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Settanta mi dà tanto: epopea e declino della vocazione culturale ferrarese

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Come spezzare il simbolico diaframma costituito dalle mura ferraresi per approdare a una visione internazionale della cultura, pur preservandone i valori “provinciali”? Questa è la sfida che almeno dagli anni Settanta del secolo breve, e dunque da quasi un cinquantennio, Ferrara e la sua provincia si sono dati, che è stata condivisa dalle istituzioni politiche e (poco) da quelle economiche, e riassunta con uno slogan che sembrava appagare ogni esigenza: città d’arte e di cultura.
Non sta a me ripercorrere quella probabilmente utopistica speranza, né indagare le cause di fallimenti e realizzazioni, ma forse mi è lecito, anche se ormai da un osservatorio appartato, suggerire alcune proposte che immagino non saranno del tutto condivise.
Si è detto e ripetuto che ormai era ora di finirla con lo sdoppiamento tra cultura “alta” e cultura “popolare”, in quanto -come ormai è divenuto luogo comune- tutto è cultura. Ma se quest’ultima non “produce”, il modello sarà fatalmente considerato errato e quindi non più proponibile. Invano si è protestato contro questo atteggiamento che è prevalso a furor di popolo e a cui hanno aderito anche le istituzioni. Casi eclatanti l’ “espatrio” di Ermitage Italia, il ridimensionamento dell’Istituto di studi rinascimentali, le note polemiche sulla costosità delle produzioni teatrali e sulla presenza in città di indiscussi geni del teatro: da Ronconi ad Abbado.
Non è qui il caso di difendere le scelte e le contingenze economiche di cui soffriamo e soffriremo a lungo, quanto di rimarcare, nell’impotenza delle strettoie imposte dal nuovo corso economico, l’abbandono (o ciò che così appare) della progettualità e la mancanza di un organigramma che possa coinvolgere le tante realtà culturali che tanto hanno operato e operano per la città e il territorio. Abbandonare il progetto mi sembra un grave errore. E poco mi convincono le speranze suscitate dall’elezione di Dario Franceschini a ministro del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, quasi presenza salvifica e a cui sembra essere demandato il futuro della cultura in città. Non perché il ministro non debba avere un occhio di riguardo verso la sua città, che sono sicuro avrà, quanto per la folla di pretese che l’aggrediranno al momento in cui rivolgerà la sua attenzione a Ferrara. E cosa sono, scusate la brutalità, queste speranze o meglio esigenze, di fronte a tragedie in corso come Pompei, come L’Aquila, come i danni al patrimonio artistico del terremoto dell’Emilia-Romagna? A cui giustamente si è rivolta l’attenzione del neo ministro.
Certo anche Ferrara attende si ponga fine alle sue “incompiute”: Meis e teatro Verdi in primis. Ma ci vorrebbe che fosse già pronta una piattaforma strutturale dell’indotto culturale, per sottolineare quali ne possano essere i possibili risultati. Un piano, come dire, che possa e debba proporre con lungimiranza e scientificità il destino culturale di una città che ne ha fatto la bandiera del proprio sviluppo.
L’Associazione Amici dei Musei che ho il grande onore di presiedere da oltre trent’anni (non sempre l’esperienza e la dedizione per questo tipo di lavoro vengono interpretate come segno di una nascosta ansia di “comando” che va immediatamente rottamata secondo una prassi infelicemente attuata in altre sedi) si mette a disposizione, assieme ad altre benemerite associazioni culturali, per proporre idee, soluzioni, prospettive da proporre a chi dirige musei e beni culturali. Ma dopo il primo confortante risultato, rappresentato dai giorni di convegno che si è tenuto presso il Museo nazionale di Spina nel 2011 e dalla pubblicazione degli atti: “Musei a Ferrara. Problemi e prospettive” dell’anno successivo, sembra che questa iniziativa riscuota poco plauso.
Eppure sono assolutamente convinto che una ripresa di quel modello di proposta che coinvolga tutte le associazioni culturali, i musei e i luoghi d’arte di Ferrara e provincia, sarebbe un primo e validissimo aiuto da presentare al ministro Franceschini che potrebbe così avere un’idea generale dei problemi in campo. Certo gli ostacoli sono moltissimi, a cominciare dalla naturale e gelosa attenzione che tutti i soggetti coinvolti pretenderebbero, dalle istituzioni pubbliche alle forze economiche, dai musei alle singole associazioni. Ma emergerebbe in primo luogo la progettualità, come spinta a un futuro che non dovrebbe smarrirci nelle beghe individuali ma che potrebbe, finalmente, dimostrare la capacità della città di ridisegnarsi secondo lo schema, mi sembra mai abiurato anche dalle istituzioni politiche, di città d’arte e di cultura.

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