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Non è un paese per vecchi

SCHEI
Non è un paese per vecchi

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Oggi ho accompagnato mio padre ultraottantenne in Posta e in farmacia. Mio padre non è più molto lucido, ma oggi ho avuto la certezza che, anche se lo fosse, sarebbe impazzito lo stesso. Sarebbe impazzito nel tentativo di fare operazioni banali, essenziali, d’ordine e non di concetto. Lo dico perchè sono impazzito io per lui. In Posta dovevamo svincolare una polizza scaduta. Soldi suoi. Era il terzo appuntamento per la stessa operazione. Le prime due volte era andata male, la prima per un documento scaduto da rinnovare, la seconda perchè non trovavamo l’originale di polizza. Oggi avevamo tutto, documento in ordine e originale di polizza. Perfino l’imbarazzata consulente gongolava, felice di poterci accontentare, finchè, verso la fine della procedura telematica, il computer le ha messo un blocco. “La polizza è in stato anomalo”, “non so cosa significhi”, “forse perchè è scaduta”. Ha chiesto assistenza al numero verde – gli impiegati della Posta per risolvere un problema devono fare lo stesso numero dei clienti, quello che ti presenta sei opzioni commerciali e, se riesci a schivarle tutte come in un percorso di guerra, arrivi a poter parlare con un operatore. La conclusione è stata che dobbiamo mandare una raccomandata ad una sede centrale per chiedere lo svincolo, perchè la polizza è “radicata” in un altra sede – alias, mio padre la stipulò in un altro ufficio, del luogo dove allora risiedeva. Dopo la risposta alla nostra raccomandata, dovremo tornare la quarta volta pregando il dio delle scartoffie. Però intanto mio padre firmava sopra un display e non sulla carta, vuoi mettere. Una figata, il progresso tecnologico. Tempo trascorso nel bugigattolo che violava ogni norma sul distanziamento, un’ora e mezza. Mio padre che soffre d’insonnia nel frattempo si era abbioccato, e ridestandosi ha commentato: “Grazie signorina, la prossima volta che non riesco a prendere sonno so cosa fare, vengo in Posta”.

Poi ci siamo avviati verso la farmacia. Dovevamo acquistare un nuovo farmaco per un problema che il geriatra gli aveva diagnosticato. Ci aveva raccomandato, il geriatra, di andare dal medico di famiglia col suo responso perchè è il medico di famiglia che può fare la ricetta per ritirare il farmaco. Ci aveva raccomandato anche, il geriatra, di presentarsi in farmacia, oltre che con la ricetta, anche con il piano terapeutico, così ci avrebbero dato più di una confezione, in modo da coprire almeno i primi due mesi di terapia. Allo sportello, la farmacista ci ha detto, dopo un’affannosa telefonata di conferma dei suoi dubbi, che non poteva darci lei la prima confezione del farmaco, ma che avremmo dovuto recarci alla farmacia ospedaliera. La risposta alla mia domanda di spiegazioni è stata “perchè è la procedura”. Mentre ci recavamo alla farmacia ospedaliera mio padre fantasticava di farsi tagliare l’alluce del piede destro, perchè camminarci sopra gli dava un dolore acuto, e ormai di strada ne avevamo fatta. Allo sportello della farmacia ospedaliera, una giovane farmacista ci ha detto che della ricetta del medico di famiglia non se ne faceva nulla; che poteva darci solo una confezione del farmaco, perchè il geriatra aveva redatto un piano terapeutico mancante di un codicillo essenziale per poter avere il diritto di ritirare almeno due confezioni, e che quindi avremmo dovuto tornare entro un mese alla farmacia ospedaliera per ritirare la seconda confezione, ed andare di nuovo dal geriatra per farci correggere dallo sbadato il piano terapeutico. La giovane farmacista si è prodigata con ardore didascalico nello spiegarci l’assenza di questo codicillo, mostrandoci un facsimile di piano terapeutico corretto, contenente il codicillo. Mi sono sentito di dirle che se due esercenti la professione sanitaria (tra cui uno specialista) non parlavano tra loro la stessa lingua, non poteva pretendere che la parlassi io. Quale, poi? Quella dello specialista o quella della farmacista?

Preciso che nessuna delle persone con cui siamo entrati in contatto si è mostrata maleducata. Tutte hanno ricordato a me come andava compilato il loro compitino, e se il compitino di ciascuno non dialogava con il compitino dell’altro non era un problema loro, era un problema mio e di mio padre.

Il film “Io, Daniel Blake” di Ken Loach racconta di un carpentiere vedovo di 59 anni che ha un infarto, in seguito al quale il medico lo dichiara inabile al lavoro. Il film lo mostra alle prese con la richiesta di disoccupazione, presentabile solo via internet, e con una chiamata per il ricorso dell’indennità per malattia. Daniel si trova senza alcuna fonte di reddito, fra il medico che gli vieta di tornare a lavorare, l’attesa di indennità per malattia in seguito all’infarto e la ricerca di un lavoro per avere il sussidio di disoccupazione. Daniel riceve una telefonata dove viene informato che è stato dichiarato abile al lavoro, e che quindi non ha diritto al sussidio di disoccupazione. Deve però rinunciare a un lavoro per cui aveva lasciato il curriculum, visto il divieto del medico a lavorare. All’ennesimo incontro al Job Center, Daniel decide di dare un ultimatum alla struttura, che gli ha negato il sussidio accusandolo di scarso impegno nel cercare una occupazione, ma che non gli fissa mai una data per il ricorso. Si piazza davanti al palazzo e scrive con la vernice spray sul muro del Job Center “Io, Daniel Blake, esigo una data per il mio ricorso prima di morire di fame”. Così facendo si guadagna la simpatia dei passanti e l’attenzione della stampa, nonchè un ammonimento dalla polizia. Daniel trova un avvocato che decide di assisterlo nel ricorso, che visto come si sono svolti i fatti ha molte probabilità di vincere. Poco prima dell’inizio del processo, Daniel va in bagno ma lì ha un altro infarto e muore.

Le pellicole di Ken Loach hanno questa capacità di farti sentire che non sei lo spettatore di un film, ma colui al quale prima o poi accadrà qualcosa di analogo a quello che è successo a Daniel Blake. Infatti quando una piccola o grande sfiga, o il semplice fatto di invecchiare, ti costringe a prendere contatto con la rete dei servizi alla persona, se sei da solo sei già morto. La peculiare brutalità della burocrazia contemporanea risiede nella capacità di farti impazzire dentro un labirinto creato proprio da quella tecnologia che dovrebbe risolverti i problemi. Come si può pensare che un ottantenne medio possa gestire i propri adempimenti iscrivendosi a piattaforme telematiche, o scaricando una app? Come si può pensare che una persona anziana possa accendere un proprio fascicolo telematico e accedervi attraverso uno username, una password e un otp che gli arriva sul telefonino? Come si può pensare che una persona anziana possa riuscire a dialogare con un numero verde che ti tiene in attesa per ore o che ti consente di parlare con un essere umano solo se riesci a sgattaiolare oltre la miriade di opzioni puramente commerciali che fanno da barriera al servizio di assistenza?

La cronaca personale con la quale ho esordito (e che non ho arricchito, per non annoiare, coi tentativi di truffa legalizzata orditi ai danni degli over ottanta da sicarietti delle forniture che fanno semplicemente il loro sporco lavoro) non ha nulla di particolarmente tragico o anomalo, e proprio in questa normalità risiede la sua ordinaria ferocia. Il nostro non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi.

 

 

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