Home > IL QUOTIDIANO > SCUOLA: GIOCHIAMO A MOSCA CIECA
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Bendare gli occhi, fare l’esperienza della cecità, non per partecipare della disabilità come proposto da anni dal Muse di Trento. Neppure per suggestioni sensoriali, tipo che effetto che fa fare scuola al buio, ascoltare senza vedere o ancora provare l’ebbrezza della didattica a distanza, ciechi dinnanzi al computer nella propria camera e solo percepire gli odori, i sapori e i suoni di casa.
Niente di tutto questo. Neppure il tentativo di giocare a mosca cieca on line, una versione rivisitata e attualizzata della mosca cieca della nostra infanzia.

L’ultimo prodotto degli effetti collaterali del Covid è invitare gli alunni ad autobendarsi per essere interrogati, in palio i voti da zero a dieci. Sembra quasi una trovata da quiz televisivo, da Ruota della fortuna, Scommettiamo che, Ok il prezzo è giusto. Del resto che la didattica a distanza, prima o poi, scimmiottasse la sintassi televisiva era da prevedere.
Non la benda degli antichi sacerdoti e vincitori, ma la benda per non sbirciare. Gli occhi come luogo della concupiscenza, della curiosità malsana, ciechi davanti al sapere, perché la vista potrebbe tradursi in uno strumento al servizio dell’inganno.

La trovata è di una professoressa di latino di uno dei tanti licei della nostra penisola. Sarebbe folcloristica la cosa se non venisse immediatamente da chiedersi quale mente didatticamente perversa può avere concepito una simile trovata.
Le ragazze, interrogate con la benda agli occhi per non essere tentate di vagare lo sguardo su appunti o pagine di testo clandestini, hanno preso nove e pare non si siano sentite umiliate. “La professoressa è stata premurosa e molto professionale” hanno dichiarato le cavie di quello che è stato giustificato come un esperimento, tipo quelli condotti dal professor Zimbardo all’Università di Stanford in quel di Palo Alto.
Sembra di sentire “Com’è umano lei” del ragionier Giandomenico Fracchia; d’altra parte quando le cose non hanno né capo né piedi ci si rifugia nell’esperimento, col quale si può giustificare tutto e il contrario di tutto.

Ciò che dovrebbe preoccupare, a partire dai piani alti di viale Trastevere, è la meschinità della cosa e che la portata di questa meschinità non sia avvertita da nessuno dei protagonisti della vicenda, dagli insegnanti agli alunni, al dirigente scolastico.
Va bene che il latino è una lingua morta, ma questo non giustifica che si continui a professare una didattica che dovrebbe essere defunta perché professionalmente squalificante, che denuncia quanto ancora sia diffusa l’impreparazione di tanti docenti.

La scuola italiana non si rinnova con i banchi a rotelle e con il restyling edilizio, se prima il restyling non passa per la formazione professionale di chi sceglie di insegnare, che non può essere il risultato degli anni di precariato accumulati, come ormai da troppo tempo avviene. Prima dell’edilizia scolastica l’emergenza del nostro sistema formativo, dunque, riguarda la preparazione dei docenti, che non possono pensare di stare in classe allo stesso modo in cui sono stati in classe loro quando erano alunni. Il lavoro dell’insegnante richiede una formazione permanente relativa agli strumenti del proprio mestiere, non solo alla disciplina che si insegna. E questa formazione nel nostro paese manca del tutto.

Occorre chiedersi quale visione della scuola muove un’insegnante che escogita di interrogare le alunne bendate, quale idea ha del suo ruolo e dell’apprendimento. Non c’è dubbio che sia onestamente convinta che il ripetere, semmai mnemonico, il riportare oralmente ciò che è stato ascoltato e spiegato, sia la prova provata che l’alunno ha imparato la lezione. Molto distante dalla necessità che l’apprendimento per non essere formale sia sempre applicativo, si concretizzi nella capacità di usare gli strumenti dell’imparare, a partire da note e appunti, si traduca cioè in una competenza, in un ‘sapere fare’, come da tempo ormai dovrebbe essere generalmente acquisito.

È questo il minimo sindacale. Non mi addentro in altre analisi che potrebbero sconvolgere, turbare e disorientare i cultori dei banchi, delle cattedre e delle predelle. Ma insegnanti come la professoressa di latino, che pratica, sia pure per esperimento, l’interrogazione bendata, dovrebbero essere messi alla porta, solo per l’idea di scuola che coltivano. Dannosa per gli studenti che trovano la cosa ‘normale’, il che significa che tutta la loro esperienza scolastica è stata caratterizzata dalla anormalità di quella normalità. Dannosa per il paese che ha bisogno di generazioni preparate non al passato remoto, ma al futuro che le attende.

La questione è grave. Denuncia quanto ancora il paese sia arretrato in tema di formazione e questa arretratezza altro non è che il rovescio della medaglia di decenni di tagli della spesa per l’istruzione. Pare che il destino della nostra scuola sia quello di procedere per acronimi con la pretesa del nuovo, ora DAD e DDI si aggiungono ai BES ai DSA, al PEI, al RAV, al PTOF, ma nella sostanza tutto resta come prima.
La professoressa del liceo in questione non ha nulla da invidiare agli insegnanti di latino dei miei tempi, nelle sue mani anche le nuove tecnologie si devono arrendere, così i ‘device’ si trasformano in strumenti per la diffusione dei virus più deteriori della didattica tradizionale, integrata o in presenza che sia.

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