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Se vinci con la destra, è la destra che vince

Si ganas con la derecha, es la derecha que gana”. Se vinci con la destra, è la destra che vince, è una frase che ha scritto Marco Damilano su ‘L’Espresso’ del 13 gennaio scorso ed è lo slogan usato nel Cile prima del golpe del generale Pinochet. Il direttore del settimanale ricorda che a dirgliela fu l’amico Paolo Giuntella, indimenticato giornalista Rai, cattolico democratico di razza, con un passato ai vertici dell’Azione Cattolica e fondatore della Rosa Bianca.
Il significato di quelle parole è che se si pensa di utilizzare la destra per vincere, alla fine sarà la destra a prevalere.

È successo un secolo fa quando l’agonizzante Italia liberale pensò di utilizzare la violenza fascista per regolare il biennio rosso e credette di farlo la Chiesa, così dicono gli storici, ritenendo che un regime autoritario avrebbe reso il tessuto sociale pronto e allenato per una sedimentazione gerarchica delle verità rivelate.
Impedire il traumatico cedimento fu anche il disegno di una vita di Aldo Moro, raccontato nel consigliatissimo libro di Guido Formigoni ‘Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma’ (Il Mulino 2016). Una strategia politica per allargare le basi democratiche di una fragile Italia repubblicana con la formula dei governi di centrosinistra degli anni Sessanta, fino all’epilogo traumaticamente interrotto della Solidarietà nazionale nel 1978.
Un disegno perseguito per sdoganare lo status di interlocutori pienamente democratici prima ai socialisti e poi nientemeno che ai comunisti, passato lungo strettoie che solo a rileggerle viene la pelle d’oca e contro resistenze e diffidenze in settori della politica, Dc, Chiesa, vescovi, cattolicesimo, e ceti produttivi. Senza contare che nella seconda, fatale, mano tesa al Pci di Enrico Berlinguer, si aggiunse l’ostilità, e forse non solo, di Washington e Mosca (contraria solo all’idea di un partito comunista al potere per via democratica, sconfessando quella leninista della presa del Palazzo), in un mondo ancora dentro Yalta.

Naturalmente è sempre improprio fare paragoni con il presente, se non si vuole pagare pagare dazio a forzate semplificazioni.
Ma nel piccolo scenario politico di questi anni, la frase ricordata da Damilano non è forse rappresentata anche dalla parabola dell’italico centrodestra? Iniziato nel 1994 con la trionfale discesa in campo del Cavaliere di Arcore, sulle macerie della cosiddetta Prima Repubblica, dopo un paio di decenni il centrodestra non è ora nettamente sbilanciato a destra?
Una frase sul web attribuita a Umberto Bossi dice: “Berlusconi ha voluto sposare la Lega e ora deve eseguire gli ordini”.
A lungo Berlusconi ha minimizzato sulle esagerazioni leghiste fra rutti, usi impropri della Carta costituzionale e della bandiera tricolore, diserzioni – se non irrisioni – del 25 aprile, Ministeri del Nord, deodoranti spruzzati nei vagoni ferroviari a neri e immigrati, adunate celtiche alle fonti del sacro Po con tanto di ampolle, menefrego sulle quote latte comunitarie, questione meridionale a lungo impostata al suono di terùn, i campi nomadi trattati a colpi di ruspa, membri del Parlamento chiamati orango anziché per nome etc… Chi vuole può farsi un giro su Google digitando “Lega Nord insulti”, per vedere i risultati.

Folklore? Fatto sta che dopo anni di questa musica di sottofondo, i numeri elettorali tra Forza Italia e Lega si sono esattamente capovolti.
Si può certamente obiettare che analoghe parole in libertà si possono trovare in opposti schieramenti politici, ma questo non risolve il problema, semmai lo aggrava.
Il ragionamento si può applicare all’attuale governo giallo-verde. Le recenti elezioni regionali in Abruzzo e Sardegna ci dicono che i rapporti di forza tra Lega e M5S si sono rovesciati rispetto a quelle nazionali dello scorso 4 marzo: es la derecha que gana.
Tutti i recenti sondaggi danno il partito di Salvini, veleggiare oltre il 30%, mentre il movimento guidato da Di Maio – dicono ormai in tanti – ha perso l’anima (a patto che ci si metta d’accordo sul significato del termine).

“Può la nostra democrazia reggere a lungo – si chiede Gianfranco Brunelli (‘Il Regno’ 2/2019) – un governo frutto di un compromesso che mette insieme velleità autoritarie con elementi eversivi?”.
Da mesi Massimo Cacciari sta dicendo davanti a tutte le telecamere che bisogna arginare la sutura, per quanto contrattuale per il momento, di un esecutivo che – di fatto – sta unendo la via nazionalista (sovranista) con quella sociale (dalla sconfitta della povertà al reddito di cittadinanza).
È fin troppo evidente, anche solo lessicalmente, la gravità del monito lanciato dal filosofo, dal momento che si sta pericolosamente ricongiungendo lo spettro nazionalista-sociale.
Operazione che sta lentamente sedimentandosi in un’acquiescenza culturale, innanzitutto, che il direttore de ‘La Civiltà Cattolica’, Antonio Spadaro, ha definito di colonizzazione ideologica. “Una colonizzazione – dice in un’intervista (‘L’Espresso’, 3 febbraio 2019) – di intelligenza e cuore che ci porta, tra l’altro, a vedere in un pover’uomo affogato innanzitutto un potenziale nemico invasore. Questa è colonizzazione ideologica della nostra umanità. Una cultura della diffidenza come prospettiva privilegiata sul mondo – conclude – ha esiti drammatici”.

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