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Col favore del Covid pare che si moltiplichino le specie aliene. Sembra che un popolo di occhiuti spioni stia colonizzando i device degli studenti.
Sono il popolo dei Proctor, provenienti dal pianeta digitale Proctoru, che si scrive con due occhi di gufo sopra la “u”, come una compagnia di security, di vigilanza, una di quelle ditte che installano i sistemi d’allarme antifurto.
Non si tratta di Proctor, il personaggio immaginario della serie cinematografica di Scuola di polizia, leccapiedi e tonto, ma neppure di qualcosa che non gli assomigli. Perché i Proctor sono vigilantes, censori, sorveglianti, godono a beccarti in flagrante sbirciata e a fare subito la spia.

Importato dalle università anglosassoni il Proctor è quello che vigila sulla regolarità degli esami a distanza, verifica che gli studenti non imbroglino. L’insegnante, che a casa nostra è ricorsa al fai da te facendo bendare le sue studentesse, evidentemente, poco pratica di digitale, non era a conoscenza del brulicare in rete di Live Remote Proctoring, software che in tempo di lockdown stanno facendo la fortuna dei loro distributori.

Per le sessioni d’esame di giugno anche le nostre università hanno fatto ricorso al popolo dei Proctor. L’Università statale di Milano dedica una pagina web per fornire istruzioni a quegli studenti che intendono sostenere l’esame a quiz online. Sono invitati a installare sul loro computer l’estensione Proctorio Chrome Extension, oltre a rispettare precise regole e una serie di restrizioni da parte del sistema di controllo remoto. Per l’intera durata della prova, alla faccia della privacy, vengono registrate le informazioni relative alle periferiche, a programmi, funzioni, azioni e dati. Nessuna persona può essere presente nell’ambiente d’esame. Vietato prendere nota su carta e rivolgere domande al proctor remoto. Proibito allontanarsi dalla propria postazione durante l’esame, ogni necessità deve essere espletata precedentemente, al fine di evitare problemi di validità. Durante l’esame guai distogliere gli occhi dallo schermo, ciò potrebbe essere interpretato dal severo proctor spione come tentativo di consultare materiale non autorizzato e potrebbe essere motivo di annullamento dell’esame, anche dopo la fine dell’esame stesso.

L’occhio vigile del censore noterà e bloccherà ogni voce di sottofondo, ogni attività sospetta relativa all’utilizzo di programmi non consentiti, dump dello schermo, tentativi di screen sharing con altri soggetti, sia direttamente, sia in background. Se necessario è possibile dialogare con il proprio proctor, ma solo in inglese, questo del resto è scontato visto che da noi simili software ancora non si producono. Proctor Exam pubblicizza la propria piattaforma con la quale è possibile sostenere un esame in qualsiasi momento e da qualsiasi punto della terra, tramite appositi ‘Organismi di Certificazione’.

Come sempre alla fine la realtà supera la fantasia. Il grande fratello è in ritardo sul millenovecentoottantaquattro, solo perché tecnologicamente si è più raffinato. Al momento pare più un gioco di astuzie tra nativi digitali, che smanettano dall’infanzia e docenti che non sono smanettoni e che per tutelarsi ricorrono a software come Proctorio, utili a colmare gli svantaggi del digital divide tra generazioni.
Non viene la voglia di salutare i progressi della tecnica, quando la tecnica viene usata come modo di raggirare la propria ignoranza, la pigrizia a pensare, pensare ad esempio che forse progresso tecnico e arretratezza culturale cozzano tra loro, che non è detto che le nuove tecnologie debbano servire un modo vecchio di intendere l’istruzione, sempre uguale a se stesso da secoli, dalla penna d’oca ai computer. Si fatica a non notare la discrepanza.

L’esamificio che propone il popolo dei Proctor in rete è quanto di più deteriore vi possa essere, ancora di più degli esamifici tradizionali delle nostre scuole e dei nostri atenei. Il Proctor Exam è una bestia vorace che si nutre solo di item, non dà spazio alle competenze, non c’è posto per spiegare il proprio ragionamento, per formulare un dubbio, per esprimere un commento, una nota a margine, per quel lavoro del cervello che i quiz uccidono.

Complice il lockdown, è l’attacco alle teste ben fatte di Morin quello che si va compiendo con la didattica a distanza, non per colpa delle tecnologie, ma per responsabilità di chi le usa, per responsabilità di chi avrebbe dovuto provvedere a far crescere una cultura della formazione totalmente nuova nelle modalità e negli strumenti. Non usare le tecnologie come il bidello in classe quando l’insegnante non c’è, le tecnologie come ripiego, al servizio di un’idea di istruzione che sta offrendo il peggio di sé.

Tanti sono gli impiegati dell’istruzione, ma pochi sembrano essere i professionisti. Non è sufficiente dire no alla didattica a distanza, se questa è la brutta copia della didattica in presenza. Occorre che qualcuno si faccia sentire e dica come è necessario lavorare, del resto, se nel corso della storia della nostra scuola sono avvenuti cambiamenti, questi sono sempre nati dal suo interno e la politica non ha potuto che prenderne atto.

Per leggere tutti gli articoli della rubrica La Città della conoscenza, la rubrica di Giovanni Fioravanti, clicca [Qui]

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