Home > LA CITTA' DELLA CONOSCENZA / RUBRICA > Se provassimo ad alzare un po’ la testa
capo-chino

Negli anni ’70 del secolo scorso il nostro Paese ha conosciuto una stagione felice di conquiste civili sulla frontiera dei diritti e dei servizi sociali.
È stata la stagione dello Statuto dei lavoratori, della legge di tutela delle lavoratrici madri, della nascita degli asili nido, delle scuole dell’infanzia, del tempo pieno, del diritto allo studio, della scolarizzazione di massa.
Da allora le politiche che si sono succedute, fino alla crisi scoppiata con il 2008, hanno costretto le forze progressiste e democratiche del Paese a focalizzare tutta le loro energie nella difesa, nella conservazione e, quando possibile, nell’estensione di questi importanti traguardi sociali.
Pertanto il governo della nostra regione, come della nostra città, hanno oggi tutto il diritto di rivendicare con orgoglio gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti sul versante dei servizi sociali dall’istruzione alla sanità.
Ma questo non può bendarci gli occhi, non può impedirci di guardare avanti, di cogliere le nuove esigenze, le nuove ansie, soprattutto perché è palese per tutti come le promesse di equità sociale di cui erano cariche quelle conquiste non si sono avverate, sono state ampiamente disattese, quando non apertamente ostacolate.
Da allora sembra essersi esaurita ogni spinta progressiva sul terreno della crescita sociale. Le politiche neoliberali e la globalizzazione dei mercati hanno piegato le nazioni, le amministrazioni locali e i loro cittadini alla “bicycling reaction” come la definiscono gli americani, noi diremmo “a pedalare”. Ma la bicicletta è un’immagine importante per comprendere l’effetto di decenni di politiche economiche che hanno condizionato le nostre esistenze, offuscato la nostra vista.
L’immagine della bicicletta è quella della persona piegata in avanti con le mani sul manubrio che pedala, che in altre parole si inchina al potere economico e politico che abusa di lei. L’economia di mercato, del capitale umano ha bisogno di gente, mediamente istruita, che soprattutto pedali a testa bassa, senza mai voltarsi indietro, e soprattutto senza mai guardare avanti.
Ma il prodotto interno lordo nella società della conoscenza è sempre meno l’obiettivo delle persone. Sempre più le persone sentono loro il diritto di nutrire altri obiettivi, il proprio benessere, il controllo sulla propria salute e su quella dell’ambiente, e si ribellano alle politiche che continuano a servire la sindrome della bicicletta.
È l’istruzione oggi ad essere il sale di ogni cittadinanza attiva, per dirla con Martha Nussbaum. Questa è la spinta progressiva che va ripresa, per tornare ad allacciare il filo di continuità con le conquiste degli anni ’70, per aggiornarle ai bisogni e alle sfide di questo millennio. L’istruzione non per il profitto, ma per la democrazia, per una democrazia stabile, per l’equità sociale, per migliorare la qualità della vita delle persone.
Di qui discendono le ragioni per cui ritengo che non sia più possibile, come è avvenuto fino ad oggi, andare avanti a testa bassa, pedalare senza alzare la testa dal manubrio per guardare davanti a noi. Questo accadrebbe se noi continuassimo a pensare che è possibile affrontare i prossimi anni di governo della nostra città come si è fatto fino ad ora. Fermandoci alle conquiste degli anni settanta senza tentare di andare oltre, continuando ad avere una politica per i servizi educativi e scolastici, ma incapaci di elaborare una politica di più ampio respiro che guardi all’istruzione come grande investimento collettivo per l’intera città.
I nidi, le scuole dell’infanzia, i trasporti, l’edilizia scolastica, il diritto allo studio sono, mancherebbe altro, indispensabili e necessari, ma sfido chiunque sappia guardare avanti a ritenerli oggi sufficienti ed esaustivi di una politica locale dell’istruzione.
Più il mondo si fa complesso, più aumentano le competenze necessarie a vivere la contemporaneità, più i luoghi delle decisioni politiche si allontanano da noi, dalle nostre città, più cresce il bisogno di istruzione e di conoscenze diffuse per tutti.
Insieme all’indispensabile sviluppo della rete delle tecnologie, una città è smart se la sua classe politica è in grado di capire questo, di avere su questo un disegno di crescita, di elaborare un proprio modello strategico di sviluppo rispetto alle sfide del cambiamento, in un’ottica di economia della conoscenza che muova dall’investimento sulle sue risorse umane a partire dai più piccoli, dai giovani fino agli adulti.
Quando parlo di politica dell’istruzione per Ferrara, penso a quanto avviene in altre città, anche a noi molto vicine, che hanno scelto di essere città educanti, capaci di darsi una forte connotazione educativa, con una attenzione tutta particolare non solo alla fascia dei cittadini dai tre mesi ai sei anni, ma pure a quella che va dai sei anni ai ventinove e a quella degli adulti.
Penso ai 35.609 studenti che in questo anno frequentano le scuole, statali e paritarie, della nostra città, dalle elementari alle superiori. Di questi già in 89 si sono arresi e hanno abbandonato la scuola.
Penso che vorrei abitare una città capace di essere all’altezza del sogno di molti giovani, quello cioè di vivere in una comunità che fa sentire utile e importante ciascuno di loro. Interessata a quello che quotidianamente fanno, perché attenta al loro progetto di vita, attenta al loro stare sui banchi di scuola, attenta perché tutti possano studiare normalmente, perché proprio per questo sono per la città la risorsa più preziosa.
Ho appreso con molta soddisfazione del progetto “comunEbook”, che vede gli studenti del nostro liceo scientifico protagonisti di questa importante iniziativa di digitalizzazione dei libri per la loro città, un esempio concreto, al di là delle parole, di cittadinanza attiva, per me, anche di città che apprende. Ma tutto questo rischia l’episodicità, perché non sta dentro a un’idea condivisa di politica per l’istruzione, capace di mettere in rete in modo consapevole e significativo le diverse opportunità di apprendimento che pure nella città si muovono, incapace di aprire le scuole al territorio oltre i loro orari scolastici, che fa 24 ore di poesia usando gli spazi della biblioteca Ariostea anziché quelli delle scuole. Incapace di fare rete tra le scuole, il centro provinciale per l’istruzione degli adulti e l’università, che invece potrebbero divenire il cuore intorno al quale nutrire il progetto di una città che apprende.
Tutto questo, lo so, va molto al di là delle possibilità dell’attuale Istituzione dei servizi educativi, scolastici e per le famiglie del nostro Comune.
Ma allora, si può fare una politica per l’istruzione senza un assessorato che se ne occupi? Io davvero non lo credo possibile.

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