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“Vorremmo che le nostre parole non finissero qui. Chiedo a tutti voi che siete qui e che avete partecipato al Festival di Internazionale di spronare i vostri governi per fare in modo che la guerra finisca al più presto”.

E’ con questo accorato appello della giornalista siriana Maisa Saleh, che si è concluso uno degli ultimi incontri dell’edizione 2014 del festival, intitolato “Siria. Segnale interrotto. E’ il paese più pericoloso del mondo per i giornalisti e la guerra continua a porte chiuse”. La sala del Cinema Apollo era gremita e trepidante, “Non sempre – sottolinea il moderatore dell’incontro Lorenzo Trombetta – un evento legato alla guerra in Siria riceve in Italia una tale attenzione. Sul palco, insieme a lui, corrispondente per il Medio Oriente e responsabile del sito SiriaLibano, le tre ospiti, giovani donne siriane impegnate nel colmare il vuoto mediatico che si è venuto a verificare da quando il governo di Assad ha cominciato ad arrestare, perseguitare e costringere all’esilio i giornalisti, professionisti o meno, che cercavano di raccontare al mondo gli orrori della guerra.

Maisa Saleh, Yara Bader e Eva Ziedan sono esuli, come molti altri giornalisti e attivisti siriani, svolgono il proprio lavoro dai Paesi da cui hanno ottenuto l’asilo politico, ma entrano ed escono dalla Siria periodicamente. Sul palco prendono e si cedono la parola a vicenda, in un animato e vivace dialogo, in cui viene presto coinvolto anche il pubblico, e che verte sulla questione di come il giornalismo racconta la guerra in Siria, chi la racconta, quale l’immagine che ne emerge all’estero… e non solo.

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Yara Bader

Yara Bader, giornalista, direttrice generale del Syrian center for media and freedom of expression e vincitrice del premio giornalistico Ilaria Alpi 2012 (nel 2012 è stata arrestata in Siria dall’Air force intelligence e successivamente processata dalla corte militare a Damasco), racconta che il suo Centro mediatico è stato chiuso varie volte, anche prima del 2011. “Di fronte ad una situazione così complessa” spiega “è molto complicato seguire lo sviluppo degli eventi. Da quando il regime ha cominciato a minacciare di morte gli attivisti e i giornalisti che cercavano di raccontare la rivoluzione, molti cittadini hanno cominciato a documentare ciò che stava succedendo. Sono stati definiti in vari modi: attivisti giornalisti, persone mediatiche, giornalisti combattenti (ma noi del Centro media rifiutiamo questa versione), di fatto erano persone che volevano mostrare la verità, che lottavano per la libertà d’informazione e per la difesa dei diritti umani.”
Per quanto riguarda l’immagine della Siria all’estero, Trombetta ci conferma che i giornali italiani non offrono molto contesto, si limitano alla notizia del giornalista straniero sgozzato dall’Isis e poco altro. Se anche un italiano legge un paio di quotidiani al giorno, non si avvicinerà minimamente alla verità. C’è un grande iato tra la complessità della situazione siriana e l’immagine stereotipata che se ne ha all’estero e che, grosso modo, si può sintetizzare con l’infelice titolo di Domenico Quirico, “Il Paese del male”. La maggioranza degli stranieri vede la Siria così.

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Maisa Saleh

Maisa Saleh, che ha appena ricevuto il premio giornalistico Anna Politkovskaja 2014 [vedi], aggiunge: “Noi, che siamo state costrette a lasciare il nostro Paese e che viviamo all’estero, abbiamo potuto riscontrare che la percezione di cosa sta accadendo in Siria cambia da Paese a Paese, in Italia si ha un quadro, in Francia un altro, negli Usa un altro ancora. E comunque è ancora poco. Bisogna fare uno sforzo per raccontare le storie.” E Yara aggiunge: “Molti aspetti della crisi sono stati ignorati volutamente, e questo è peggio del silenzio. Nel 2013, molto prima che i media ne parlassero, erano stati rapiti già diversi attivisti dalle squadre dell’Isis. Ma solo quando è stato rapito e sgozzato il giornalista americano, allora tutti si sono svegliati. Perché?”. “Perché sembra che esistano vittime di serie A e di serie B”, interviene Eva Ziedan, che per SiriaLibano segue gli attivisti che vogliono far conoscere le loro micro-realtà e coloro che vogliono diventare giornalisti.

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Eva Ziedan

Finché si è parlato di oscuramento dell’informazione, di menzogne mediatiche e del silenzio dei media internazionali, erano tutti d’accordo, ospiti, conduttore e pubblico. L’atmosfera è diventata un po’ più tesa quando dal pubblico sono stati fatti alcuni interventi, per capire meglio il ruolo dell’Isis e quali le prospettive per la Siria. Un ragazzo ha chiesto se la tesi delle “Quattro Sirie” [vedi] fosse plausibile, e Trombetta ha risposto in modo piuttosto forte, spiegando che sì, “attualmente quello che era lo Stato siriano prima del 2011 non esiste più. Ad oggi ci sono quattro stati che detengono il potere in Siria: il regime di Assad, i jihadisti dello Stato islamico, le opposizioni armate e le milizie curde.” In un intervento si riprendeva la proposta che Giulia Zoli fa nell’ultimo numero di Internazionale n. 1071 (ripresa dall’agenzia stampa France Press), ossia di evitare tra giornalisti di usare il termine Stato islamico, trattandosi di un gruppo terroristico. “Non sono d’accordo – ha risposto Trombetta – lo Stato islamico è uno Stato che ha un territorio, una capitale, sta erogando servizi, sta difendendo la sua popolazione e quindi, che ci piaccia o no, occorre riconoscerlo come tale. Chiamatelo come volete, Isis all’inglese, Dāʿish in arabo, ma Stato è.”

Le tre giornaliste confermano loro malgrado: dal punto di vista del potere, purtroppo è così. E a malincuore convengono sul fatto che la divisione della Siria può essere una possibilità, forse l’unica che possa porre fine a questa guerra, alla più grande catastrofe umanitaria della storia contemporanea, paragonabile solo alla Seconda guerra mondiale.
Ci tengono però a chiarire che la maggior parte degli jihadisti dello Stato islamico sono stranieri, provengono dall’Iraq e da tutte le parti del mondo (1800 dalla sola Danimarca). E che se il numero di jihadisti sta crescendo anche nel popolo siriano, è per una questione di sopravvivenza: l’Isis ha preso il controllo delle banche ed è quindi in grado di pagare gli stipendi ogni mese; se si piega alle loro regole, la gente può vivere ‘tranquillamente’ nelle loro città.

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