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Sogni e disillusioni della sharing economy
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Le parole sono importanti e ancora più importanti sono i concetti su cui esse si fondano. Specie quando le parole coincidono con quelle etichette inglesi che usano tutti e senza le quali sembra diventato impossibile esprimere nozioni di senso compiuto. E’ il caso della ‘sharing economy’, un modello di business centrato sull’uso di piattaforme digitali che consentono di connettere direttamente le persone con modalità impensabili fino a pochi anni fa. Al di là di una simile definizione, dalle conversazioni sviluppate durante lo Sharing Festival di Ferrara, è emersa una pluralità di connotazioni che lasciano intendere significati, aspettative e fraintendimenti tali da meritare più di un approfondimento.

Una prima costellazione di discorsi privilegia l’aspetto economico, finanziario e imprenditoriale: al suo centro sta il profitto e con esso l’esigenza di attrarre e connettere una massa critica di persone disposte a condividere direttamente qualche forma di bene attraverso le piattaforme digitali. E’ un approccio che si sviluppa nell’ambito dell’economia formale dominata dal paradigma neoliberista, interpretata secondo la cultura californiana altamente innovativa della Silicon Valley. La sharing economy così intesa sfrutta la potenza delle tecnologie digitali per intercettare masse di mercati, sfruttare il fenomeno della coda lunga, accorciare la catena di produzione del valore, disintermediare il rapporto tra un numero crescente di consumatori e una quantità crescente di prodotti e servizi.
Il suo impatto sull’economia reale è dirompente perché cambia alcuni dei meccanismi di funzionamento del mercato, spiazzando schemi consolidati e mettendo in discussione equilibri che sembravano, nel bene e nel male, acquisiti. Non si può non leggere dietro questi processi il manifestarsi di quella creatività distruttiva che, secondo Joseph Schumpeter, rappresenta l’anima e l’essenza stessa del capitalismo.
In questa prospettiva prevale spesso una visione fondata su un darvinismo sociale esasperato, che poco concede allo spirito della collaborazione e della condivisione: concorrenza spietata che lascia sul campo le vittime (molte) ed esalta i vincitori (pochi), arricchendo enormemente questi e destinando all’oblio le prime, secondo la logica del “chi vince prende tutto”. Trasformate in macchine di profitto le organizzazioni vincenti della sharing economy sono a volte diventate imprese prive di meccanismi di tutela del lavoro, impegnate nella corsa all’elusione fiscale, ingaggiate in forme di concorrenza scorretta; alcune sono diventate colossi transnazionali che aumentano le disuguaglianze favorendo il lavoro al ribasso, garantendo la concentrazione di grandi profitti in pochissime mani. Offrendo vecchi servizi in forma nuova e più efficiente esse mostrano un aspetto oscuro del rapido processo di digitalizzazione in corso.
In Italia (ma non solo) le reazioni a questa spinta, nel bene e nel male rivoluzionaria, sono state in alcuni casi feroci (vedi i casi Uber e AirBnb), originate a volte dalla reale precarizzazione delle condizioni di lavoro, più spesso dalle accuse di concorrenza sleale avanzate da imprese, organismi di rappresentanza (vedi il caso Cocontest) e da interi settori che avevano forse agito finora in regime di monopolio e di rendita a discapito dei consumatori.
Resta il fatto che in questa sharing economy, che pure mette a disposizione servizi di grande utilità a basso costo o gratuiti, che taglia drasticamente i costi di intermediazione, ma che si presenta frequentemente come business che attenta a equilibri consolidati, molti stentano a riconoscere quella componente di condivisione che il termine sembrerebbe suggerire.

Una seconda costellazione di discorsi privilegia proprio l’aspetto relazionale, la collaborazione, la produzione di senso: un differente modo di concepire la sharing economy che abbandona il versante prettamente economico e finanziario per spostarsi verso quello della condivisione ed approdare infine alla sponda della collaborazione. Esso scaturisce spesso dall’economia informale, si radica nella cosiddetta economia civile, nell’economia della reciprocità e in tutto quel variegato universo che cresce tra le macerie lasciate sul campo da un’economia predatoria di vecchio e nuovo modello. Essa si apre spazi d’azione nella crisi del welfare che ha vergognosamente abbandonato i cittadini e i territori a se stessi; recupera vecchie concezioni della dimensione economica intesa come cura della casa comune. Queste argomentazioni si muovono nell’ambito della sostenibilità piuttosto che in quello del profitto, parlano di utilità e capitale sociale piuttosto che di utili e dividendi.
E’ un approccio che non si basa su un mercato digitale fatto di flussi monetari, indici e numeri, ma trae piuttosto fondamento da valori di equità, giustizia sociale, collaborazione, partecipazione, radicamento territoriale, rapporti diretti in grado di attivare le persone per costruire relazioni e progetti comuni. Esso si muove con un’idea di mercato e di impresa differente, non guidata esclusivamente dal profitto; sviluppa modelli di innovazione sociale basati su comunità e connessioni in grado di rigenerare valore più secondo le idee di Elinor Ostrom sulla gestione dei beni comuni che secondo le linee guida dei manuali di economia d’impresa. Le piattaforme tecnologiche sono usate in questo caso con l’ambizione di creare rapporti reali e per sostenere comunità che diventino capaci di gestire beni comuni e collettivi.

Si tratta di due narrazioni differenti accomunate dall’uso delle medesime tecnologie digitali, dalle piattaforme collaborative: una si pone di fronte al pubblico mondiale, l’altra di fronte alla dimensione più locale e comunitaria Esse sembrano rispondere a due ideologie, a due visioni del mondo differenti; tra le due narrazioni non corre buon sangue e i fan dell’una stentano a riconoscere gli elementi comuni rispetto all’altra. In entrambe però si riconosce una forte tensione al cambiamento ed entrambe lasciano intravvedere i contorni sfumati di un futuro possibile che è ancora tutto da inventare.

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