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Cosa c’è dietro lo scontro tra tradizionalisti e innovatori

SFIDA A BERGOGLIO
Cosa c’è dietro lo scontro tra tradizionalisti e innovatori

Tempo di lettura: 7 minuti

C’è chi auspica, e sta facendo di tutto, perché il pontificato di Papa Francesco termini prima
possibile, inducendolo alle dimissioni.
Tanti o pochi che siano, non era mai accaduto, almeno da decenni a questa parte, che uscissero
allo scoperto con azioni così plateali, ben oltre il linguaggio felpato che contraddistingue
l’incedere curiale, spesso accompagnato con un gelido sorriso.
Curioso è che siano proprio i più tradizionalisti a mettere in aperta difficoltà Papa Bergoglio,
fino a non riconoscerne persino la legittimità della sua elezione. Gli stessi per i quali se c’è
una cosa che nella Chiesa non va mai messa in discussione è proprio l’autorità gerarchica,
pena la messa in discussione dell’unità universale della Chiesa di Roma.
L’ultimo caso è l’operazione editoriale ordita dal cardinale Robert Sarah, prefetto della
Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, cioè il ministro della Santa
Sede per la liturgia.
Il 74enne porporato originario della Guinea, ultraconservatore e ritenuto fra i punti di
riferimento dell’opposizione a Bergoglio, è autore di un libro intitolato “Dal profondo del
nostro cuore”, che contiene un saggio del Papa emerito Benedetto XVI.
Questo è Il tema che ha provocato un’autentica bufera sui media, come dentro le Sacre Stanze:
l’intoccabilità del celibato dei preti.
Quel “non posso tacere” di Ratzinger al termine di una frase nella quale il Papa emerito
ricorda che la scelta di non sposarsi per un prete è “indispensabile”, ha scatenato il putiferio.
Una vera e propria bomba a orologeria, fatta scoppiare mentre l’attuale pontefice sta pensando
come mettere nero su bianco la richiesta del Sinodo, svoltosi a Roma lo scorso ottobre, che ha
chiesto l’apertura al sacerdozio dei diaconi sposati in Amazzonia.
Emblematiche le concitate fasi successive all’uscita del libro. Prima le parole di padre Georg
Gaenswein, tuttora al servizio di Francesco e di Ratzinger, che il 14 gennaio dichiara: “Su
indicazione del Papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del
libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore e di togliere anche la sua
firma dall’introduzione e dalle conclusioni”.
Una sconfessione dell’operazione, perché Ratzinger “non aveva approvato alcun progetto per
un libro a doppia firma – precisa Gaenswein – né aveva visto e autorizzato la copertina”.
Dichiarazioni che fanno a pugni con un comunicato diffuso in francese lo stesso giorno, nel
quale il cardinale guineano ribadisce che lo scorso 25 novembre il Papa emerito gli avrebbe
espresso il suo accordo alla pubblicazione.
Nel frattempo – così racconta la stampa – l’edizione francese a doppia firma del libro
(edizioni Fayard) sta andando a ruba, nonostante un twitter col quale il cardinale della Curia
romana avrebbe dichiarato che sarebbe uscito solo con la sua firma, mentre negli Usa – dove
l’opposizione cattolica a Bergoglio è particolarmente corazzata – l’editore Ignatius Press fa
sapere che la pubblicazione del libro rimane a due mani.
Al netto di una cronaca dai risvolti che sconfinano nell’intrigo, sono almeno due i motivi di
riflessione suscitati da questo scontro ecclesiale.
Canonisti, storici e teologi, richiamano l’attenzione sul fatto che la definizione di ‘Papa
emerito’ usata da Ratzinger per se stesso dopo la sua rinuncia nel febbraio 2013, sta
mostrando la corda. Meglio sarebbe stata la formula: ‘vescovo di Roma emerito’.
La questione è di sostanza più di quanto dicano le apparenze.
Se a esprimere il proprio parere, anche critico, è un vescovo è un conto, ma se a dire la
propria idea è un Papa – per quanto emerito – allora si pone un problema di autorevolezza per
il pontefice in carica. Tanto che già qualcuno definisce Roma la città dei due Papi.

A questo punto non ci vuole Einstein per capire che l’entourage attorno a Ratzinger, e che si
dice a lui fedele (anche se tutto da vedere), può usarne la sua figura per conferire autorevolezza e
spessore magisteriale alla propria battaglia contro chi, nel frattempo è stato eletto a guidare la
Barca di Pietro.
Un problema destinato a rimanere aperto nel corpo ecclesiale, perché – si dice – non pare
opportuno regolamentare la questione mentre è in vita l’attuale Papa emerito, con tutta la
delicatezza del caso sulla pienezza delle facoltà e sulla manipolabilità delle sue volontà, per le
condizioni fisiche e l’età avanzata. Quel ”Ingravescentem aetatem” che fu il motu proprio di
Paolo VI pubblicato nel novembre 1970, per stabilire l’età massima per l’esercizio delle
funzioni cardinalizie, è – allo stesso tempo – la medesima formula usata da Benedetto XVI nel 2013:
lascio per ingravescentem aetatem.
“Esiste il canone 332 del Codex – ricorda Pierluigi Consorti, ordinario di Diritto canonico
all’Università di Pisa – che regola la rinuncia del Papa. Quando studiavamo questa
disposizione, era solo un caso teorico – continua – figurarsi se si sarebbe mai potuto
prevedere una qualche discrasia tra un Papa emerito e uno regnante”.
Il caso Sarah, peraltro, fa il paio con quanto successo nell’aprile 2019, quando Ratzinger ha
affidato un suo scritto sulla pedofilia al periodico tedesco ultraconservatore Klerusblatt.
Una riflessione nella quale il Papa “orante” affermava che lo scandalo abusi non ha origini nel
clericalismo, come sostenuto dal Papa “regnante”, bensì dal collasso morale scaturito dal ’68.
“Non se ne capisce la genesi, non si comprende con chiarezza se sia stato compilato
esclusivamente da Benedetto”, è stato il commento sul testo dello storico Massimo Faggioli,
che ha ricordato come la pedofilia esista nella Chiesa prima del ’68 e non riguardi, quindi,
solo l’ala progressista.
Una seconda riflessione sull’accaduto porta diritto al merito della questione celibato dei preti.
Ci sono teologi che mettono in guardia dal caricare di enfasi eccessiva le formule: prevedere
la “ordinazione di uomini sposati” non sarebbe la catastrofe, né la soluzione di tutti i mali
della Chiesa.
Si tratterebbe di ‘spazi pastorali’ che possono aprirsi in luoghi, come espresso durante il
sinodo sull’Amazzonia, nei quali le ordinazioni scarseggiano e un prete può amministrare i
sacramenti in una comunità non più di una volta all’anno.
La questione non sarebbe dunque il superamento del celibato, ma la possibilità di affiancare a
una lettura teologica che vede ogni novità come una crepa inferta all’unità, e perciò fonte di
sicura rovina, una pluralità di risposte che diano forma alle diverse culture e forme di vita,
nell’unità sacramentale della Chiesa.
Se questo ha un senso, appare chiaro che il terreno di scontro è teologico, e segnatamente
ecclesiologico.
La sfida, cioè, è fra una Chiesa che si concepisce una e universale anche nelle sue immutabili
declinazioni dogmatico-organizzative, centralisticamente e romanamente governate e
presidiate, oppure come Chiesa di chiese, perché la sua cattolicità, cioè universalità, si compie
ovunque si celebrano i santi misteri (i sacramenti).
È la riproposizione dello scontro avvenuto in Concilio Vaticano II tra una concezione della
Chiesa gerarchico-istituzionale e misterico-sacramentale.
Perciò l’obiettivo di questo ennesimo attacco è Papa Bergoglio, che con la collegialità, la
sinodalità e la misericordia, ha deciso di continuare a camminare sulla strada aperta dal Concilio convocato nel 1962 da Papa Roncalli.

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