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Molti di noi hanno subito avvertito  la sensazione, niente di più, per lo meno all’inizio della pandemia,  di essere di fronte a qualcosa di inedito.
Abbiamo assistito, in seguito, al succedersi di provvedimenti di distanziamento sociale e di limitazione della libertà personale, sempre più restrittivi, che hanno modificato profondamente  la vita quotidiana personale di ognuno di noi.

Ad un certo punto poi  è come se qualcuno avesse tolto il fermo, collegato alla televisione, che viene attivato ogni sera a cena mentre ascoltiamo un notiziario e che impedisce alle immagini di morte e sofferenza, provenienti da ogni angolo della terra, di essere sentite dentro, oltre che guardate con gli occhi dall’esterno. Le inquadrature quotidiane delle persone vittime del virus, nei reparti di terapia intensiva, pur pietosamente filtrate, hanno assunto un aspetto dolorosamente reale per tutti. L’assenza di vita nell’ospedale diventa ben presto speculare a quella delle strade delle nostre città.

Cambia tutto. Improvvisamente… dentro e fuori di noi.

Tutto quello che c’era prima, dai problemi più piccoli a quelli più grandi, sembra essere quasi del tutto scomparso: l’angoscia per l’attesa di un referto, le violenze tra le mura di casa, i problemi economici, le liti coi figli…di tutto ciò in giro non si sente più nulla, sembra essere  evaporato sotto una nuova dimensione angosciante che a fatica riusciamo ad accettare come la nostra nuova realtà.
Scrive Massimo Recalcati su la Repubblica dell’11 aprile: “Questa nuova angoscia assume i caratteri di una sorta di lutto collettivo. Abbiamo perso il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere insieme come prima. E’ l’atmosfera francamente depressiva in cui tutti siamo finiti di fronte al ritratto delle città del mondo trasformate in deserti”. [Qui]

Comprendiamo allora che non è stato aggredito solo il corpo, ma è stato raggiunto anche lo spirito. Sulle malattie dello spirito c’è sempre un certa ritrosia a invocarne l’attenzione, quasi che possano essere ancora considerate inevitabili effetti collaterali di altre e ben più importanti, concrete priorità, mentre le prime sono spiacevoli conseguenze da accettare con umana sopportazione.
Le certezze del nostro ’io‘ traballano sopraffatte da innumerevoli dubbi riguardanti la correttezza della gestione tecnico-sanitaria dell’emergenza, la sostenibilità dell’entità dei danni economici presto  da pagare e in modo particolare viene annichilito dai fantasmi dell’insicurezza, dell’angoscia e della paura che, cacciati nel retrobottega da diversi consolidati meccanismi psicologici, escono fuori oggi ad aggredire drammaticamente la relazione con l’altro.

Sin dal principio ‘l’Altro’ è sempre stato un problema. Ma è sempre stato anche la soluzione!
L’Uomo nella Genesi, signore assoluto del Giardino, scopre, con la creazione della Donna, di non essere più tale: gli viene posto a fianco un termine di confronto che ridefinirà per sempre il suo potere. L’esistenza dell’altro ricorda al nostro io che non può possedere tutto, non può avere tutto per sempre; la presenza dell’altro pone così un limite alla soddisfazione dei propri desideri. Non posso evitare di crescere; non posso tenere presso di me i miei amori per sempre; non posso evitare di invecchiare; non posso evitare la perdita. Se non si riesce ad elaborare questa perdita il rischio è quello di perdere se stessi: la depressione mi segnala che visto che non so ‘perdere’, ‘perdo’ me stesso; visto che non so lasciare andare, mi lascio andare.

“Piuttosto che cercare il senso della disperazione, confessiamo che non si ha senso fuori della disperazione.”(J.Kristeva, Sole Nero, Roma, 2013, p.9).
Della ‘Cosa’ di cui sentiamo la perdita, percepita quale oggetto ambivalente odio-amore, Nerval ne dà una splendida metafora come un sole sognato, chiaro e nero insieme. (vedi G.de Nerval, Le figlie del fuoco, Milano, 1979, p.223)

Il  mio sentirmi inadeguato mi porta ad essere attratto dall’oggetto del mio ‘amore’, attraverso una sorta di processo di identificazione con l’altro; oggetto allo stesso tempo anche del mio ‘odio’, poiché la mia inadeguatezza lo ha eretto a mio giudice tirannico, che desidero liquidare. E’ questa ‘mancanza’ che mi definisce in senso depressivo, che mi devasta dentro, che non mi fa abitare il mondo su cui vedo sorgere ogni mattina il sole, un sole nero.

Per capire meglio la natura di questa mancanza pensiamo alla famosa battuta del film Ninotchka di Lubitsch:
“Cameriere! Vorrei un caffè senza panna!”
“Mi dispiace signore la panna è finita abbiamo solo latte, posso darle un caffè senza latte?“
(citato in S. Zizek, Come un ladro in pieno giorno, 2019, p.79).
Questo è quello che combiniamo: un caffè semplice e un caffè senza panna a livello fattuale, sono la stessa cosa. Siamo noi che aggiungendo una negazione abbiamo trasformato ‘un normale caffè’ in ‘un caffè a cui manca qualcosa’.

E questa negazione diventa la cifra nella nostra vita! La nostra vita sarà quindi una vita connotata dalla mancanza: non faremo mai abbastanza, non saremo mai all’altezza. Gli altri non si accorgeranno di nulla, vedranno un semplice caffè…noi vedremo un caffè a cui manca la panna.
Questa mancanza a livello profondo genera angoscia, angoscia di non aver seguito il proprio desiderio, di non essere in grado di poterlo fare.
Il desiderio per Lacan è sempre desiderio dell’altro, è una relazione profonda di contatto con qualcuno. Se si dovesse  rappresentarlo con un’immagine si potrebbe dire che è un ‘tendere verso’.(M.Recalcati, Ritratti del desiderio, 2012).
Se l’angoscia proviene dall’incontro con il proprio desiderio, la depressione annulla l’angoscia e di conseguenza proietta il desiderio nello stagno immobile di un tempo senza avvenire. Consiste in questo per Lacan la viltà etica che accompagna l’affetto depressivo, ossia la scelta di indietreggiare di fronte al proprio desiderio e di preferire ad esso il rifugio in un godimento solitario e distruttivo capace di sottrarci al campo delle relazioni umane”. (M. Recalcati, Un desiderio di desideri, in Il manifesto) [Qui] 

Nel racconto di Dino Buzzati Nuovi strani amici  il protagonista, Stefano Martella, si ritrova, dopo la morte, in una città tanto bella e pulita che pensa di essere giunto in Paradiso. Nel posto dove si trova il Martella c’è proprio tutto; il problema è proprio questo, non c’è nulla da desiderare. Arrivato al circolo della città ritrova cari amici e uno di questi alla fine gli rivela: “Sei venuto qui a marcire, non hai ancora capito? A migliaia ne arrivano come te, ogni giorno lo sai?… e non hanno  né ansie, né paure, né rimorsi, né desideri, né niente… Ma non l’hai ancora capito che noi siamo all’inferno?” ( Dino Buzzati, Nuovi strani amici, in Paura alla scala, Oscar Mondadori, 1984).

Riporto, alla fine di questo breve viaggio nella nostra interiorità profonda, gli angelici versi di questa lirica di Emily Dickinson, con l’augurio che possano sostenere, almeno loro, chi continua ad aprire ogni mattino con mano tremante e occhi socchiusi, le finestre della propria anima all’altro,  sperando di non vedere più sorgere all’orizzonte un sole nero, ma finalmente una luce … una luce molto più viva.

Non conosciamo mai la nostra altezza
Finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
Arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
Sarebbe quotidiano, se noi stessi
Non c’incurvassimo di cubiti
Per la paura di essere dei re

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