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L’oro di Diego
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L'”oro di Dongo” è il tesoro, fatto di gioielli, lingotti e bigliettoni in valute diverse, sequestrato a Mussolini ed altri gerarchi dal convoglio in fuga fermato a Dongo, provincia di Como, il 27 aprile del 1945. Pare che il grosso del bottino, al quale anche la popolazione locale ha attinto al passaggio in una sorta di improvvisata espropriazione proletaria, sia finito nelle mani della brigata partigiana e poi dei comunisti comaschi e infine sia stato utilizzato per comprare la storica sede del PCI a Botteghe Oscure.

L'”oro di Napoli” è il titolo di un film a episodi del 1956 diretto da Vittorio De Sica. Si tratta prevalentemente di spaccati della vita napoletana, rappresentata attraverso i mattatori della tragicommedia partenopea, da Totò a Peppino De Filippo a Sophia Loren a Tina Pica.

Mi permetto di associare arbitrariamente le due definizioni, perchè la mescolanza dei temi inclusi in entrambe mi sembra attagliarsi come una facile profezia all’immediato futuro post mortem di Diego Armando Maradona da Lanus. Il prevedibile e pittoresco (ma non così superficiale come appare da fuori) psicodramma neopagano di Napoli, città d’adozione del Pibe, è già in corso. L’assalto alla diligenza del suo inquantificabile patrimonio è in realtà iniziato da tempo, mentre lui era in vita, ma da ora in poi si trasformerà in una sanguinosa faida tra parenti ufficiali e ufficiosi, consanguinei originari e riconosciuti, figli legittimi, legittimati e spuntati come funghi nel bosco dopo una notte di pioggia (sarei pronto a scommetterci). Per non parlare della corte dei miracoli che lo circonda da anni, professionisti para o pseudo della medicina e del diritto e della finanza e del fisco e della droga, destino che accomuna tutti i semidei tossici, da Elvis Presley a Michael Jackson a Prince a Whitney Houston. E’ impossibile per questa categoria di persone che ben presto, nella vita, escono dal mazzo dei normali esseri umani, sfuggire all’abbraccio mefitico e soffocante dei consulenti/portavoce/eccetera, ognuno dei quali ricava un reddito più che sufficiente a vivere bene dal proprio unico cliente, che quindi sarà molto difficile contraddire. Quando sei circondato da adulatori non riesci più a riconoscere la franchezza in un rapporto. Peggio: la vivi con fastidio. Quello che è onesto è il primo ad essere licenziato, perchè ti dice in faccia le cose che non vuoi sentirti dire. Alla fine chi ti vuole bene davvero lo allontani, e ti tieni i cattivi consiglieri, quelli che ti danno sempre ragione anche quando fai delle cazzate, che non ti dicono “stai lontano da quella merda” ma che la merda, alla bisogna, te la procurano.

Non ho conosciuto personalmente Maradona, come del resto tutti coloro che ne scrivono. Non comprendo chi dice che lo stiano facendo “santo”, perchè finora non ho letto un solo articolo che ne abbia oscurato i difetti e le mancanze. Comprendo ancora meno chi, non conoscendolo, si permette di dire che era una persona pessima. Sono andato a curiosare tra i moralizzatori da tastiera e, tra quelli più o meno noti, ho trovato chi mi aspettavo di trovare: gente che predica bene e razzola male. Mi limito a dire che vorrei vedere uno qualunque di loro, di noi, alle prese con un talento sovrumano, un dono che viene direttamente dal cielo, nel senso che il cielo o Dio sembra avere scelto proprio noi, per crudeli e imperscrutabili ragioni, per portare a termine un compito il più ambizioso – e noi sappiamo di essere i soli a poterlo compiere, perchè noi abbiamo quel dono, e nessun altro. Vorrei vedere uno qualunque di noi alle prese con un dono così prodigioso, un superpotere, che però vale solo in un campo della vita. In tutto il resto, ce la dobbiamo cavare con la nostra mediocrità, inadeguatezza, bassezza, dabbenaggine, fragilità. Stan Lee e la sua combriccola alla Marvel, su questa dicotomia del supereroe con superproblemi, ci hanno costruito sopra il profilo psicologico di tutti i più celebri personaggi della loro scuderia di carta.

Dentro di te convive questa divaricazione, mentre il resto del mondo pende dalle tue labbra anche se leggi la lista della spesa, sentenzia usando le tue parole e le rende aforismi sacri, anche se erano stronzate dette da ubriaco delle quali nemmeno ti ricordi. E soprattutto, il resto del mondo ti è costantemente addosso, ti alita addosso il suo amore e la sua invadenza. Sempre. Sempre.

Se qualcuno pensa che sia facile vivere così, vada a vedere come hanno vissuto, di chi si sono circondati e come sono morti artisti di enorme talento come quelli sopra citati. E’ chiaro che se hai un talento sovrumano in una di quelle discipline nelle quali si proiettano le aspettative di miliardi di umani, tutto si amplifica: la celebrità, il denaro e la pressione. Se invece ce l’hai in un campo che interessa a pochi, puoi cavartela. Se non interessa a nessuno, infine, sarai ignorato (condizione esistenziale fonte di una sofferenza acuta, uguale e contraria all’eccesso di pressione).

Se hai un talento sovrumano nel gioco del calcio, diventi più famoso di Gesù Cristo. Se sei anche nato in Sudamerica e ti porti dentro, e dietro, l’ ancestrale religiosità magica del tuo popolo, allora sei Gesù Cristo. Però tu sai chi sei. Lo sai, di non poter essere all’altezza di una cosa così enorme, che non è vincere il Mondiale di calcio con la tua Argentina, no: quello lo sai fare e lo puoi fare, perchè si trova dentro la tua zona di comfort. Sai anche di essere, spesso, capace di orribili bassezze, che ti rendono tragicamente umano e profondamente attrattivo per la letteratura, anche quella nobile, che intinge volentieri la penna nelle debolezze e nelle fragilità della superstar. Tu però intanto, ci sono giorni in cui ti abbruttisci fino a farti schifo. I buchi della tua anima li riempi con le opere d’arte che ti vengono facili, perchè hai un superpotere. Quando non lo puoi usare, devi coprire il buco con qualcos’altro.

Lui lo ha riempito con la cocaina. Credo abbia fatto del male prima di tutto a se stesso. Del resto non ha voluto essere un modello per nessuno, anche se il mondo lo ha innalzato al rango di semidio. E come spesso accade a questi semidei loro malgrado, ha tenuto il male per sè e per le persone cui voleva più bene, e al resto del mondo, al “pubblico”, ha donato quel bene, che nel suo caso è stata la bellezza. Non tanto la bellezza di un gesto atletico o tecnico, ché se si fosse fermato a questo sarebbe stato “solo” un grande campione. La bellezza di cui è stato capace ha molto più a che fare con l’arte che con lo sport. La differenza tra un grande gesto sportivo e un’opera d’arte sta nella sensazione di vertiginosa meraviglia che ti lascia addosso. Una sindrome di Stendhal, che lui stesso definiva “le sensazioni celesti date dalle arti”, al punto da perdere l’equilibrio mentre cammini, e per un istante rimanere preda di un capogiro mistico. E capita proprio a te, che nel resto dei tuoi giorni passi per essere un inguaribile, ateo, cinico materialista. Ecco, per me è questo l’oro di Diego.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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