno poi un’affermazione decisiva: “…in questo ambito solo la volontà politica conta: la Storia ha dimostrato a più riprese che le difficoltà giuridiche spariscono a fronte degli accordi politici”. Questa frase non suona solo come una sconfessione dell’atteggiamento tuttora notarile di Christine Lagarde, neopresidente della BCE, che dichiara banalmente che questa proposta è irrealizzabile perchè “lo vietano le regole”. Grazie al piffero: le regole si possono cambiare, se c’è la volontà comune di farlo. In realtà, il contenuto rivoluzionario della frase risiede nel fatto che degli economisti di chiara fama riaffermano il primato della politica sull’economia, sovvertendo il mantra secondo il quale sono le leggi economiche, elevate al rango di principi della fisica, a determinare la direzione del mondo. Sono proprio alcuni tra i depositari della “scienza”  più idolatrata del mondo moderno a sovvertire le basi del ragionamento: è una politica alta e lungimirante che influenza l’economia e il destino della storia umana.

 

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