Home > IL QUOTIDIANO > Scuola: ancora la grande disadattata

E anche quest’anno cadiamo dal pero con uno scoop che non è uno scoop…

La ‘Scuola in chiaro‘, l’applicazione che il Ministero della Pubblica Istruzione ha messo a disposizione delle famiglie per le iscrizioni online funziona bene, almeno dal punto di vista della trasparenza. Due anni fa fece scalpore il liceo classico Visconti di Roma (vedi qui), che sul sito ministeriale vantava solo un paio di studenti stranieri e nessun disabile, oggi è il turno dell’Istituto Comprensivo di via Trionfale a Roma che vanta un plesso tutto di élite, contro un altro plesso tutto di bassa estrazione sociale.

Materia per le pagine dei giornali, non però per le meningi del Paese che, attonito e rincoglionito, assiste al declino del suo sistema formativo incapace di colmare le differenze non solo tra nord e sud, ma tra quartiere e quartiere, tra plesso e plesso. Tanto che il primo compito della scuola, quello di formare cittadini con pari condizioni e opportunità, non solo è ampiamente e gravemente disatteso, ma da alcuni è addirittura rivendicato come dato di pregio. Pensare che siano sviste o forme di superficialità non assolve dalla responsabilità e dalla colpevole incompetenza di chi è chiamato a esercitare la propria professione in un servizio pubblico tanto importante e delicato come la scuola.

C’è un Paese che continua ad affidare la scuola a ministri raccogliticci. Una scuola che Bruno Ciari continuerebbe a chiamare, ancora oggi, ‘la grande disadattata’. Senz’altro disadatta ai tempi: questa è la questione di cui si dovrebbe occupare innanzitutto la politica. Lo sforzo è pensare, pensare in grande e guardarsi anche attorno, per capire cosa accade nel mondo. Non occorre andare in Finlandia o in Canada, sarebbe sufficiente interrogarsi e cercare di ragionare.

La nostra scuola è ancora una scuola di classe, non riesce a colmare gli svantaggi, le diseguaglianze sociali e territoriali. Non siamo più una società classista, ma classista resta la nostra scuola. Potrebbe importarmi poco che in un plesso vadano tutti i figli di papà e nell’altro no, la cosa che mi importa è quello che mi dà la scuola, come me lo dà, come a scuola ci sto e come la scuola mi fa sentire. Intanto che mi faccia sentire una persona che è lì per crescere e non per stare seduto dietro un banco ad ascoltare in silenzio un adulto che parla di cose di cui non comprendo il senso per il mio progetto di vita.

Potrebbe non interessarmi che c’è un ospedale per i ricchi e uno per i poveri, ciò che mi interessa è che l’ospedale per i poveri lavori molto meglio di quello per i ricchi, perché i poveri hanno meno mezzi, faticano di più e quindi hanno necessità di cure maggiori e migliori. Così è per la scuola, centrale non è il censo, ma che la scuola sia migliore là dove c’è più necessità, abbia gli insegnanti migliori, sia in grado di rispondere efficacemente ai bisogni formativi di chi la frequenta, sia in grado di sperimentare modi nuovi di fare scuola, come da sempre hanno fatto i maestri del pensiero pedagogico. Rompere con l’uniformità per incontrare la particolarità, l’individualità, i bisogni di ogni singola bambina e bambino, ragazza e ragazzo. E per questo diventi appetibile, indipendentemente dalla condizione sociale o dalla collocazione territoriale.

Dunque, non una scuola stancamente ancorata ai suoi riti, ma una scuola che sperimenta nuove modalità d’essere, un luogo laborioso di laboratori, in cui l’offerta formativa sia alta e venga liberamente scelta sulla base degli interessi, delle abilità e di percorsi formativi fortemente individualizzati, anziché imprigionare nelle classi, vale a dire nella condizione anagrafica di ciascuno secondo la logica dei coscritti di leva. Le statistiche, le indagini Ocse, gli avvenimenti riportati dalle cronache, non fanno altro che confermare che a cedere non sono soltanto gli edifici scolastici ma il nostro intero sistema formativo.

 

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